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mercoledì 29 gennaio 2014

Scintilla

Scintilla - Charles Bukowski


Mi hanno sempre irritato tutti gli anni, le ore i
minuti che gli ho regalato lavorando come un mulo,
mi ha fatto seriamente male alla testa,
mi ha fatto male dentro, mi ha stordito
e mi ha fatto diventare pazzo - non riuscivo ad accettare
questi miei anni assassinati
eppure i miei compagni di lavoro non davano segni di
agonia, anzi molti di loro sembravano addirittura soddisfatti,
e vederli così mi faceva impazzire quasi quanto
quel lavoro monotono e insensato.

I lavoratori sottostavano,
il lavoro li annientava, venivano
raccolti col cucchiaino e buttati via.

Mi irritava ogni minuto, ogni minuto mentre veniva
mutilato
e nulla alleviava la noia.

Ho valutato l'ipotesi del suicidio.
Mi sono bevuto le poche ore di libertà.

Ho lavorato per decenni.

Ho vissuto con la peggiore specie di donne,
e loro hanno ucciso
quello che il lavoro non era riuscito ad uccidere.

Sapevo che stavo morendo.
Qualcosa dentro mi diceva: continua così, muori, spegniti,
diventa come loro, accettalo.
E poi qualcos'altro dentro diceva: no, salva un pezzetto
minuscolo.
Non importa che sia molto, basta solo una scintilla.
Una scintilla può incendiare un'intera
foresta.
Solo una scintilla.
Salvala.

Penso di esserci riuscito.
Sono fiero di esserci riuscito.
Che stramaledetta
fortuna.




mercoledì 13 novembre 2013

Per un paio di stivali

“Me lo dai, il tuo materasso?”
“E tu che mi dai in cambio?”
“Gli stivali nuovi.”
Mi piacevano, quegli stivali. Li guardavo sempre quando entravo in camera sua: di pelle morbida, pieni di lacci, lo stivale destro diverso dal sinistro. I vestiti ce li scambiavamo spesso, ma gli stivali non osavo chiederglieli in prestito: non li aveva ancora messi una volta.
Erano gli anni in cui vivevo al quarto d’ora. Non sapevo mai cosa sarebbe successo, come avrei fatto a pagare l’affitto. 
Ma ero padrona del mio tempo.
Ero felice.

“Allora? Il materasso? Tanto non  ti serve.”
Vero. Mi ero fidanzata con l’Omonero, da tempo non dormivo più a casa e la mia stanza serviva solo a tenere le mie quattro carabattole. Vestiti, libri, scarpe. E gli stivali, cazzo, mi piacevano.
“Ok. Affare fatto.”



Un giorno ho di nuovo avuto bisogno di un materasso. C’era un’offerta all’IKEA, dieci euro al mese. Abbordabile.
“Desidera?”
“Il materasso. Quello in offerta, con le rate a tasso zero.”
“Venga, si accomodi in ufficio.”
Ufficio si fa per dire: una scrivania e due sedie (di quelle coi nomi coi pallini) in un angolo buio, tra la cassa e il bancone delle brugole. Privacy, eh?
“Dunque, mi serve la carta d’identità, il codice fiscale e l’ultima busta paga.”
“Ehm. La busta paga non ce l’ho. Lavoro per conto mio.”
“La dichiarazione dei redditi, allora.”
Taccio. La tizia mi guarda per la prima volta. Nel senso che mi guarda sul serio, lo sguardo non mi scivola addosso, ma si sofferma sugli stivali (quelli fighi), sulle gambe nude, sulla gonna corta, sulle spillette. C’ha la fronte così a pieghe che manco uno sharpei.
Ci provo.
“Sono solo dieci euro al mese!”
“Dieci o mille, è uguale. Per ottenere un finanziamento serve la busta paga.”
“Ma sono dieci euro!”
Mi guarda con compassione. Sì, le faccio pena. Mi sale la merda al cervello, la mando affanculo a denti stretti e me ne vado. Senza materasso.

Ecco. All’episodio del materasso faccio risalire l’inizio del mio bisogno di sentirmi normale.
Normale.
Così quando mi hanno offerto un lavoro vero, di quelli che quando incontri i vecchi compagni di università  puoi dire cosa fai senza che ti considerino una fallita, ho accettato. Me lo ricordo, il giorno in cui ho firmato. Avevo freddo. Ma forse perché era dicembre.

C’è un’altra firma che ricordo bene.
Banca Nazionale del Lavoro, tarda mattinata. Loro arrivano in cinque: l’agenzia immobiliare al completo.
“Ellamadonna! Perché così tanti?”
“Così fanno le iene. Si muovono in branco.”
Lo dice ad alta voce, l’Omonero. Per farsi sentire. E loro ridono. Come iene.


Mi sembrava pure di essere felice, quel giorno. Era stata dura riuscire a trovare una casa che potessimo permetterci, ottenere un mutuo che coprisse il centopercento della cifra.
“Ehi, siamo i proprietari di casa nostra!” dico saltellando appena fuori dalla banca.
“No. La banca è proprietaria di casa nostra.”
E allora ho sentito freddo. Era agosto, il clima non c’entrava niente.

Così oggi sono qui.
E normale non lo sono lo stesso.

E odio tutti.

Odio te, che ti compri solo mocassini da cinquecento euro (me l’hai raccontato tu) da indossare sui piedi nudi, te che il tuo idolo è Lapo e ti vesti uguale e mi fai fin tenerezza.
Odio te, che ogni estate mi dici “Vale, tu che viaggi tanto, mi aiuti a organizzare le vacanze da qualche parte?” e poi finisce sempre che te ne vai a Limone. E un altro posto non l’hai visto mai.
Odio te, che mangi solo trofie al pesto e guardi con disgusto il mio piatto profumato di Persia cucinato, per me, dall’Omonero.
Odio te, che mi hai dato dell’irresponsabile perché, quando è arrivato il ProgettoPiùImportanteDelMondoDaConsegnareEntroDueSettimane (ne arriva uno al giorno) non ho voluto saperne di rinunciare alle ferie.
Odio te, che quando provo a difendermi dal prepotente di turno e litigo sguaiata nell’openspeis,  guardi fisso il monitor per poi venirmi a dire, in un sussurro nell'orecchio,  davanti alla porta del cesso, hai ragione tu. Ai codardi, sappilo, preferisco gli stronzi.
Odio te, che non dici mai vengo in macchina, ma vengo con la Jaguar.
Odio te, che guadagni dieci volte più di me e mi scrocchi sempre il caffè.
Odio te, che hai litigato col sapone, e che invece di fare il tuo lavoro aspetti che me ne vada per controllare il mio.
Odio te, che ti sei comprato un portatile così posso lavorare anche in treno.
Odio te, che il lunedì mattina, con gli occhi rossi come Satana e l’aria affranta, mi dici che hai lavorato tutto il weekend. E fingi d’essere incazzato, ma non riesci a nascondere il sorrisetto goduto di chi si sente indispensabile.
Odio te, che collezioni giorni di ferie e ore di permesso. Che cazzo te ne fai?
Odio te, che t’illumini come se avessi ingoiato un paralume ogni volta che uno dei boss ti rivolge la parola.
Odio te che la sera, invece di scopare, te ne stai qui a studiare il nuovo software. Ma sono solo, io. E se continui così, solo, ci resti.
Odio te, che ti chiedi come sia possibile che ancora non mi abbiano licenziata. Anche se a volte me lo chiedo anch'io.
Odio te, verme leccaculo con chi ti sta sopra, carnefice sadico con ti chi sta sotto. Devi averne presi, di scappellotti, a scuola. Sfigato.

Ma più di tutto.
Più di tutti.
Odio me.
Che ho venduto la mia libertà.
Per un paio di stivali.





giovedì 29 agosto 2013

Buon anniversario, amore mio


Qualche giorno fa

È Ferragosto e Nuovo Recinto chiude per qualche giorno. Ferie obbligate, e l’Omonero invece lavora. E visto che lavora sì, ma di sera, e visto che l’idea di buttare via del tempo prezioso mi fa orrore, decidiamo di fare finta di essere milanesi in vacanza (brrrr).

“Levante o ponente?”
“Boh. Mi porti a fare un giro ad Arenzano?”
“Massì.”




Partiamo. Attraversiamo la città, evitiamo di prendere l’autostrada, che in moto proprio non mi piace.
Arrivati a Multedo, vediamo un uomo volare. Salta per aria, disarcionato dalla sua Harley scintillante, e atterra sull’asfalto come una bambola di pezza. 
“È morto,” penso. 
Il cuore salta in gola e mi soffoca. Ma il tipo si rialza, quasi rimbalza, carico d’adrenalina com’è. Si ferma della gente, un tizio pieno di braccialetti della Samp chiede: “Tutto bene?”
“Sì, sì, sto bene,” dice. Perde sangue dal mento.
“Okay, allora vado, ciao.” E sparisce.
Io e l’Omonero ci guardiamo intorno: se ne sono andati tutti, siamo rimasti solo noi e il pupazzo di pezza. 
“Ti chiamo un’ambulanza,” gli dico.
“No, no, ma che ambulanza, non mi sono fatto niente. Mi aiutate a portare la moto via dalla strada?”
“Certo.”

L’Omonero spinge la moto. Io provo a fornire supporto morale. Il tizio di pezza perde sangue dal mento e da un ginocchio.
“Grazie ragazzi, siete stati gentili.”
“Macché grazie. Dove abiti?”
“A Pegli. Ora chiamo mia moglie, le dico di venirmi a prendere. Andate pure, sto bene.” Perde sangue dal mento e da un ginocchio. E non riesce a tenere su il braccio sinistro.
“No no, noi stiamo qui finché tua moglie non arriva.”
“Ma non c’è bisogno, davvero, siete gentilissimi, ma non serve.” 
L’adrenalina comincia a scendere e il tizio di pezza trema. È l’una, ci saranno cinquanta gradi e non c’è un filo d’ombra né una bava d’aria. 



“Chiama tua moglie,” dice l’Omonero. “Noi restiamo con te.”
Ci guarda sconcertato. “Un gesto raro,” dice.
Un gesto raro. Questa frase mi rimbalzerà in testa per tutto il tempo che passeremo con lui. Un gesto raro, così dice.

Chiama la moglie. Da Pegli a Multedo non c’è molta strada e con la città vuota ci aspettiamo di vederla arivare in pochi minuti. Invece, dopo mezz’ora siamo ancora lì. Il tizio trema e sanguina, ci racconta che fa l’ortopedico; prova a muovere il braccio e la maglietta si tira e aderisce al corpo: al posto della spalla c’è un avvallamento. 
Un buco. 
Un vuoto. 
Mi gira la testa. Anche a lui, che non sa più come reggere ‘sto cazzo di braccio pendulo. L’Omonero si offre di reggergli il braccio, lui accetta, fa un caldo boia e ancora non viene nessuno.

Dopo quaranta minuti, finalmente il tizio di pezza dice: “Eccola!”
La moglie, una tipetta secca, la faccia da topo, accosta e scende. Il tizio è provato e stanco, sanguinolento, con una spalla smontata, 
Lei lo fissa. Lui, timido, le dice: “Eh, sono caduto. Credo di essermi lussato una spalla. Poco male.”
“Poco male un cazzo!” sbraita lei. “Muoviti, andiamo al Galliera.”
“Ma perché al Galliera, l’ospedale di Sestri è più vicino.”
“A Sestri? Ma sei scemo?”




L’Omonero fa quella faccia lì. Quella di quando s’incazza di brutto e si trattiene. Non dice una parola, ma per un attimo temo che stia per mollarle un ceffone. Lui, che senza nemmeno conoscere il tizio di pezza, gli ha retto il braccio, gli ha fatto compagnia, l’ha rassicurato. Mentre lei, sua moglie, lo sta insultando come un cane. Vorrebbe tirarle un cazzottone, lo so. Invece dice solo: “Beh, noi ora andiamo via.”

Il tizio di pezza prova a ringraziarci, prova a dire al topo che siamo stati gentili, ma lei non ci degna di uno sguardo e va avanti e lo insacca. 
Salgono in macchina loro, saliamo sullo scooter noi. Riprendiamo il nostro viaggio verso il nostro pomeriggio da vacanzieri milanesi. Ci fermiamo in un bar a bere un bicchiere d'acqua, un caffè, un cordiale.




“Spero che il tizio di pezza stia bene,” dico io, mentre l’aria condizionata mi asciuga il sudore dalle braccia, dal collo, dalle gambe. L’Omonero gira un po’ la faccia verso di me.
“Io invece spero che divorzi.”

Oggi

Devo partire per la Sardegna, che finalmente le ferie, quelle vere, sono arrivate, e a Nuovo Recinto me la stanno facendo cagare mica poco. L’Ingegner Certocerto mi ha detto una roba tipo: “Vai in vacanza? Veramente? Oddio, siamo rovinati!”
Rovinati. Così ha detto. Eh, questo succede quando sei lo zerbino portante di una società.

La giornata è stata un inferno, è successo di tutto, lavori già chiusi e consegnati sono rispuntati come per magia, tutto da rifare, per quando? Per stasera. 
Corro come una pazza e riesco a finire a un orario decente, scappo da Nuovo Recinto prima che qualcuno si accorga di me, salto in macchina e cerco di fare mente locale.




Devo aggiornare le mappe del navigatore, scrivere l’articolo per ScubaZone, pensare a cosa voglio portarmi, capire se devo fare una lavatrice in extremis pregando che la roba poi si asciughi, controllare tutti i documenti di viaggio e...
Porcodemonio! Una macchina m' inchioda davanti, freno a pochi centimetri dal botto. M’incazzo, supero e faccio per insultare l’imbecille che ha inchiodato, ma quello che vedo mi gela il sangue: un uomo sulla sessantina sta menando una donna, la prende per le spalle, la scuote, lei apre la portiera, scende.

Accosto. E, lo ammetto, smadonno. Per un attimo penso di tirare dritto, cazzo, con tutto quello che ho da fare, ci mancava solo ‘sto casino. Ma mi vergogno all’istante di quel pensiero, mi vergogno come un ladro, come un mostro, mi viene il magone e scendo. 

La donna, ora, sta gridando. 
“Sei un bastardo!”
Urla disperata, urla così forte che la voce gratta in gola.
Mi tornano in mente brutte cose. Brutte cose.

Mi faccio forza, mi avvicino.
“Signora, le serve aiuto, vuole che le dia un passaggio, che chiami qualcuno?”
Si gira verso di me come una belva. Grida ancora, stavolta contro di me.
“Tu non ti preoccupare! Tu fatti i cazzi tuoi! Fatti i cazzi tuoi!”
Io indietreggio, mentre lei, in piedi di fianco alla macchina, infila la testa nel finestrino e ricomincia.
“Sei un bastardo! Bastardo! Bastardo!”





Lui ha la testa appoggiata sul volante. Forse piange.
Io non so che fare. Lei mi grida: “Vattene! Vatteneee!” e mi fa paura.
Risalgo in macchina, con un macigno nel cuore. 



Ora 

Sono a casa. Tra un po’ tornerà anche l’Omonero. 
Penso a noi. 
Penso alla sua faccia cinese e mi pare di  vederlo mentre mi dice: “Ehi, è tanto che ti sopporto!” 
Tanto, sì. Undici anni.
E mi torna in mente quella volta che...



E poi quell'altra... E...





Buon anniversario, amore mio.
E domani vado ad accendere un cero a San Gennaro. Anzi tre.



giovedì 18 aprile 2013

Orrore ed empatia



In due soli giorni il nostro respiro, mio e dell’Omonero, si è fermato due volte: la bomba a Boston, il terremoto in Iran. La numerosa famiglia di Bak, che da oltre dieci anni è anche la mia, vive in parte a Boston, in parte in Iran.
L’epicentro del terremoto era a sud, dunque lontano da Teheran e da Gorgan, le città dove vivono Papino, la zia Cozza, Amù Sibilù, la famiglia Polpetta.
Primo sospiro.
Per una serie di coincidenze (e poi ditemi che il fato non esiste) nessuno dei nostri cari era alla maratona di Boston: il marito della cugina Susan quest'anno non ha partecipato, il cugino Parham ha deciso di non portare sua figlia a vedere i corridori al traguardo, mamma Ati non era  in città.
Secondo sospiro.

Stamattina un amico mi gira un articolo dal titolo The Boston Marathon Bombing and the Limits of Human Empathy: la gente freme d’orrore e si scioglie in lacrime d’angoscia di fronte alle vicende di Boston, ma resta fredda e indifferente davanti a chi ogni giorno muore sotto le bombe degli americani.

What are the limits of human empathy?  3 people were killed and many dozens injured and maimed by the Boston Marathon bombing on Monday. By comparison, many more people are killed by American drones and other weapons of war on a weekly, if not daily basis, across the Middle East and in other parts of the world.
The language of "war" and "terrorism" deems these people not human, but rather "targets" and "terrorists" to be "neutralized."

L’autore dell’articolo, in soldoni, si chiede perché i morti di Boston ci facciano piangere e quelli in medio oriente no. Si chiede quanto debbano essere lontani, quanto debbano essere diversi da noi gli uomini perché il loro dolore non ci tocchi.



Entro certi limiti potrebbe pure essere normale una sorta di “graduatoria”. Cioè: mi fa male pensare alle vittime del terremoto in Iran e ai morti di Boston, ma se ci fosse stato lì in mezzo qualcuno dei miei familiari starei peggio.
Però.
Sarà che sto vivendo il momento più difficile della mia vita, e che di fiducia nel genere umano non ne ho più, ma a me viene da fare la domanda alla rovescia: quanto devono essere vicini, quanto devono essere simili a noi le persone perché il loro dolore sia anche il nostro? Per riuscire a provare empatia?

Copincollo da Wikipedia la definizione di EMPATIA.

L'empatia è la capacità di comprendere appieno lo stato d'animo altrui, sia che si tratti di gioia, che di dolore. Empatia significa “sentire dentro” ed è una capacità che fa parte dell’esperienza umana. Si tratta di un forte legame interpersonale e di un potente mezzo di cambiamento. Il concetto può prestarsi al facile riduttivismo mettersi nei panni dell’altro, mentre invece significa andare non solo verso l’altro, ma anche portare questi nel proprio mondo. Essa rappresenta inoltre la capacità di un individuo di comprendere in modo immediato i pensieri e gli stati d'animo di un'altra persona. L'empatia è dunque un processo: essere con l'altro. L’empatia costituisce un modo di comunicare nel quale il ricevente mette in secondo piano il suo modo di percepire la realtà per cercare di far risaltare in se stesso le esperienze e le percezioni dell'interlocutore. È una forma molto profonda di comprensione dell'altro perché si tratta d'immedesimazione negli altrui sentimenti. Ci si sposta da un atteggiamento di mera osservazione esterna (di come l'altro appare all'immaginazione) al come invece si sente interiormente (in quei panni, con quell'esperienza di vita, con quelle origini, cercando di guardare attraverso i suoi occhi).



“Nessuna empatia per i figli del medio oriente,” dice il tizio dell’articolo.
“E per quelli che ci abitano di fianco invece sì?” chiedo io.
Ci dispiace sul serio per le vittime di Boston?
Per quelle del terremoto in Abruzzo?
Per il tizio del palazzo di fronte che ha perso la moglie?
Per il fruttarolo di sotto che gli hanno bruciato il furgone?

Quanto vicine devono essere le persone perché le loro vicende ci tocchino?

Quando, un anno e mezzo fa, la società per cui lavoro è stata venduta, dei cinquecento dipendenti solo uno ha perso il lavoro.
Uno.
E non era uno di una qualche misteriosa sede distaccata, uno che a malapena sai che esiste, era uno che da quattro anni lavorava con noi, culo a culo.
Uno bravo.
Uno che però non era disposto a sposare la società. Uno che col cacchio che passava le sere e i fine settimana in ufficio. Uno che per quattro anni (quattro!) gli han fatto contratti a termine, sperando così di ricattarlo, di convincerlo a immolare il suo tempo libero, di barattare la sua devozione con un contratto vero. Non ha mai ceduto, e così, cogliendo l’occasione del cambio dei padroni, l’hanno lasciato a casa.
Anche se qui c’è bisogno di lui.
Anche se viviamo uno dei peggiori momenti di crisi della storia e tutti sanno che trovare un altro lavoro è durissima.

E quelli che per quattro anni hanno lavorato con lui l’hanno sentita, l’empatia?
Come no.
“Lo sai? Non gli rinnovano il contratto, da dicembre è a casa.”
“Eh, beh. D’altra parte, se l’è cercata. Sempre così poco disponibile...”
Tutti a guardare dall’altra parte. Tutti sollevati che sia successo a lui e non a noi. Una scrollata di spalle e via.

Empatia.

Siamo capaci di sentire dentro solo se muore nostra madre.
E anche in quel caso, mi chiedo se in fondo non ci sia una vocina a dire fortuna che non ci sono io, su quel cazzo di letto di raso nero.


giovedì 21 marzo 2013

Alieni e poesia

Ogni giorno è la giornata di qualcosa.
Cacchio vuol dire, io non lo so.
Oggi è la giornata della poesia. Dicono.  
Non so chi lo decida.
A me le poesie in genere neanche piacciono. 
Sono una tipa prosaica, io. C'è chi mi chiama Camionella per la mia delicatezza.
Però c'è una poesia che amo molto. Che sento mia.
Questa qua.

Gli Alieni

puoi pure non crederci
ma c’è della gente
che attraversa la vita con molto poco
attrito o angoscia.
vestono bene, mangiano bene, dormono bene.
sono soddisfatti della loro vita familiare.
hanno momenti di dolore
ma tutto sommato nessuno li disturba
e spesso stanno decisamente bene.
e quando muoiono
è una morte facile, solitamente nel sonno.
puoi pure non crederci
ma la gente così esiste.

anche se io non sono uno di loro.
eh no, io non sono uno di loro.
non ci vado nemmeno vicino
a essere uno di loro
però loro sono lì
e io sono qui.


Charles Bukowski





lunedì 15 ottobre 2012

L'ultimo ponte



Fino a ieri
Ci giravo intorno da un po'. Mancava un pezzo, un ultimo collegamento tra la storia solida e quella liquida.
Ho anche provato con un trucco bieco: a spasso con l'Omonero, così dal nulla, gli ho gridato: "Arancione!", sperando nella potere magico delle libere associazioni.
"Verde!" ha risposto lui.
"E perché verde? A cosa pensavi?" chiedo io, subdola, pronta a raccogliere un pezzo di storia da usare per i miei loschi piani.


"Pensavo a un ghiacciolo col doppio stecco che mangiavo da piccolo. Arancione e verde. C'era pure il cioccolato."
Bbono. Ma che me ne faccio?



Prima.
Quando tutto questo è iniziato, sei mesi fa, nella mia mente bacata lampeggiava solo il traguardo. 
Sapevo di dover arrivare lì. 
Come arrivarci, era ancora tutto da decidere, inventare, costruire.
Ho frugato nella mia storia e in quella di chi mi sta vicino.
Ho copiato dalla vita, ho inventato vite.
Ho disegnato strade. 
Storie vere e storie finte, storie belle e storie brutte.
Di giorno, nella vita solida, progettavo ponti di calcestruzzo e acciaio. 
Di notte, nella vita liquida, costruivo ponti di luci e ombre.
Ne mancava uno e non lo trovavo.
E fruga e cerca e tira e molla.
Niente.
Rumore bianco.
E notti col letto di chiodi.

Oggi
"Hai sentito che temporale?" chiede l'Omonero.
"Io? No, ho dormito come un sasso."
Non mi capitava da parecchio. 

Pausa pranzo alla scrivania. Mastico una barretta di compensato e cazzeggio pigra sul forum dei poverisubbi. La mente è sgombra.

Dal nulla, eccolo lì. L'ultimo ponte è davanti ai miei occhi.
Mi formicolano le mani e i piedi. L'insofferenza per Nuovo Recinto sfrigola. 
Restare qui è una tortura. 
La mia prigione è più piccola che mai.