Mi aspettano a Santo Stefano al Mare, vicino a Imperia, per presentare "Mara conta i passi".
Sono
in ritardo, non è da me. Apro la porta e mi trovo davanti una scala: qualcuno
ha deciso che questo era il momento giusto per salire in soffitta.
E la botola per la soffitta è
davanti a casa mia.
E la scala è davanti alla mia porta.
Il sangue napoletano
ribolle. “Sotto la scala vuoi passare? Ma ti sei ammattita, nennella? Sventura e
disgrazia, non si passa sotto la scala, mai!”
Sono
le dieci e un quarto, il treno parte tra quaranta minuti. Faccio appello al
raziocinio austriaco: a meno che la scala non mi cada in testa,
non può succedere proprio niente a passarci sotto. E poi ho la pietra Dokrostone con me, mi protegge. Coraggio.
Scendo
di corsa le scale (sei piani, i soliti sei piani) e sudo e arranco fino alla
fermata del bus. Il tabellone futuristico mi avvisa che il 7 passerà tra venti
minuti. Sbianco mentre penso che la tecnologia serve solo a dirti che i mezzi
pubblici fanno cacare.
Passeggio avanti e indietro senza appoggiare borsa
grande con mutande e libri, borsa piccola con portafoglio e telefono, borsa media
con Funo (il mio portatile, si chiama così). Sembro una giostra, un calcinculo
coi seggiolini mosci. Ho pure scordato di mettere gli anelli e sento le dita nude. Provo a stare
calma, mando un tweet dissimulando la disperazione ma sperando che qualcuno la
senta lo stesso e mi mandi una virtualcarezza d’incoraggiamento. Che arriva. Insieme al maledetto 7.
Venti minuti.
Tutto
fila, lento ma liscio, e arriviamo a cinque metri dalla fermata che mancano
dieci minuti alla partenza del treno. Ma c’è un accrocchio di autobus (è
sabato, c’è il sole, è pieno di quei pullman con le orecchie che portano a spasso i turisti) e il 7
si ferma. Siamo a uno sputo dalla fermata, e si ferma. Mi alzo, con borsa borsone borsetta, e mi lancio in braccio al
cocchiere.
“Non
è che puo' aprire qui?”
“No.”
Sette minuti.
Il
groviglio si scioglie, l’autobus avanza, si ferma, apre le porte. Mi precipito
sul marciapiede e corro, con borsa borsina borsone che pesano di più a ogni
passo; c’è una scolaresca più avanti, non me la sento di attraversare quel mare di marmocchi, così decido di attraversare in un punto dove
non attraverso mai.
Cinque minuti e cinquecento metri: impossibile.
Ma
c’è un passaggio.
Non
c’era, giuro.
È
comparso nel muro, una roba tipo la Stanza delle Necessità di Harry Potter, e
mi porta dritto dentro la stazione, nell’atrio, davanti al tabellone che mi dice respira, il tuo treno è in ritardo di dieci minuti. Sta arrivando proprio ora. Al binario 17.
(Sì, vabbè, starete pensando: la scala, l'autobus, l'ingorgo, il
passaggio segreto, il binario 17. Ma poiché il bello deve ancora
venire, vi dico fidatevi o smettete di leggere. Ora.)
Il
treno sta entrando in stazione, ho giusto il tempo di controllare il numero del
posto assegnatomi dal sistema automatico di prenotazione.
Sì! Finalmente un buon segno! Adams, proteggimi tu!
Le
porte del treno si aprono, lascio scendere chi deve (chiude la fila una tizia coi capelli
viola: Tonks!) e salgo sulla carrozza 7, alla ricerca del posto 42. Avanzo
ingoffita da borsa borsone borsetta (ormai di piombo), lo trovo.
E resto di pietra: nel posto 44, cioè quello di fianco al mio, c’è Mara
bambina: i capelli di fuoco, la pelle di neve, la bocca socchiusa sui denti
imperfetti. Guarda per terra mentre mangia un panino. Col prosciutto, credo.
La
bambina si chiama Denise. Avrà dieci anni e in questo momento, seduta di
fianco a me, sta leggendo il mio libro. Ha appena detto a suo padre: “Sto per leggere il capitolo due. Ora ho capito perché ci sono tutti questi disegni sulla copertina: è una scienziata!” Sì, il libro di Mara, il mio libro(il suo libro!), gliel’ho regalato. E lei, in cambio, mi ha regalato un anello. Un anello figo, da grande, non uno di quei cosilli con le ciliegie, quegli affari da principessa frufrù.
Che ci faceva, Denise (ma sei sicura di chiamarti Denise?), un anello così nella tua borsa di bambina? Aspettavi qualcuno a cui regalarlo? Aspettavi me?
Grazie bambina. Ora le mie dita non sono più nude.
Ora posso passare sotto tutte le scale del mondo.
(Ma la pietra Dokrostone me la tengo lo stesso. Sapete com'è.)
Brava, mi dice l'Omonero. Brava, mi dice mia madre. Brava, mi dicono mio fratello e gli amici antichi e gli amici nuovi. E io, tutti questi BRAVA, me li prendo. La prossima settimana uscirà il mio romanzo. "Mara conta i passi", si intitola. Intendiamoci, mica mi prendo i Brava perché penso d'aver scritto un capolavoro. Tutt'altro: è una piccola, piccola cosa. Una piccola cosa di cui nessuno sentiva il bisogno, una piccola cosa che non aggiungerà nulla al panorama letterario.
Io, tutti quei "Brava" me li piglio perché sono arrivata in fondo. Quest'avventura è durata mesi, e in questi mesi, che quanti sono non lo so più, sono successe tante cose. Avrebbe dovuto essere un romanzo a quattro mani (sei, dicevo io, contando quelle del capitano della Factory, Aldo Moscatelli), ma poi di mani ne sono rimaste solo due: le mie. Ma non mi sono arresa. Sono stata lì lì per lasciar perdere almeno settecentodieci volte. Tipo ogni volta che tornavo a casa a pezzi da Nuovo Recinto, e avevo solo voglia di dormire. Ogni volta che gli amici organizzavano serate scoppiettanti, mentre a me toccava la solitudine della tastiera. E soprattutto, ogni volta che Aldo mi ha detto No, Vale, proprio non va bene questa roba che hai scritto. Scrivere un romanzo è un po' come fare un figlio. Direste mai a una madre Tuo figlio è un cesso? La reazione immediata a chi ti dice che tuo figlio è un cesso è chemminchiavuolequesto e la voglia di mollare un cazzottone a chi ha osato insultare la tua creatura è molta. Ma il difficile arriva quando tuo figlio lo guardi e cazzo: è un cesso davvero. Ed è lì che ti senti inadatta, incapace, e ti vergogni come un cane per il solo fatto di aver pensato di essere all'altezza; ed è lì che la cosa più facile del mondo sarebbe
M O L L A R E .
Non l'ho fatto. Ogni volta, di fronte agli ostacoli, magari ho pianto un po', ma mi sono rimboccata le maniche e ho ricominciato a lavorare. Fino alla fine. Fino in fondo. Mio figlio sta per nascere. E ogni scarrafone...
“Li
odiai a prima vista, tutti lì seduti a fare gli intelligenti e i superiori. Si
annullavano a vicenda. La cosa peggiore per uno scrittore è conoscere un altro
scrittore, o peggio ancora, conoscere parecchi altri scrittori. Come mosche
sullo stesso stronzo.”
Così
scriveva Bukowski (il brano è tratto da Donne) e io spero che avesse torto. Ma proprio
torto marcio, perché noi meritiamo di fare faville!
Noi
chi? Noi deI Sognatori, la prima Factory Editoriale italiana.
Suona bene, eh?
La Prima Factory Editoriale Italiana!
Divento più alta quando lo dico.
Siamo
tanti (l’obiettivo è cento, e ci stiamo lavorando), siamo belli anche quando
siamo brutti, siamo giovani anche quando siamo vecchi.
Che
facciamo? Scriviamo storie, ma non è mica tutto lì. Ci aiutiamo a scriverle.
Impariamo imparando e insegnando. Raccontiamo storie e raccontiamo a tutti che
raccontiamo storie. Così poi le nostre storie qualcuno le legge. Sennò che le
scriviamo a fare?
Volete
sapere cosa stiamo combinando? Fate così: iscrivetevi alla nostra mailing list. Mandate
una mail a info@casadeisognatori.com e dite ad Aldo Moscatelli, il nostro editore
condottiero, che volete essere informati dei progressi della Factory.
Noi vi
manderemo (ogni tanto, con discrezione) un’email per dirvi che è uscito un
libro nuovo o che stiamo organizzando un evento.
Faremo un sacco di fantastiliardiscintillanticose.
Ogni volta che un amico ha provato a spiegarmi la musica, ho detto: no,
grazie.
Non volevo che svelasse il trucco, che smontasse la magia.
Non volevo inseguire la linea di basso, l'assolo di chitarra come fossero
slegati.
"Mi piace il sapore della torta, il gusto che viene dalla somma e
dall'equilibrio degli ingredienti; non farmi leccare la farina."
Poi succedono cose.
Un amico mi fa notare che scrivere per se stessi è come masturbarsi. Niente di
male, ma scopare è un'altra cosa.
Così.
Mando un racconto a un concorso letterario. E vinco: la pubblicazione del
racconto in un'antologia e un contratto con I Sognatori.
Sono fiera e preoccupata: la mia unica esperienza con qualcosa che sia più
lungo di dieci pagine è l'Esperimento, che sì ormai è alle battute
finali, ma che fatica.
Noodle (Gorillaz)
Leggo montagne di libri di scrittura creativa, quelli dei grandi:
King, Vargas Llosa, Carver, Queneau.
Imparo a memoria le otto regole di Gaiman.
Le dieci regole di Leonard.
Le tredici regole di Palahniuk.
Il tridecalogo di Kerouac.
Ora, quando leggo, lecco la farina.
Mi soffermo sui personaggi, sulla coerenza del plot, sulle digressioni,
sulle descrizioni, sui verbi dei dialoghi, sull'(ab)uso degli avverbi,
sull'equilibrio della punteggiatura.
Non so se imparo a scrivere meglio.
Di certo, mi fotto la magia.
Fino a che.
1Q84.
La storia di Tengo, lo scrittore. Di Komatzu, l'editor. Di Fukaeri, la
dislessica. Di Aomame, l'assassina il cui nome significa piselli verdi. Di Ogata, la vecchia che salva le donne. Di Tamaru,
la guardia del corpo. Di Ushikawa, l'investigatore capoccione.
La storia di una truffa letteraria, di un mondo parallelo (ma forse due),
di persone piccole che costruiscono crisalidi d'aria.
Descrivendo il lavoro di Tengo, Murakami infila regole e consigli di
scrittura.
“Diede una scorsa al
brano, aggiunse delle spiegazioni ai punti difficili da capire, e rese più
visibile il flusso della narrazione. Eliminò le parti superflue e le
ripetizioni, e integrò quelle insufficienti. Qui e là modificò l'ordine di
alcuni passaggi o frasi.”
Ma 1Q84, che spalma le vicende dei personaggi in tre libri e mille pagine,
è un romanzo pieno di parti superflue e ripetizioni: quante volte Ushikawa fa
pipì? Quanti sono i pomeriggi che Aomame passa sul balcone, con la coperta
sulle gambe, ad aspettare che Tengo si piazzi sullo scivolo del parco
illuminato con le lampade ai vapori di mercurio?
Raccontando le avventure di Aomame, Murakami fa dire a Tamaru:
- Čechov ha scritto: «Se
in un romanzo compare una pistola, bisogna che spari».
- Che significa?
Tamaru si mise in piedi
di fronte a Aomame. Era più alto di lei solo pochi centimetri.
- Vuol dire che in un
racconto non si devono introdurre oggetti se non sono necessari. Se in un
racconto spunta una pistola, è necessario che a un certo punto della narrazione
venga fatta sparare.
Ma la pistola. La pistola descritta cento volte, la pistola che Aomame
impara a smontare e rimontare al buio, la pistola descritta con tanta minuzia
che tu che leggi ne senti l'odore, il freddo, il peso. Quella cazzo di pistola,
alla fine, non spara.
È sempre Tamaru che dice:
- Cechov è un grande
scrittore, ma il suo modo di pensare non vale per tutti. Non è vero che tutte
le pistole che appaiono in una storia debbano fare fuoco.
Il terzo libro finisce. Ma.
Chi minchia sono i Little People? Che fine fa
Fukaeri? E la donna che trombava Tengo? E Tamaru e la vecchia? E tutta la
faccenda del padre di Tengo che rompe il cazzo a chi non paga le tasse della
televisione pure quando è in coma? E metti
un tigre nel motore alla rovescia?
Murakami usa Komatsu e spiega.
Quello che apprezzo di
più, soprattutto per quanto riguarda i romanzi, è non riuscire a comprenderli
completamente. Non nutro alcun interesse per le opere di cui mi sembra di capire
tutto.
Eppure.
Me lo sono bevuto tutto, ed era fresco e buono.
Mi sono annoiata, lì sul balcone con Aomame?
Mi sono annoiata, lì al capezzale del padre di Tengo?
Mi sono annoiata, lì nell'appartamento gelido con Ushikawa?
Mai.
Mi sono incazzata quando è finito senza dire dei Little People, della
vecchia, dell'amante, di Fukaeri, del tigre
girato alla rovescia?
Neanche per idea.
Ho lasciato andare Tengo e Aomame.
E per quattro notti ho guardato il cielo sperando di veder spuntare la
seconda luna, piccola, verde e rugosa come un pisello.
Ho
gli occhi incollati. Mi stropiccio la faccia ruvida e che palle: mi tocca farmi
la barba. Oggi è giorno d’ispezione. Che per passare uno straccio fetente sul
pavimento di una stazione pare ci sia bisogno di sembrare damerini. Ma io sto
zitto, mi faccio gli affari miei. Sarò lustro come un bambino il primo giorno
di scuola: basta che mi lascino in pace.
Guarda,
Ispettore: mi faccio la doccia, mi striglio, mi sbarbo e mi pettino questi
quattro peli così, all’indietro, come un attore del cinema. Non sono neanche male, una volta ripulito. Non fosse per 'sto naso.
Al
diavolo, è tardi. Devo andare.
È
buio pesto, maledetto sia l’inverno infinito. La mano che regge il sacchetto
con la divisa è gelida e spaccata sulle nocche; la pelle secca sanguina e
brucia, e brucia la faccia appena rasata contro la lana del cappotto.
Sbatto
forte i piedi mentre aspetto l’autobus e una fighetta in tiro mi lancia
un’occhiata sbilenca. Sbatto i piedi più forte di prima, lei si volta e si allontana qualche passo. Brava, levati di torno.
Occupo
l’ultimo posto libero sul bus, piazzo il sacchetto tra le gambe, mi accomodo,
sospiro e il tizio che mi sta di fronte indietreggia. Non mi sono lavato i
denti. Devo ricordarmi di non fiatare durante l’ispezione.
Il
dondolio è soporifero, ma se mi addormento perdo la fermata e magari, pure, mi
spettino. La lotta contro il sonno è crudele,fa male al cuore, così mi alzo: non manca poi molto.
All’orizzonte,
una striscia chiara denuncia il giorno. L’ennesimo giorno di merda.
Percorro
spedito il viale alberato; in fondo, tra gli ippocastani nudi, mi aspetta la
stazione: austera, imponente e lucida d’umido. Salgo la scalinata evitando i
viaggiatori frenetici, attraverso l’atrio, caracollo davanti alle vetrine dei
negozi spenna-allocchi, supero i cessi e sguscio nello spogliatoio.
Di
spalle alla porta, mi sono appena infilato la divisa e sto bestemmiando perché
la tintoria mi ha fatto saltare un bottone, quando un coppino mi spedisce col
muso contro lo sportello dell’armadietto. So che è il Corto ancor prima di
alzare la testa.
“Ti
sei fatto bello,
eh? Leccaculo!”
Stringo
i denti e un sapore di ferro mi riempie la bocca.
“Vuoi
far contento l’ispettore, vero ruffiano?”
E
mi molla uno scappellotto da sotto in su,lui, che è più basso di me di una testa.
“Non
voglio guai,” gli dico. “Lasciami in pace.”
Mi
spinge contro il muro, temo un cazzotto in testa, ma qualcuno bussa ed entra:
l’Ispettore. Ci ricomponiamo in un istante, io mi liscio la divisa e comincio a
pregare chenon si accorga del bottone.
“Le
manca un bottone,” sibila viscido. Vestito di nero da capo a piedi, la bocca
che è un taglio nella faccia da morto, sembra un vampiro.
“Mi
dispiace, signor Ispettore, sono mortificato; ma la tintoria…”
“Non
mi interessano gli affari suoi,” dice schifato, neanche gli stessi raccontando
dei miei funghi; poi mi rendo conto di avergli alitato in faccia.
"Apra
l'armadietto," dice.
I
miei vestiti sono piegati, i calzini infilati nelle scarpe appaiate. Mi liscio
i capelli mentre lui estrae il taccuino nero.
"Un
richiamo per quel bottone. È il secondo in un mese," dice allungando la
esse.
Annuisco
fissandomi i piedi. Ingoio un grumo di vergogna e paura e aspetto il seguito.
Che non arriva.
L'Ispettore
passa oltre e si sposta davanti al Corto. Non è più così spavaldo ora che ha
davanti Nosferatu e, ci scommetto, rimpiange di non aver messo più cura nello
sbarbarsi, stamattina: un'isola di peli sul mento violaceo attira l'attenzione
dell'Ispettore che scuote la testa inorridito. La divisa ha tutti i bottoni, ma
è sgualcita e macchiata e nell'armadietto sembra sia passato un tornado. Il
deodorante alla lavanda si mischia al tanfo di formaggio; l'Ispettore, rapido,
richiude. La foto di una zoccola bionda si stacca dall'anta e svolazza nello
stanzino.
L'Ispettore
annota, muto.
Il
Corto sposta il peso da una gamba all'altra e accarezza col pollice lo spigolo
metallico dell'armadietto. Un sorriso beota vorrebbe forse ingraziarsi
Nosferatu.
L'Ispettore
fa il giro dello spogliatoio in tre passi, ficca il naso affilato nei cassetti,
esplora il bagno e l'armadio delle scope. Scrive.
Apre
il borsello di pelle, mette via il taccuino, si spolvera disgustato una manica,
aggiusta il foulard e apre la porta. Sulla soglia, rivolto a me, dice:
"Vada immediatamente in sartoria e si faccia cucire quel bottone. Non l'ha
perso, vero?"
L'ha
perso quella cazzona della lavandara, mica io. Il bottone dorato con il logo
della stazione.
"Nossignore,
non l'ho perso," mento.
"Meglio
per lei."
Guardando
il Corto dall'alto, aggiunge: "Il terzo richiamo in un mese. Vada pure a
casa: la lettera di licenziamento le arriverà in giornata
dall'amministrazione."
Chiude
la porta e la conversazione. Il moto d'aria sposta il ciuffo dalla faccia
attonita del Corto. Occhi sbarrati, sembra un coniglio selvatico paralizzato
dai fari, finché lo sconcerto diventa collera e gli occhi, prima tondi,
diventano due fessure, mentre la bocca si chiude e si piega in una smorfia
feroce.
Mi
appiattisco sulla porta dell'armadietto. Ora se la prende con me, sta' a
vedere. Ma no. Si strappa la divisa con un grugnito, ci sputa sopra che è
ancora in mutande, la prende a calci, prende a calci il muro, l'armadietto.
L'anta vomita fuori i suoi vestiti sudici, le scarpe rotolano a terra. Si
riveste masticando parole di rabbia, infila la porta e sparisce alla mia vista.
Mi
accascio a terra, sgonfio per lo scampato pericolo. Resto così trenta secondi,
occhi chiusi e testa appoggiata al muro, a riprendere fiato. Mi scuoto, tiro
fuori il coltellino dalla tasca dei pantaloni e, uno a uno, stacco i bottoni
dalla divisa strappata del Corto. A lui non servono più e io mi salvo le
chiappe. Butto la divisa nell'immondizia. Se qualcuno mi chiede, dico: "È
stato lui."
Capelli
raccolti in una crocchia, tailleur color fango e decoltè corallo. Sembra che il
buon gusto abiti altrove, ma la realtà è che quello non è il suo stile: è il
capo che la vuole così. Il capo, che pretende tutto pronto per ieri, così le
giornate non hanno fine e le domeniche le passa in ufficio, mentre lui, il
capo, se la spassa in barca. E guai a chiedere due soldi in più. Ogni mattina,
alla stazione, la tentazione di salire su un treno per il sud è forte. Andare
via, mollare tutto. Troverà mai il coraggio?
Appoggio
scopa e carrello al muro e busso. Aspetto. Forse ho bussato piano. Busso,
stavolta più energico.
"Avanti!"
gracchia una voce.
La
Vecchia ci sta dando dentro con la macchina da cucire: pedala, pedala, rototom.
Ci credo che non sentiva i colpi alla porta. Mi fissa da sopra gli occhialetti
a mezzaluna e chiede: "Cosa vuoi?"
"Signora,
ha tempo per ricucirmi un bottone?"
"No
che non ce l'ho. Non vedi?" dice, indicando una pila alta fino al soffitto
di giacche scucite e braghe senza orli.
"Dovrò
portarmi il lavoro a casa. Anche oggi."
Rototom
rototom.
"Se
mi presta un ago faccio da solo," dico io. Che se incontro l'Ispettore
faccio la fine del Corto. E poi come lo pago l'affitto della topaia.
"Nel
cesto, là sul davanzale," grida la Vecchia.
Seduto
su uno sgabello di legno, cucio il bottone alla bell'e meglio. Saluto la
Vecchia, riprendo il carrello e mi incammino.
Bello e sorridente, gira con la più gnocca della scuola.
Due sfigati gli passano accanto veloci.
"Calma,
calma. Dove correte?"
I
due si scambiano un'occhiata nervosa.
"Voi
li avete fatti i compiti, vero?"
Il
più basso avvampa.
"Certo
che è vero. Che altro avete da fare, voi due?" dice ghignando. Anche la
gnocca ride.
"Forza.
Non ho voglia si sporcarmi le mani sulle vostre facce pustolose."
Paonazzi,
aprono gli zaini e gli allungano i quaderni.
"Che
bravi. Quando ho finito di copiare ve li riporto. Se me lo ricordo."
La
gnocca gli porta i quaderni e lo abbraccia; se ne vanno, seguiti dagli sguardi
invidiosi di tutti.
"Lo
sai, vero, che non li riavremo mai?" dice quello basso.
"Certo
che lo so. E ora?"
"E
ora ci becchiamo un'insufficienza. Chi glielo spiega a mia madre?"
Quello
alto, pensieroso, tira gli elastici dell'apparecchio per i denti.
"Andiamocene,"
dice.
"E
dove?"
"Via
di qui, chi se ne frega. Andiamo in stazione e prendiamo un treno a caso."
“E
mia madre?”
“Penso
io alla giustificazione: sono bravo con le firme.”
La
sala d'attesa a quest'ora è mezza vuota.
Raccolgo
biglietti usati, cartacce, polvere e fango secco. Se la gente guardasse dove
mette i piedi...
Pulisco
tutto e sento nella testa la voce dell'Ispettore: "Voglio i pavimenti a
specchio, ci si deve poter mangiare. Il decoro della Stazione dev'essere il
vostro obiettivo, la vostra missione." Tutte quelle esse. Unghie sulla
lavagna.
Pulisco
sapendo che tra un'ora sarà tutto come prima. Pulisco sapendo che dovrò rifare
tutto ancora e ancora. Scopo con stizza, sollevo una nube di polvere e investo
un Foresto seduto da solo in un angolo. Lui non protesta, io proseguo senza
chiedere scusa.
"Le
sue analisi sono preoccupanti," aveva detto la dottoressa al ciccione sudato.
E l'aveva messo a dieta ferrea: niente dolci, niente grassi, niente alcol. È un
mese che il ciccione non riesce a dormire: pensa al cibo, ascolta lo stomaco
che brontola, tenta il sonno con la tv, ma la pubblicità è una tortura di
intingoli. Allora esce, cammina per la città fredda, allunga il passo e serra
la mascella davanti ai bar. È mattina, ce l'ha quasi fatta. Ma il profumo di
fritto del
bar della stazione è inebriante.
Prendo
uno straccio dal carrello e levo le ditate dalle maniglie e dai vetri della
sala. Il Foresto mi osserva impaziente, forse spera che me ne vada. Bello mio, sapessi quanto
vorrei accontentarti. Con la coda dell'occhio, lo vedo afferrare lo zaino da
sotto la sedia, appoggiarlo sulle ginocchia, aprirlo e prendere un contenitore
di plastica azzurro e una forchetta. Quando toglie il coperchio, una zaffata
pestilenziale mi investe e satura l'aria già viziata della sala d'attesa. Mi
lacrimano gli occhi e mi copro naso e bocca con la manica mentre guardo il
Foresto avido infilarsi in bocca un coagulo di roba verde. Cristo, che schifo.
Hai vinto Foresto, levo le tende. Torno dopo a finire qui dentro.
Raccatto
straccio e scopa e vado verso l’uscita. Il Foresto sorride con gli occhi, si
lecca le labbra verdi, fa un cenno di saluto con la testa. Rabbrividisco e non
ricambio, in fuga da quel fetore.
La
cravatta e lo schifo gli stringono la gola. Corre nell'atrio, verso la
biglietteria. Per inseguire i brutti pensieri, perde il treno.
"Maledetta
troia. Troia e imbecille: lo sai che la faccio io la lavatrice, no? Se proprio
devi scoparti quel porco del
tuo capo, puoi almeno togliere i suoi bigliettini osceni dalle tasche?
Imbecille io, che t'ho sposata. Ma vedrai che sorpresa, stasera, quando la
chiave non aprirà la porta."
Appena
fuori dalla sala d'attesa, qualcuno mi scontra: il Corto. "Sei ancora
qui," gli dico. I suoi bottoni mi bruciano in tasca.
"Sì,
sono ancora qui," dice lui, aromatizzato alcolico.
"Sei
ubriaco."
"Sono
ubriaco, sì, sono ubriaco, allora?" sbraita aggressivo. Ma perché non sto
zitto?
"Scusa,"
biascico.
Qualcosa
lo distrae e mi salva, per la seconda volta.
Oggi non gioco alla lotteria, la mia dose di culo me la sono spesa.
"Cos'è 'sto tanfo? Te la sei fatta sotto?"
"La
colazione di quello lì," dico indicando col mento il Foresto. Il Corto
entra nella sala come una furia. Ho già capito come va a finire, mi porto fuori
tiro. Trascino piedi e carrello lontano, zigzagando tra la gente. Ho lasciato i
guanti in sala d'attesa, porco demonio. Mi volto e vedo Il Corto inveire contro
il Foresto. Non sento quello che dice, sembra un pesce chiatto in un acquario
squallido. Il Foresto, rannicchiato sulla sedia, sta chiudendo in fretta il
contenitore del
suo cibo immondo. Il gesto non placa ilCorto.
La
gente rallenta.
Una
donna grassa porta via il marito di peso.
La
Vecchia, in pausa dal suo rototom, cammina e mastica un dolce con le gengive;
nota il trambusto, si ferma. Ha un’aria sadica e goduta.
Due
ragazzotti, zaini in spalla e facce da pirla, si piazzano davanti allo
spettacolo del Corto che spintona il Foresto. Ridono.
Altri
si aggiungono, qualcuno finge di non vedere.
Ramazzando,
ostento indifferenza e mi avvicino di qualche passo.
Il
Foresto raccoglie le sue carabattole, si fa piccolo piccolo e, carponi, tenta
di uscire dalla sala d’attesa. Il Corto è troppo ubriaco e troppo incazzato per
lasciarlo andare: lo agguanta per il collo della camicia, come farebbe con un
gatto rognoso, e lo butta fuori, nell’atrio.
Una
donna si sposta di lato, inorridita, e lascia che rotoli sul pavimento, di
fianco alle sue scarpe corallo.
“Ti
ho fatto una domanda,” gli sta gridando il Corto. “Capisci la mia lingua?”
Il
Foresto è tutto occhi. Trema.
“Ti
comporti così a casa tua? Smerdi in giro?”
Sono
a mezzo metro dal gruppo, seminascosto da un pilastro; ramazzo, taccio, sbircio
tra le ciglia; un tale incravattato chiede: “Cos’ha fatto?” e sento la donna
rispondere: “Ha usato la sala d’attesa come gabinetto.”
“Cosa?
Ha cagato là dentro?”
“Sì,
sulla poltrona," risponde il ragazzotto basso. "E quel tizio è stato
licenziato per colpa sua.”
“Figlio
di…”
“Sì,
figlio di puttana!” grida un ciccione sudato. “Torna da dove sei venuto,
schifoso!”
La
folla cresce. La rabbia pure. Tutti sono certi che il Foresto l’abbia fatta in
sala d’attesa. E che il Corto sia stato licenziato perché l’Ispettore ha
trovato la torta fumante sulla poltrona.
Il
Foresto è circondato, stringe lo zaino tra le braccia, ha la testa incassata
nelle spalle. Aspetta le botte, sa che arriveranno. Non emette un suono mentre
lo spazio intorno a lui si riduce. Il ragazzotto basso fa per sferrargli un
calcio, ma, imbranato come nessuno, calibra male, perde l’equilibrio e cade.
L’altro viene avanti e grida: “Avete visto? Gli ha fatto lo sgambetto, ha fatto
cadere il mio amico!”
Gli
tira un calcio in un fianco ed è come un gong: il tale incravattato immobilizza
il Foresto da dietro, i ragazzotti e il ciccione lo riempiono di calci e pugni
e sberle, perché ha cagato a casa nostra, perché ha fatto licenziare uno di
noi, perché ha picchiato il mio amico, perché mia moglie si scopa il suo capo,
perché la mia faccia è un campo di pustole, perché ho una fame che mangerei
Dio. Perché.
Esauriti
i perché, la folla si spegne, si disperde, ognuno va per la sua strada. La
Vecchia sputa sul corpo del Foresto, tutto bubboni e lividi e sangue. Il
Foresto non si muove. Stringe ancora lo zaino.
Piano,
lento, assicurandomi che nessuno mi veda, vengo fuori da dietro la colonna e mi
avvicino. Una bolla di sangue da una narice si gonfia e scoppia: il Foresto
respira. Chiamo l’ambulanza, ma quando chiedono il mio nome, attacco. Mi faccio
i fatti miei, io. Non voglio guai. Prima di sparire anch’io, leggo sullo zaino
il nome del Foresto.
Un
grave episodio di razzismo si è verificato ieri mattina alla Stazione Centrale.
Lo straniero, Roberto Parodi, è all'ospedale con una prognosi di dieci giorni.
Aveva lasciato l'Italia e la sua città, Genova, solo una settimana fa, in cerca
di un lavoro. Gli aggressori non sono ancora stati individuati.