Dieci dischi del duemilatredici. I dieci più belli? E che ne so io, mica li ho ascoltati tutti. Sono i dieci che più mi hanno fatto compagnia, quelli che, almeno per un po', non ho potuto fare a meno di ascoltare quindici volte al giorno.
A raccontare perché, un brano. Senza stare a dire minchiate. Dieci dischi. Dieci canzoni. Duemilatredici.
10. EDITORS - The weight of your love - The Phone Book
9. ARCADE FIRE - Reflektor - Flashbulb eyes
8. ARCTIC MONKEYS - AM - I wanna be yours
7. FRANZ FERDINAND - Right thoughts, right words, right action - The universe expanded
6. THE NATIONAL - Trouble will find me - Fireproof
5. 65daysofstatic - Wild light - Sleepwalk City
4. AUSTRA - Olympia - Fire
3. DAUGHTER - If you leave - Youth
2. SIGUR RÓS - Kveikur - Brennisteinn
1. TEHO TEARDO, BLIXA BARGELD - Still smiling - What if... ?
Le undici del mattino.
Sono a un corso, penombra e palpebra a mezz'asta. Il proiettore spara sulla parete di fronte modelli tridimensionali di travi in calcestruzzo e gabbie d'armatura, mentre il docente, Cagliaritano DOC, ci spiega come realizzare una rrete elettrosaldatta con Rrevit.
Il mio telefono vibra nella tasca.
Strano, non mi chiama nessuno, di giorno. Guardo il display: è l'Omonero. Che succede?
Faccio un cenno di scuse al docente e ai colleghi, mi allontano in punta di piedi tra i cavi aggrovigliati di cinque computer, rispondo.
"Ehi, che c'è?" sussurro.
"Sto comprando i biglietti dei Placebo," fa lui, sempre sussurrando.
"Fico!"
"Sì, ma... mi è venuto un dubbio."
"Di'."
"Prendo il parterre o i posti a sedere?"
Cazzo.
Mi vedo nella bolgia sotto il palco, coi giovinastri sudaticci e puzzolenti d'adolescente che pogano qualunque cosa e mi riempiono di botte.
Mmmh.
Allora mi immagino seduta, mentre sorseggio una birra fredda sulle note di Meds.
Eh no, cazzo. EH NO!
"Parterre! Sotto il palco voglio stare, SOTTO IL PALCO!" grido.
"Stasera andiamo a vedere i Sigur Rós al
Forum. Ti va se passiamo prima a trovarvi?"
"Sì! Devo solo murare vivo il capo nel cesso e
scappare a casa: ci vediamo verso le sei."
Io non ho nessun capo da murare vivo perché, come
sempre quando siamo in consegna, misteriosamente spariscono tutti e lasciano
noi povere bestie a tappare le falle. Così alle quattro sfanculo tutti e
partiamo.
L'Omonero alla guida, i Miike Snow nell'autoradio,
cazzeggio su Fb. Trovo un annuncio sulla pagina di Scubaportal, lo leggo a voce
alta.
"Agenzia di comunicazione ricerca diving
bloggers che a fronte di un soggiorno completamente gratuito, volo AR compreso,
possano scrivere e descrivere sul proprio blog le attività subacquee della
location (destinazione a 12 ore da Milano). Gli interessati si facciamo avanti."
"Minchia," fa l'Omonero.
"Cheffaccio, scrivo?"
"Eccerto!"
Così, litigando col maledetto correttore automatico
del maledetto aifon, mentre la macchina si ferma al casello, timidamente alzo
manina e provo a dire che schifoschifo non mi farebbe volare dall'altro lato
del mondo e raccontare poi l'effetto che fa.
Nel giro di un minuto ricevo un messaggio: hai
un bel blog, candidatura presa. Ellapeppa!
E sono lì che mi crogiolo nel sogno di essere la
prescelta quando uno SCOTOCLOM sinistro mi riporta sulla terra.
L'Omonero dice cazzo.
Il finestrino s'è suicidato, lasciandosi morire
nella fessura della portiera. Adieu.
E ora?
"Possiamo mica lasciare la macchina aperta nel
parcheggio del Forum."
"Possiamo mica farci duecento chilometri in
autostrada con la bufera nell'abitacolo."
"C'è un grado."
"Eh. E quindi?"
E quindi.
Chiamo mio fratello, sotto casa sua c'è un
meccanico elettrauto.
"A che ora chiude?"
"Alle sei e mezza."
Sono le sei e trentacinque. Non c'è più nessuno.
"Ci mettiamo un cartone."
"Duecento chilometri in autostrada senza
vedere un cazzo dal finestrino? Senza vedere lo specchietto? Nah."
"Andiamo da LERUAMERLEN."
E così, l'oretta di relax pre-concerto che avremmo voluto trascorrere sprofondati nel divano rosso e coccolati da famiglia,
gatti e birra, si trasforma in un circo.
Compriamo:
un foglio di plexiglass spesso un paio di
millimetri;
american tape;
forbicione;
pennarello.
Pare 'na puntata di Paint your life.
In quattro (manco i carabinieri, cazzo) ci mettiamo
una pezza: Fratemo regge, io disegno, Sarah taglia, l'Omonero appiccica.
"Va' che bel lavoretto!" dice il
fratellino soddisfatto.
"Che ore sono?"
"Le otto e mezza. Dobbiamo andare."
Baciabbracci, speriamo nella prossima volta.
"Vale, fate il giro lungo quando tornate a
Genova," dice Fratemo.
"Il giro lungo?"
"Seh. Passate da Lourdes."
Il finestrino di fortuna fa frischcrishfrifrish, ma
regge.
C'è una coda della madonna per il parcheggio e,
davvero, non me l'aspettavo. Un mare di gente a vedere i Sigur Rós? La mia
stima per il genere umano sale di un paio di punti.
Parcheggiamo la macchinina incerottata, ci
incamminiamo verso l'ingresso. Fa un freddo porco in 'sta cazzo di città e
l'aria puzza di nebbia.
Il Forum è pieno zeppo, ma io ho l'occhio lungo e
trovo due posti in posizione strategica: evviva.
Il palco è impacchettato tra veli di cotone bianco.
Si spengono le luci e la magia rapisce tutti in
pochi istanti: le immagini proiettate sono sogni distorti, nuvole in fuga e
schiuma di birra, e le sagome dei musicisti sul palco (undici) sono diafani
incantatori d'anime.
L'acustica è perfetta, i suoni sono così puliti che
non mi pare vero.
Non so quanti concerti abbia visto qui.
Non so quante volte mi sia lamentata del
suonodemmerda.
Invece, pochi minuti e sospiro incredula e la
platea tutta tace, sospesa.
So già che le parole non basteranno a raccontareciò
che sento, che dovrò inventarne di nuove.
Scriverò le mie emozioni in volenska?
Lo spazio attorno è una grotta.
È il fondo del mare.
È un rubino visto da dentro.
Volo nella colonna d'acqua, lonana ben più che
dodici ore da Milano.
Il tempo si dilata e si contrae, il tempo non è
più.
La mente abdica e il cuore dilaga in spazi di
solito preclusi.
Il velo cade, il palco è un bosco fitto di
lucciole,e un muro di suoni ci investe
senza pietà.
Archi, fiati, tamburi tribali, la chitarra suonata
con l'archetto, la voce d'argento e di diamante di Jonsi.
Nel cuore un buco e il vento che ci soffia
attraverso.
Le pupille si allagano.
Il brivido è corale.
Nessuno fiata. Nessuno è qui.
Poco prima del finale si torna a terra e si
riprende fiato.
Ma come scogli a pelo d'acqua, subito una nuova
onda ci sommerge: inizia Popplagið e, con tre note e un gesto, i Sigur Rós
riacchiappano i fili di noi poveri burattini.
È un crescendo estatico di violini voci e
percussioni, la gente dondola avanti e indietro come matta, come in trance, e
quando il tripudio di suoni raggiunge l'apice e ci abbandona, lascia tutti sgomenti,
senza fili e senza forza.