Visualizzazione post con etichetta I Sognatori. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta I Sognatori. Mostra tutti i post

domenica 6 aprile 2014

Sciò sciò ciucciuè!


Mi aspettano a Santo Stefano al Mare, vicino a Imperia, per presentare "Mara conta i passi"
Sono in ritardo, non è da me. Apro la porta e mi trovo davanti una scala: qualcuno ha deciso che questo era il momento giusto per salire in soffitta. 
E la botola per la soffitta è davanti a casa mia. 
E la scala è davanti alla mia porta. 
Il sangue napoletano ribolle. “Sotto la scala vuoi passare? Ma ti sei ammattita, nennella? Sventura e disgrazia, non si passa sotto la scala, mai!”
Sono le dieci e un quarto, il treno parte tra quaranta minuti. Faccio appello al raziocinio austriaco: a meno che la scala non mi cada in testa, non può succedere proprio niente a passarci sotto. E poi ho la pietra Dokrostone con me, mi protegge. Coraggio.



Scendo di corsa le scale (sei piani, i soliti sei piani) e sudo e arranco fino alla fermata del bus. Il tabellone futuristico mi avvisa che il 7 passerà tra venti minuti. Sbianco mentre penso che la tecnologia serve solo a dirti che i mezzi pubblici fanno cacare. 
Passeggio avanti e indietro senza appoggiare borsa grande con mutande e libri, borsa piccola con portafoglio e telefono, borsa media con Funo (il mio portatile, si chiama così). Sembro una giostra, un calcinculo coi seggiolini mosci. Ho pure scordato di mettere gli anelli e sento le dita nude. Provo a stare calma, mando un tweet dissimulando la disperazione ma  sperando che qualcuno la senta lo stesso e mi mandi una virtualcarezza d’incoraggiamento. Che arriva. Insieme al maledetto 7.

Venti minuti.

Tutto fila, lento ma liscio, e arriviamo a cinque metri dalla fermata che mancano dieci minuti alla partenza del treno. Ma c’è un accrocchio di autobus (è sabato, c’è il sole, è pieno di quei pullman con le orecchie che portano a spasso i turisti) e il 7 si ferma. Siamo a uno sputo dalla fermata, e si ferma. Mi alzo, con borsa borsone borsetta, e mi lancio in braccio al cocchiere.
“Non è che puo' aprire qui?”
“No.”



Sette minuti.

Il groviglio si scioglie, l’autobus avanza, si ferma, apre le porte. Mi precipito sul marciapiede e corro, con borsa borsina borsone che pesano di più a ogni passo; c’è una scolaresca più avanti, non me la sento di attraversare quel mare di marmocchi, così decido di attraversare in un punto dove non attraverso mai.

Cinque minuti e cinquecento metri: impossibile.

Ma c’è un passaggio.
Non c’era, giuro.
È comparso nel muro, una roba tipo la Stanza delle Necessità di Harry Potter, e mi porta dritto dentro la stazione, nell’atrio, davanti al tabellone che mi dice respira, il tuo treno è in ritardo di dieci minuti. Sta arrivando proprio ora. Al binario 17.

(Sì, vabbè, starete pensando: la scala, l'autobus, l'ingorgo, il passaggio segreto, il binario 17. Ma poiché il bello deve ancora venire, vi dico fidatevi o smettete di leggere. Ora.)

Il treno sta entrando in stazione, ho giusto il tempo di controllare il numero del posto assegnatomi dal sistema automatico di prenotazione. 

La carrozza è la numero 7. 
Il posto è il 42.

Sì! Finalmente un buon segno! Adams, proteggimi tu!


Le porte del treno si aprono, lascio scendere chi deve (chiude la fila una tizia coi capelli viola: Tonks!) e salgo sulla carrozza 7, alla ricerca del posto 42. Avanzo ingoffita da borsa borsone borsetta (ormai di piombo), lo trovo. E resto di pietra: nel posto 44, cioè quello di fianco al mio, c’è Mara bambina: i capelli di fuoco, la pelle di neve, la bocca socchiusa sui denti imperfetti. Guarda per terra mentre mangia un panino. Col prosciutto, credo.



La bambina si chiama Denise. Avrà dieci anni e in questo momento, seduta di fianco a me, sta leggendo il mio libro. Ha appena detto a suo padre: “Sto per leggere il capitolo due. Ora ho capito perché ci sono tutti questi disegni sulla copertina: è una scienziata!” 
Sì, il libro di Mara, il mio libro (il suo libro!), gliel’ho regalato. E lei, in cambio, mi ha regalato un anello. Un anello figo, da grande, non uno di quei cosilli con le ciliegie, quegli affari da principessa frufrù. 
Che ci faceva, Denise (ma sei sicura di chiamarti Denise?), un anello così nella tua borsa di bambina? Aspettavi qualcuno a cui regalarlo? 
Aspettavi me?



Grazie bambina.
Ora le mie dita non sono più nude. 
Ora posso passare sotto tutte le scale del mondo.
(Ma la pietra Dokrostone me la tengo lo stesso. Sapete com'è.)


martedì 26 novembre 2013

Grazie, amici.

Succede che comincia uno.

Succede che uno fa una cosa, e un altro lo vede e dice pure io lo voglio fare!

Succede così.

Grazie, Omonero.

Grazie, amici.




























venerdì 8 novembre 2013

Fino in fondo

Brava, mi dice l'Omonero.
Brava, mi dice mia madre.
Brava, mi dicono mio fratello e gli amici antichi e gli amici nuovi.
E io, tutti questi BRAVA, me li prendo.
La prossima settimana uscirà il mio romanzo. "Mara conta i passi", si intitola. Intendiamoci, mica mi prendo i Brava perché penso d'aver scritto un capolavoro. Tutt'altro: è una piccola, piccola cosa. Una piccola cosa di cui nessuno sentiva il bisogno, una piccola cosa che non aggiungerà nulla al panorama letterario.




Io, tutti quei "Brava" me li piglio perché sono arrivata in fondo.

Quest'avventura è durata mesi, e in questi mesi, che quanti sono non lo so più, sono successe tante cose.
Avrebbe dovuto essere un romanzo a quattro mani (sei, dicevo io, contando quelle del capitano della Factory, Aldo Moscatelli), ma poi di mani ne sono rimaste solo due: le mie.  
Ma non mi sono arresa.

Sono stata lì lì per lasciar perdere almeno settecentodieci volte.  
Tipo ogni volta che tornavo a casa a pezzi da Nuovo Recinto, e avevo solo voglia di dormire.
Ogni volta che gli amici organizzavano serate scoppiettanti, mentre a me toccava la solitudine della tastiera.
E soprattutto, ogni volta che Aldo mi ha detto No, Vale, proprio non va bene questa roba che hai scritto. 
Scrivere un romanzo è un po' come fare un figlio. Direste mai a una madre Tuo figlio è un cesso
La reazione immediata a chi ti dice che tuo figlio è un cesso è chemminchiavuolequesto e la voglia di mollare un cazzottone a chi ha osato insultare la tua creatura è molta. 
Ma il difficile arriva quando tuo figlio lo guardi e cazzo: è un cesso davvero. Ed è lì che ti senti inadatta, incapace, e ti vergogni come un cane per il solo fatto di aver pensato di essere all'altezza; ed è lì che la cosa più facile del mondo sarebbe 


M O L L A R E . 

Non l'ho fatto. 

Ogni volta, di fronte agli ostacoli, magari ho pianto un po', ma mi sono rimboccata le maniche e ho ricominciato a lavorare. 

Fino alla fine.

Fino in fondo.

Mio figlio sta per nascere. E ogni scarrafone...



sabato 27 luglio 2013

Alla faccia di Bukowski

“Li odiai a prima vista, tutti lì seduti a fare gli intelligenti e i superiori. Si annullavano a vicenda. La cosa peggiore per uno scrittore è conoscere un altro scrittore, o peggio ancora, conoscere parecchi altri scrittori. Come mosche sullo stesso stronzo.”

Così scriveva  Bukowski (il brano è tratto da Donne) e io spero che avesse torto. Ma proprio torto marcio, perché noi meritiamo di fare faville!
Noi chi? Noi de I Sognatori, la prima Factory Editoriale italiana. 


Suona bene, eh? 
La Prima Factory Editoriale Italiana! 
Divento più alta quando lo dico.

Siamo tanti (l’obiettivo è cento, e ci stiamo lavorando), siamo belli anche quando siamo brutti, siamo giovani anche quando siamo vecchi.

Che facciamo? Scriviamo storie, ma non è mica tutto lì. Ci aiutiamo a scriverle. Impariamo imparando e insegnando. Raccontiamo storie e raccontiamo a tutti che raccontiamo storie. Così poi le nostre storie qualcuno le legge. Sennò che le scriviamo a fare?

Volete sapere cosa stiamo combinando? Fate così: iscrivetevi alla nostra mailing list. Mandate una mail a info@casadeisognatori.com e dite ad Aldo Moscatelli, il nostro editore condottiero, che volete essere informati dei progressi della Factory. 

Noi vi manderemo (ogni tanto, con discrezione) un’email per dirvi che è uscito un libro nuovo o che stiamo organizzando un evento. 

Faremo un sacco di fantastiliardiscintillanticose.
Alla faccia di Bukowski.

mercoledì 30 gennaio 2013

Leccare la farina, Murakami e Mozart



Ogni volta che un amico ha provato a spiegarmi la musica, ho detto: no, grazie. 
Non volevo che svelasse il trucco, che smontasse la magia.
Non volevo inseguire la linea di basso, l'assolo di chitarra come fossero slegati.
"Mi piace il sapore della torta, il gusto che viene dalla somma e dall'equilibrio degli ingredienti; non farmi leccare la farina."

Poi succedono cose.
Un amico mi fa notare che scrivere per se stessi è come masturbarsi. Niente di male, ma scopare è un'altra cosa.
Così.
Mando un racconto a un concorso letterario. E vinco: la pubblicazione del racconto in un'antologia e un contratto con I Sognatori. 
Sono fiera e preoccupata: la mia unica esperienza con qualcosa che sia più lungo di dieci pagine è l'Esperimento, che sì ormai è alle battute finali, ma che fatica.

Noodle (Gorillaz)


Leggo montagne di libri di scrittura creativa, quelli dei grandi: King, Vargas Llosa, Carver, Queneau.
Imparo a memoria le otto regole di Gaiman.
Le dieci regole di Leonard.
Le tredici regole di Palahniuk.
Il tridecalogo di Kerouac.

Ora, quando leggo, lecco la farina.
Mi soffermo sui personaggi, sulla coerenza del plot, sulle digressioni, sulle descrizioni, sui verbi dei dialoghi, sull'(ab)uso degli avverbi, sull'equilibrio della punteggiatura.
Non so se imparo a scrivere meglio.
Di certo, mi fotto la magia.

Fino a che.
1Q84.
La storia di Tengo, lo scrittore. Di Komatzu, l'editor. Di Fukaeri, la dislessica. Di Aomame, l'assassina il cui nome significa piselli verdi. Di Ogata, la vecchia che salva le donne. Di Tamaru, la guardia del corpo. Di Ushikawa, l'investigatore capoccione.
La storia di una truffa letteraria, di un mondo parallelo (ma forse due), di persone piccole che costruiscono crisalidi d'aria.

Descrivendo il lavoro di Tengo, Murakami infila regole e consigli di scrittura.

“Diede una scorsa al brano, aggiunse delle spiegazioni ai punti difficili da capire, e rese più visibile il flusso della narrazione. Eliminò le parti superflue e le ripetizioni, e integrò quelle insufficienti. Qui e là modificò l'ordine di alcuni passaggi o frasi.”

Ma 1Q84, che spalma le vicende dei personaggi in tre libri e mille pagine, è un romanzo pieno di parti superflue e ripetizioni: quante volte Ushikawa fa pipì? Quanti sono i pomeriggi che Aomame passa sul balcone, con la coperta sulle gambe, ad aspettare che Tengo si piazzi sullo scivolo del parco illuminato con le lampade ai vapori di mercurio?

Raccontando le avventure di Aomame, Murakami fa dire a Tamaru:

- Čechov ha scritto: «Se in un romanzo compare una pistola, bisogna che spari».
- Che significa?
Tamaru si mise in piedi di fronte a Aomame. Era più alto di lei solo pochi centimetri.
- Vuol dire che in un racconto non si devono introdurre oggetti se non sono necessari. Se in un racconto spunta una pistola, è necessario che a un certo punto della narrazione venga fatta sparare.

Ma la pistola. La pistola descritta cento volte, la pistola che Aomame impara a smontare e rimontare al buio, la pistola descritta con tanta minuzia che tu che leggi ne senti l'odore, il freddo, il peso. Quella cazzo di pistola, alla fine, non spara.

È sempre Tamaru che dice:

- Cechov è un grande scrittore, ma il suo modo di pensare non vale per tutti. Non è vero che tutte le pistole che appaiono in una storia debbano fare fuoco.

Il terzo libro finisce. 
Ma.
Chi minchia sono i Little People? Che fine fa Fukaeri? E la donna che trombava Tengo?  E Tamaru e la vecchia? E tutta la faccenda del padre di Tengo che rompe il cazzo a chi non paga le tasse della televisione pure quando è in coma? E metti un tigre nel motore alla rovescia?

Murakami usa Komatsu e spiega.

Quello che apprezzo di più, soprattutto per quanto riguarda i romanzi, è non riuscire a comprenderli completamente. Non nutro alcun interesse per le opere di cui mi sembra di capire tutto.

Eppure.
Me lo sono bevuto tutto, ed era fresco e buono.
Mi sono annoiata, lì sul balcone con Aomame?
Mi sono annoiata, lì al capezzale del padre di Tengo?
Mi sono annoiata, lì nell'appartamento gelido con Ushikawa?
Mai.
Mi sono incazzata quando è finito senza dire dei Little People, della vecchia, dell'amante, di Fukaeri, del tigre girato alla rovescia?
Neanche per idea.
Ho lasciato andare Tengo e Aomame.
E per quattro notti ho guardato il cielo sperando di veder spuntare la seconda luna, piccola, verde e rugosa come un pisello.

E quindi?
Quindi niente.

Stamattina il mio amico Claudio mi scrive così:


oggi parleremo di:
Verdi
è un contasorie, uno col plot.
Mozart invece ti racconta impeccabilmente la situazione.
non ne ha bisogno.
ascoltiamoli nell'incipit sullo stesso lavoro: 
messa da requiem


mozart è anni luce avanti.
senza plot, senza un cazzo.
è trascendenza pura, è l'anima degli dei, altro che commedie e colpi di scena
ma scherziamo?
mozart!

Sìsì. Certo che sì. 'Fanculo alle regole, 'fanculo al plot.
A patto però di essere Murakami. O Mozart.


lunedì 29 ottobre 2012

FORESTO




Ho gli occhi incollati. Mi stropiccio la faccia ruvida e che palle: mi tocca farmi la barba. Oggi è giorno d’ispezione. Che per passare uno straccio fetente sul pavimento di una stazione pare ci sia bisogno di sembrare damerini. Ma io sto zitto, mi faccio gli affari miei. Sarò lustro come un bambino il primo giorno di scuola: basta che mi lascino in pace.
Guarda, Ispettore: mi faccio la doccia, mi striglio, mi sbarbo e mi pettino questi quattro peli così, all’indietro, come un attore del cinema. Non sono neanche male, una volta ripulito. Non fosse per 'sto naso.
Al diavolo, è tardi. Devo andare.
È buio pesto, maledetto sia l’inverno infinito. La mano che regge il sacchetto con la divisa è gelida e spaccata sulle nocche; la pelle secca sanguina e brucia, e brucia la faccia appena rasata contro la lana del cappotto.
Sbatto forte i piedi mentre aspetto l’autobus e una fighetta in tiro mi lancia un’occhiata sbilenca. Sbatto i piedi più forte di prima, lei si volta e si allontana qualche passo. Brava, levati di torno.
Occupo l’ultimo posto libero sul bus, piazzo il sacchetto tra le gambe, mi accomodo, sospiro e il tizio che mi sta di fronte indietreggia. Non mi sono lavato i denti. Devo ricordarmi di non fiatare durante l’ispezione.
Il dondolio è soporifero, ma se mi addormento perdo la fermata e magari, pure, mi spettino. La lotta contro il sonno è crudele,  fa male al cuore, così mi alzo: non manca poi molto.
All’orizzonte, una striscia chiara denuncia il giorno. L’ennesimo giorno di merda.
Percorro spedito il viale alberato; in fondo, tra gli ippocastani nudi, mi aspetta la stazione: austera, imponente e lucida d’umido. Salgo la scalinata evitando i viaggiatori frenetici, attraverso l’atrio, caracollo davanti alle vetrine dei negozi spenna-allocchi, supero i cessi e sguscio nello spogliatoio.
Di spalle alla porta, mi sono appena infilato la divisa e sto bestemmiando perché la tintoria mi ha fatto saltare un bottone, quando un coppino mi spedisce col muso contro lo sportello dell’armadietto. So che è il Corto ancor prima di alzare la testa.
“Ti sei fatto bello, eh? Leccaculo!”
Stringo i denti e un sapore di ferro mi riempie la bocca.
“Vuoi far contento l’ispettore, vero ruffiano?”
E mi molla uno scappellotto da sotto in su,  lui, che è più basso di me di una testa.
“Non voglio guai,” gli dico. “Lasciami in pace.”
Mi spinge contro il muro, temo un cazzotto in testa, ma qualcuno bussa ed entra: l’Ispettore. Ci ricomponiamo in un istante, io mi liscio la divisa e comincio a pregare che  non si accorga del bottone.
“Le manca un bottone,” sibila viscido. Vestito di nero da capo a piedi, la bocca che è un taglio nella faccia da morto, sembra un vampiro.
“Mi dispiace, signor Ispettore, sono mortificato; ma la tintoria…”
“Non mi interessano gli affari suoi,” dice schifato, neanche gli stessi raccontando dei miei funghi; poi mi rendo conto di avergli alitato in faccia.
"Apra l'armadietto," dice.
I miei vestiti sono piegati, i calzini infilati nelle scarpe appaiate. Mi liscio i capelli mentre lui estrae il taccuino nero.
"Un richiamo per quel bottone. È il secondo in un mese," dice allungando la esse.
Annuisco fissandomi i piedi. Ingoio un grumo di vergogna e paura e aspetto il seguito. Che non arriva.
L'Ispettore passa oltre e si sposta davanti al Corto. Non è più così spavaldo ora che ha davanti Nosferatu e, ci scommetto, rimpiange di non aver messo più cura nello sbarbarsi, stamattina: un'isola di peli sul mento violaceo attira l'attenzione dell'Ispettore che scuote la testa inorridito. La divisa ha tutti i bottoni, ma è sgualcita e macchiata e nell'armadietto sembra sia passato un tornado. Il deodorante alla lavanda si mischia al tanfo di formaggio; l'Ispettore, rapido, richiude. La foto di una zoccola bionda si stacca dall'anta e svolazza nello stanzino.
L'Ispettore annota, muto.
Il Corto sposta il peso da una gamba all'altra e accarezza col pollice lo spigolo metallico dell'armadietto. Un sorriso beota vorrebbe forse ingraziarsi Nosferatu.
L'Ispettore fa il giro dello spogliatoio in tre passi, ficca il naso affilato nei cassetti, esplora il bagno e l'armadio delle scope. Scrive.
Apre il borsello di pelle, mette via il taccuino, si spolvera disgustato una manica, aggiusta il foulard e apre la porta. Sulla soglia, rivolto a me, dice: "Vada immediatamente in sartoria e si faccia cucire quel bottone. Non l'ha perso, vero?"
L'ha perso quella cazzona della lavandara, mica io. Il bottone dorato con il logo della stazione.
"Nossignore, non l'ho perso," mento.
"Meglio per lei."
Guardando il Corto dall'alto, aggiunge: "Il terzo richiamo in un mese. Vada pure a casa: la lettera di licenziamento le arriverà in giornata dall'amministrazione."
Chiude la porta e la conversazione. Il moto d'aria sposta il ciuffo dalla faccia attonita del Corto. Occhi sbarrati, sembra un coniglio selvatico paralizzato dai fari, finché lo sconcerto diventa collera e gli occhi, prima tondi, diventano due fessure, mentre la bocca si chiude e si piega in una smorfia feroce.
Mi appiattisco sulla porta dell'armadietto. Ora se la prende con me, sta' a vedere. Ma no. Si strappa la divisa con un grugnito, ci sputa sopra che è ancora in mutande, la prende a calci, prende a calci il muro, l'armadietto. L'anta vomita fuori i suoi vestiti sudici, le scarpe rotolano a terra. Si riveste masticando parole di rabbia, infila la porta e sparisce alla mia vista.
Mi accascio a terra, sgonfio per lo scampato pericolo. Resto così trenta secondi, occhi chiusi e testa appoggiata al muro, a riprendere fiato. Mi scuoto, tiro fuori il coltellino dalla tasca dei pantaloni e, uno a uno, stacco i bottoni dalla divisa strappata del Corto. A lui non servono più e io mi salvo le chiappe. Butto la divisa nell'immondizia. Se qualcuno mi chiede, dico: "È stato lui."

Capelli raccolti in una crocchia, tailleur color fango e decoltè corallo. Sembra che il buon gusto abiti altrove, ma la realtà è che quello non è il suo stile: è il capo che la vuole così. Il capo, che pretende tutto pronto per ieri, così le giornate non hanno fine e le domeniche le passa in ufficio, mentre lui, il capo, se la spassa in barca. E guai a chiedere due soldi in più. Ogni mattina, alla stazione, la tentazione di salire su un treno per il sud è forte. Andare via, mollare tutto. Troverà mai il coraggio?

Appoggio scopa e carrello al muro e busso. Aspetto. Forse ho bussato piano. Busso, stavolta più energico.
"Avanti!" gracchia una voce.
La Vecchia ci sta dando dentro con la macchina da cucire: pedala, pedala, rototom. Ci credo che non sentiva i colpi alla porta. Mi fissa da sopra gli occhialetti a mezzaluna e chiede: "Cosa vuoi?"
"Signora, ha tempo per ricucirmi un bottone?"
"No che non ce l'ho. Non vedi?" dice, indicando una pila alta fino al soffitto di giacche scucite e braghe senza orli.
"Dovrò portarmi il lavoro a casa. Anche oggi."
Rototom rototom.
"Se mi presta un ago faccio da solo," dico io. Che se incontro l'Ispettore faccio la fine del Corto. E poi come lo pago l'affitto della topaia.
"Nel cesto, là sul davanzale," grida la Vecchia.
Seduto su uno sgabello di legno, cucio il bottone alla bell'e meglio. Saluto la Vecchia, riprendo il carrello e mi incammino.

Bello e sorridente, gira con la più gnocca della scuola. Due sfigati gli passano accanto veloci.
"Calma, calma. Dove correte?"
I due si scambiano un'occhiata nervosa.
"Voi li avete fatti i compiti, vero?"
Il più basso avvampa.
"Certo che è vero. Che altro avete da fare, voi due?" dice ghignando. Anche la gnocca ride.
"Forza. Non ho voglia si sporcarmi le mani sulle vostre facce pustolose."
Paonazzi, aprono gli zaini e gli allungano i quaderni.
"Che bravi. Quando ho finito di copiare ve li riporto. Se me lo ricordo."
La gnocca gli porta i quaderni e lo abbraccia; se ne vanno, seguiti dagli sguardi invidiosi di tutti.
"Lo sai, vero, che non li riavremo mai?" dice quello basso.
"Certo che lo so. E ora?"
"E ora ci becchiamo un'insufficienza. Chi glielo spiega a mia madre?"
Quello alto, pensieroso, tira gli elastici dell'apparecchio per i denti.
"Andiamocene," dice.
"E dove?"
"Via di qui, chi se ne frega. Andiamo in stazione e prendiamo un treno a caso."
“E mia madre?”
“Penso io alla giustificazione: sono bravo con le firme.”

La sala d'attesa a quest'ora è mezza vuota.
Raccolgo biglietti usati, cartacce, polvere e fango secco. Se la gente guardasse dove mette i piedi...
Pulisco tutto e sento nella testa la voce dell'Ispettore: "Voglio i pavimenti a specchio, ci si deve poter mangiare. Il decoro della Stazione dev'essere il vostro obiettivo, la vostra missione." Tutte quelle esse. Unghie sulla lavagna.
Pulisco sapendo che tra un'ora sarà tutto come prima. Pulisco sapendo che dovrò rifare tutto ancora e ancora. Scopo con stizza, sollevo una nube di polvere e investo un Foresto seduto da solo in un angolo. Lui non protesta, io proseguo senza chiedere scusa.

"Le sue analisi sono preoccupanti," aveva detto la dottoressa al ciccione sudato. E l'aveva messo a dieta ferrea: niente dolci, niente grassi, niente alcol. È un mese che il ciccione non riesce a dormire: pensa al cibo, ascolta lo stomaco che brontola, tenta il sonno con la tv, ma la pubblicità è una tortura di intingoli. Allora esce, cammina per la città fredda, allunga il passo e serra la mascella davanti ai bar. È mattina, ce l'ha quasi fatta. Ma il profumo di fritto del bar della stazione è inebriante.

Prendo uno straccio dal carrello e levo le ditate dalle maniglie e dai vetri della sala. Il Foresto mi osserva impaziente, forse spera che me ne vada. Bello mio, sapessi quanto vorrei accontentarti. Con la coda dell'occhio, lo vedo afferrare lo zaino da sotto la sedia, appoggiarlo sulle ginocchia, aprirlo e prendere un contenitore di plastica azzurro e una forchetta. Quando toglie il coperchio, una zaffata pestilenziale mi investe e satura l'aria già viziata della sala d'attesa. Mi lacrimano gli occhi e mi copro naso e bocca con la manica mentre guardo il Foresto avido infilarsi in bocca un coagulo di roba verde. Cristo, che schifo. Hai vinto Foresto, levo le tende. Torno dopo a finire qui dentro.
Raccatto straccio e scopa e vado verso l’uscita. Il Foresto sorride con gli occhi, si lecca le labbra verdi, fa un cenno di saluto con la testa. Rabbrividisco e non ricambio, in fuga da quel fetore.

La cravatta e lo schifo gli stringono la gola. Corre nell'atrio, verso la biglietteria. Per inseguire i brutti pensieri, perde il treno.
"Maledetta troia. Troia e imbecille: lo sai che la faccio io la lavatrice, no? Se proprio devi scoparti quel porco del tuo capo, puoi almeno togliere i suoi bigliettini osceni dalle tasche? Imbecille io, che t'ho sposata. Ma vedrai che sorpresa, stasera, quando la chiave non aprirà la porta."

Appena fuori dalla sala d'attesa, qualcuno mi scontra: il Corto. "Sei ancora qui," gli dico. I suoi bottoni mi bruciano in tasca.
"Sì, sono ancora qui," dice lui, aromatizzato alcolico.
"Sei ubriaco."
"Sono ubriaco, sì, sono ubriaco, allora?" sbraita aggressivo. Ma perché non sto zitto?
"Scusa," biascico.
Qualcosa lo distrae e mi salva, per la seconda volta. Oggi non gioco alla lotteria, la mia dose di culo me la sono spesa.
"Cos'è 'sto tanfo? Te la sei fatta sotto?"
"La colazione di quello lì," dico indicando col mento il Foresto. Il Corto entra nella sala come una furia. Ho già capito come va a finire, mi porto fuori tiro. Trascino piedi e carrello lontano, zigzagando tra la gente. Ho lasciato i guanti in sala d'attesa, porco demonio. Mi volto e vedo Il Corto inveire contro il Foresto. Non sento quello che dice, sembra un pesce chiatto in un acquario squallido. Il Foresto, rannicchiato sulla sedia, sta chiudendo in fretta il contenitore del suo cibo immondo. Il gesto non placa il  Corto.
La gente rallenta.
Una donna grassa porta via il marito di peso.
La Vecchia, in pausa dal suo rototom, cammina e mastica un dolce con le gengive; nota il trambusto, si ferma. Ha un’aria sadica e goduta.
Due ragazzotti, zaini in spalla e facce da pirla, si piazzano davanti allo spettacolo del Corto che spintona il Foresto. Ridono.
Altri si aggiungono, qualcuno finge di non vedere.
Ramazzando, ostento indifferenza e mi avvicino di qualche passo.
Il Foresto raccoglie le sue carabattole, si fa piccolo piccolo e, carponi, tenta di uscire dalla sala d’attesa. Il Corto è troppo ubriaco e troppo incazzato per lasciarlo andare: lo agguanta per il collo della camicia, come farebbe con un gatto rognoso, e lo butta fuori, nell’atrio.
Una donna si sposta di lato, inorridita, e lascia che rotoli sul pavimento, di fianco alle sue scarpe corallo.
“Ti ho fatto una domanda,” gli sta gridando il Corto. “Capisci la mia lingua?”
Il Foresto è tutto occhi. Trema.
“Ti comporti così a casa tua? Smerdi in giro?”
Sono a mezzo metro dal gruppo, seminascosto da un pilastro; ramazzo, taccio, sbircio tra le ciglia; un tale incravattato chiede: “Cos’ha fatto?” e sento la donna rispondere: “Ha usato la sala d’attesa come gabinetto.”
“Cosa? Ha cagato là dentro?”
“Sì, sulla poltrona," risponde il ragazzotto basso. "E quel tizio è stato licenziato per colpa sua.”
“Figlio di…”
“Sì, figlio di puttana!” grida un ciccione sudato. “Torna da dove sei venuto, schifoso!”
La folla cresce. La rabbia pure. Tutti sono certi che il Foresto l’abbia fatta in sala d’attesa. E che il Corto sia stato licenziato perché l’Ispettore ha trovato la torta fumante sulla poltrona.
Il Foresto è circondato, stringe lo zaino tra le braccia, ha la testa incassata nelle spalle. Aspetta le botte, sa che arriveranno. Non emette un suono mentre lo spazio intorno a lui si riduce. Il ragazzotto basso fa per sferrargli un calcio, ma, imbranato come nessuno, calibra male, perde l’equilibrio e cade. L’altro viene avanti e grida: “Avete visto? Gli ha fatto lo sgambetto, ha fatto cadere il mio amico!”
Gli tira un calcio in un fianco ed è come un gong: il tale incravattato immobilizza il Foresto da dietro, i ragazzotti e il ciccione lo riempiono di calci e pugni e sberle, perché ha cagato a casa nostra, perché ha fatto licenziare uno di noi, perché ha picchiato il mio amico, perché mia moglie si scopa il suo capo, perché la mia faccia è un campo di pustole, perché ho una fame che mangerei Dio. Perché.
Esauriti i perché, la folla si spegne, si disperde, ognuno va per la sua strada. La Vecchia sputa sul corpo del Foresto, tutto bubboni e lividi e sangue. Il Foresto non si muove. Stringe ancora lo zaino.
Piano, lento, assicurandomi che nessuno mi veda, vengo fuori da dietro la colonna e mi avvicino. Una bolla di sangue da una narice si gonfia e scoppia: il Foresto respira. Chiamo l’ambulanza, ma quando chiedono il mio nome, attacco. Mi faccio i fatti miei, io. Non voglio guai. Prima di sparire anch’io, leggo sullo zaino il nome del Foresto.

Un grave episodio di razzismo si è verificato ieri mattina alla Stazione Centrale. Lo straniero, Roberto Parodi, è all'ospedale con una prognosi di dieci giorni. Aveva lasciato l'Italia e la sua città, Genova, solo una settimana fa, in cerca di un lavoro. Gli aggressori non sono ancora stati individuati.