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mercoledì 1 gennaio 2014

Il peso

Liz Moore
Il peso
Neri Pozza

Oggi è il primo giorno dell’anno. 
Ho dormito fino all’una, non ho detto una parola per tutto il giorno: post-bagordi. Succede così. Mi sono trascinata dal letto al divano, ho messo un disco, poi un altro e un altro e mi sono messa a leggere. Non ho fatto altro, sette ore così. Ho finito Il Peso, di Liz Moore, e ora, come promesso agli amici di Peek-a-book, ne scrivo.
Quando l’ho cominciato, quattro giorni fa, uscivo provata da Il petalo cremisi e il bianco (Michel Faber), e avevo bisogno di qualcosa di molto diverso. Non sapevo cosa, non sapevo “diverso come”, e mi sono messa a leggere gli incipit dei libri in elenco per Women Challenge. L’intenzione era quella di leggere un paio di pagine per ognuno e scegliere da quale partire.
Due pagine della Yoshimoto.
Due pagine della Delijani.
Due pagine della Moore.
Anzi tre.
Anzi trenta.
Anzi trecentocinquantadue. In apnea.

Cominciamo con la storia.
New York.
C’è un ex-professore quasi sessantenne, obeso come riescono a essere obesi solo da quelle parti (Non ho modo di sapere esattamente quanto peso, ma credo di essere tra i duecentoventi e i duecentosettanta chili), che non esce di casa dal 2001. Ordina montagne di cibo via internet, trascorre le giornate davanti alla tv, butta la spazzatura di notte, dalla finestra, per non farsi vedere. La sua casa è un cesso di avanzi di cibo e riviste, o almeno così è al piano terra. I due piani superiori, dove ci sono le camere, non si sa in che stato siano, perché Arthur Opp non è più in grado di andarci. Inutile dire che è solo, vero? L’unico contatto con la vita sono le lettere che si scambia con un’ex-studentessa, Charlene.
C’è un ragazzino, una promessa del baseball, un ragazzino dei quartieri poveri che però va a scuola coi ricchi, perché sua madre, alcolizzata, disoccupata, depressa, vuole per lui una vita migliore. Sua madre, sì. Charlene. La stessa Charlene che vent’anni prima andava a lezione da Athur Opp.
Due vite che viaggiano, l'una ignara dell'altra. Finché.

E ora, il come. Come questa storia è raccontata. Gesù, che roba.
Immaginatevi alla finestra. State stendendo, è una bella giornata ventosa e i vestiti si asciugheranno in un niente. A questo pensate, ai vestiti asciutti, mentre una molletta cade a terra. Vi chinate a raccoglierla e quando vi tirate su, chissà perché, non badate alla finestra aperta. E prendete in pieno lo spigolo di alluminio, nel centro della testa.
Ecco: quel dolore lì, così violento, così inatteso, vi colpirà di continuo per tutte le trecentocinquantadue pagine.

Così:
Era Charlene Turner. Non credevo che avrei mai più sentito la sua voce in vita mia ma Dio come ne sono stato felice. Ero lì lì per lanciare un grido ma mi sono costretto a tacere. Mi sono messo una mano sulla bocca e mi sono morso il palmo.

E così:
E poi questa mattina, visto che non avevo nient’altro da fare, mi sono seduto a scriverle la lettera che ho continuato a ripetermi nella testa, la lettera che dice la verità, l’ammissione taumaturgica dei miei segreti più oscuri, la lettera che sapevo avrei dovuto spedirle se ci fossimo incontrati di nuovo. La lettera che le avrei inviato in quel momento se non mi fossi comportato come un gran vigliacco. Il vigliacco che in realtà sono.

Insomma ci siamo capiti. Fa un male cane. Eppure non è una storia disperante, al contrario. Quando finalmente arrivi in fondo all’ultima pagina (ed è il caso di dirlo, finalmente, perché quando ci arrivi quel peso lì non lo sopporti più), prendi un respiro gigante, il più profondo che i tuoi polmoni siano in grado di reggere. 
Resti un attimo appeso. 
Espiri piano, e a lungo.
E sorridi. 
Senza peso.