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domenica 6 aprile 2014

Sciò sciò ciucciuè!


Mi aspettano a Santo Stefano al Mare, vicino a Imperia, per presentare "Mara conta i passi"
Sono in ritardo, non è da me. Apro la porta e mi trovo davanti una scala: qualcuno ha deciso che questo era il momento giusto per salire in soffitta. 
E la botola per la soffitta è davanti a casa mia. 
E la scala è davanti alla mia porta. 
Il sangue napoletano ribolle. “Sotto la scala vuoi passare? Ma ti sei ammattita, nennella? Sventura e disgrazia, non si passa sotto la scala, mai!”
Sono le dieci e un quarto, il treno parte tra quaranta minuti. Faccio appello al raziocinio austriaco: a meno che la scala non mi cada in testa, non può succedere proprio niente a passarci sotto. E poi ho la pietra Dokrostone con me, mi protegge. Coraggio.



Scendo di corsa le scale (sei piani, i soliti sei piani) e sudo e arranco fino alla fermata del bus. Il tabellone futuristico mi avvisa che il 7 passerà tra venti minuti. Sbianco mentre penso che la tecnologia serve solo a dirti che i mezzi pubblici fanno cacare. 
Passeggio avanti e indietro senza appoggiare borsa grande con mutande e libri, borsa piccola con portafoglio e telefono, borsa media con Funo (il mio portatile, si chiama così). Sembro una giostra, un calcinculo coi seggiolini mosci. Ho pure scordato di mettere gli anelli e sento le dita nude. Provo a stare calma, mando un tweet dissimulando la disperazione ma  sperando che qualcuno la senta lo stesso e mi mandi una virtualcarezza d’incoraggiamento. Che arriva. Insieme al maledetto 7.

Venti minuti.

Tutto fila, lento ma liscio, e arriviamo a cinque metri dalla fermata che mancano dieci minuti alla partenza del treno. Ma c’è un accrocchio di autobus (è sabato, c’è il sole, è pieno di quei pullman con le orecchie che portano a spasso i turisti) e il 7 si ferma. Siamo a uno sputo dalla fermata, e si ferma. Mi alzo, con borsa borsone borsetta, e mi lancio in braccio al cocchiere.
“Non è che puo' aprire qui?”
“No.”



Sette minuti.

Il groviglio si scioglie, l’autobus avanza, si ferma, apre le porte. Mi precipito sul marciapiede e corro, con borsa borsina borsone che pesano di più a ogni passo; c’è una scolaresca più avanti, non me la sento di attraversare quel mare di marmocchi, così decido di attraversare in un punto dove non attraverso mai.

Cinque minuti e cinquecento metri: impossibile.

Ma c’è un passaggio.
Non c’era, giuro.
È comparso nel muro, una roba tipo la Stanza delle Necessità di Harry Potter, e mi porta dritto dentro la stazione, nell’atrio, davanti al tabellone che mi dice respira, il tuo treno è in ritardo di dieci minuti. Sta arrivando proprio ora. Al binario 17.

(Sì, vabbè, starete pensando: la scala, l'autobus, l'ingorgo, il passaggio segreto, il binario 17. Ma poiché il bello deve ancora venire, vi dico fidatevi o smettete di leggere. Ora.)

Il treno sta entrando in stazione, ho giusto il tempo di controllare il numero del posto assegnatomi dal sistema automatico di prenotazione. 

La carrozza è la numero 7. 
Il posto è il 42.

Sì! Finalmente un buon segno! Adams, proteggimi tu!


Le porte del treno si aprono, lascio scendere chi deve (chiude la fila una tizia coi capelli viola: Tonks!) e salgo sulla carrozza 7, alla ricerca del posto 42. Avanzo ingoffita da borsa borsone borsetta (ormai di piombo), lo trovo. E resto di pietra: nel posto 44, cioè quello di fianco al mio, c’è Mara bambina: i capelli di fuoco, la pelle di neve, la bocca socchiusa sui denti imperfetti. Guarda per terra mentre mangia un panino. Col prosciutto, credo.



La bambina si chiama Denise. Avrà dieci anni e in questo momento, seduta di fianco a me, sta leggendo il mio libro. Ha appena detto a suo padre: “Sto per leggere il capitolo due. Ora ho capito perché ci sono tutti questi disegni sulla copertina: è una scienziata!” 
Sì, il libro di Mara, il mio libro (il suo libro!), gliel’ho regalato. E lei, in cambio, mi ha regalato un anello. Un anello figo, da grande, non uno di quei cosilli con le ciliegie, quegli affari da principessa frufrù. 
Che ci faceva, Denise (ma sei sicura di chiamarti Denise?), un anello così nella tua borsa di bambina? Aspettavi qualcuno a cui regalarlo? 
Aspettavi me?



Grazie bambina.
Ora le mie dita non sono più nude. 
Ora posso passare sotto tutte le scale del mondo.
(Ma la pietra Dokrostone me la tengo lo stesso. Sapete com'è.)


martedì 26 novembre 2013

Grazie, amici.

Succede che comincia uno.

Succede che uno fa una cosa, e un altro lo vede e dice pure io lo voglio fare!

Succede così.

Grazie, Omonero.

Grazie, amici.




























venerdì 8 novembre 2013

Fino in fondo

Brava, mi dice l'Omonero.
Brava, mi dice mia madre.
Brava, mi dicono mio fratello e gli amici antichi e gli amici nuovi.
E io, tutti questi BRAVA, me li prendo.
La prossima settimana uscirà il mio romanzo. "Mara conta i passi", si intitola. Intendiamoci, mica mi prendo i Brava perché penso d'aver scritto un capolavoro. Tutt'altro: è una piccola, piccola cosa. Una piccola cosa di cui nessuno sentiva il bisogno, una piccola cosa che non aggiungerà nulla al panorama letterario.




Io, tutti quei "Brava" me li piglio perché sono arrivata in fondo.

Quest'avventura è durata mesi, e in questi mesi, che quanti sono non lo so più, sono successe tante cose.
Avrebbe dovuto essere un romanzo a quattro mani (sei, dicevo io, contando quelle del capitano della Factory, Aldo Moscatelli), ma poi di mani ne sono rimaste solo due: le mie.  
Ma non mi sono arresa.

Sono stata lì lì per lasciar perdere almeno settecentodieci volte.  
Tipo ogni volta che tornavo a casa a pezzi da Nuovo Recinto, e avevo solo voglia di dormire.
Ogni volta che gli amici organizzavano serate scoppiettanti, mentre a me toccava la solitudine della tastiera.
E soprattutto, ogni volta che Aldo mi ha detto No, Vale, proprio non va bene questa roba che hai scritto. 
Scrivere un romanzo è un po' come fare un figlio. Direste mai a una madre Tuo figlio è un cesso
La reazione immediata a chi ti dice che tuo figlio è un cesso è chemminchiavuolequesto e la voglia di mollare un cazzottone a chi ha osato insultare la tua creatura è molta. 
Ma il difficile arriva quando tuo figlio lo guardi e cazzo: è un cesso davvero. Ed è lì che ti senti inadatta, incapace, e ti vergogni come un cane per il solo fatto di aver pensato di essere all'altezza; ed è lì che la cosa più facile del mondo sarebbe 


M O L L A R E . 

Non l'ho fatto. 

Ogni volta, di fronte agli ostacoli, magari ho pianto un po', ma mi sono rimboccata le maniche e ho ricominciato a lavorare. 

Fino alla fine.

Fino in fondo.

Mio figlio sta per nascere. E ogni scarrafone...