mercoledì 13 novembre 2013

Per un paio di stivali

“Me lo dai, il tuo materasso?”
“E tu che mi dai in cambio?”
“Gli stivali nuovi.”
Mi piacevano, quegli stivali. Li guardavo sempre quando entravo in camera sua: di pelle morbida, pieni di lacci, lo stivale destro diverso dal sinistro. I vestiti ce li scambiavamo spesso, ma gli stivali non osavo chiederglieli in prestito: non li aveva ancora messi una volta.
Erano gli anni in cui vivevo al quarto d’ora. Non sapevo mai cosa sarebbe successo, come avrei fatto a pagare l’affitto. 
Ma ero padrona del mio tempo.
Ero felice.

“Allora? Il materasso? Tanto non  ti serve.”
Vero. Mi ero fidanzata con l’Omonero, da tempo non dormivo più a casa e la mia stanza serviva solo a tenere le mie quattro carabattole. Vestiti, libri, scarpe. E gli stivali, cazzo, mi piacevano.
“Ok. Affare fatto.”



Un giorno ho di nuovo avuto bisogno di un materasso. C’era un’offerta all’IKEA, dieci euro al mese. Abbordabile.
“Desidera?”
“Il materasso. Quello in offerta, con le rate a tasso zero.”
“Venga, si accomodi in ufficio.”
Ufficio si fa per dire: una scrivania e due sedie (di quelle coi nomi coi pallini) in un angolo buio, tra la cassa e il bancone delle brugole. Privacy, eh?
“Dunque, mi serve la carta d’identità, il codice fiscale e l’ultima busta paga.”
“Ehm. La busta paga non ce l’ho. Lavoro per conto mio.”
“La dichiarazione dei redditi, allora.”
Taccio. La tizia mi guarda per la prima volta. Nel senso che mi guarda sul serio, lo sguardo non mi scivola addosso, ma si sofferma sugli stivali (quelli fighi), sulle gambe nude, sulla gonna corta, sulle spillette. C’ha la fronte così a pieghe che manco uno sharpei.
Ci provo.
“Sono solo dieci euro al mese!”
“Dieci o mille, è uguale. Per ottenere un finanziamento serve la busta paga.”
“Ma sono dieci euro!”
Mi guarda con compassione. Sì, le faccio pena. Mi sale la merda al cervello, la mando affanculo a denti stretti e me ne vado. Senza materasso.

Ecco. All’episodio del materasso faccio risalire l’inizio del mio bisogno di sentirmi normale.
Normale.
Così quando mi hanno offerto un lavoro vero, di quelli che quando incontri i vecchi compagni di università  puoi dire cosa fai senza che ti considerino una fallita, ho accettato. Me lo ricordo, il giorno in cui ho firmato. Avevo freddo. Ma forse perché era dicembre.

C’è un’altra firma che ricordo bene.
Banca Nazionale del Lavoro, tarda mattinata. Loro arrivano in cinque: l’agenzia immobiliare al completo.
“Ellamadonna! Perché così tanti?”
“Così fanno le iene. Si muovono in branco.”
Lo dice ad alta voce, l’Omonero. Per farsi sentire. E loro ridono. Come iene.


Mi sembrava pure di essere felice, quel giorno. Era stata dura riuscire a trovare una casa che potessimo permetterci, ottenere un mutuo che coprisse il centopercento della cifra.
“Ehi, siamo i proprietari di casa nostra!” dico saltellando appena fuori dalla banca.
“No. La banca è proprietaria di casa nostra.”
E allora ho sentito freddo. Era agosto, il clima non c’entrava niente.

Così oggi sono qui.
E normale non lo sono lo stesso.

E odio tutti.

Odio te, che ti compri solo mocassini da cinquecento euro (me l’hai raccontato tu) da indossare sui piedi nudi, te che il tuo idolo è Lapo e ti vesti uguale e mi fai fin tenerezza.
Odio te, che ogni estate mi dici “Vale, tu che viaggi tanto, mi aiuti a organizzare le vacanze da qualche parte?” e poi finisce sempre che te ne vai a Limone. E un altro posto non l’hai visto mai.
Odio te, che mangi solo trofie al pesto e guardi con disgusto il mio piatto profumato di Persia cucinato, per me, dall’Omonero.
Odio te, che mi hai dato dell’irresponsabile perché, quando è arrivato il ProgettoPiùImportanteDelMondoDaConsegnareEntroDueSettimane (ne arriva uno al giorno) non ho voluto saperne di rinunciare alle ferie.
Odio te, che quando provo a difendermi dal prepotente di turno e litigo sguaiata nell’openspeis,  guardi fisso il monitor per poi venirmi a dire, in un sussurro nell'orecchio,  davanti alla porta del cesso, hai ragione tu. Ai codardi, sappilo, preferisco gli stronzi.
Odio te, che non dici mai vengo in macchina, ma vengo con la Jaguar.
Odio te, che guadagni dieci volte più di me e mi scrocchi sempre il caffè.
Odio te, che hai litigato col sapone, e che invece di fare il tuo lavoro aspetti che me ne vada per controllare il mio.
Odio te, che ti sei comprato un portatile così posso lavorare anche in treno.
Odio te, che il lunedì mattina, con gli occhi rossi come Satana e l’aria affranta, mi dici che hai lavorato tutto il weekend. E fingi d’essere incazzato, ma non riesci a nascondere il sorrisetto goduto di chi si sente indispensabile.
Odio te, che collezioni giorni di ferie e ore di permesso. Che cazzo te ne fai?
Odio te, che t’illumini come se avessi ingoiato un paralume ogni volta che uno dei boss ti rivolge la parola.
Odio te che la sera, invece di scopare, te ne stai qui a studiare il nuovo software. Ma sono solo, io. E se continui così, solo, ci resti.
Odio te, che ti chiedi come sia possibile che ancora non mi abbiano licenziata. Anche se a volte me lo chiedo anch'io.
Odio te, verme leccaculo con chi ti sta sopra, carnefice sadico con ti chi sta sotto. Devi averne presi, di scappellotti, a scuola. Sfigato.

Ma più di tutto.
Più di tutti.
Odio me.
Che ho venduto la mia libertà.
Per un paio di stivali.





7 commenti:

Anonimo ha detto...

ti ho letta..... si si ti ho letta!
Brava! sai scrivere!
Ma che bestia c'hai dentro!?!?!?!?!?

Il nonno.

Valentina Morelli ha detto...

Nonno! :)))

Che ti devo dire? Sono incazzata. E di brutto pure.

Si capisce, eh? Bacitanti

Boa Gialla ha detto...

Sei brava, ma questo non mi è piaciuto. Non lo stile, ma l'astio compulsivo. Se è letterario è troppo spinto, se è reale ... beh, mi dispiace molto. Prima o poi dovremo berci una birra e fare due ciacole.
;-)

A.

Anonimo ha detto...

Il giorno in cui qualcuno o qualcosa riuscira' a portare via la liberta' *a te*, sara' lo stesso in cui assegneranno il Nobel per la fisica al Trota... quindi tieni duro, e' solo una brutta giornata ;)

bacieabbracci
Sav

Agriturismo C'era una Volta ha detto...

Pippotta adorata.
Sono passati gli anni di odio - ora vivo di amore.
Amo quello che cerca di vendere la sua piccola 500nto ed io veleggio felice con la mia adorata Freelander del '15-'18.
Amo chi si lamenta ora per ora di ogni singolo capitolato d'appalto e a me tocca tradurlo in 5 lingue.
Amo il progettista che cerca di proporre una soluzione per il milione di unità abitative in Iraq, e io solo so che le soluzioni di prefabbricati laggiù non funzionano, perché bisogna far girare la manodopera locale a costi minuscoli e la produzione delle cave di cemento e pietrisco - e glielo spiego ma continuano a pensare che sia un'ideona quella di proporre stabili con scale in carpenteria metallica esterne con clima da 50°C in estate.. e non lo capiscono.
Ma è l'amore a dover pervadere il tutto e non l'odio. L'odio non porta che all'odio, e l'ampre, per quelle lande, quei popoli, quelle terre, all'amore. Disciogli l'odio, e datti all'amore *.*

Anonimo ha detto...

Comunque non lo trovo particolarmente astioso o violento. Omettendo la parola odio è una galleria degli orrori auto esplicativa. Sarebbe interessante riuscire a capire cosa muove molte persone. Io, con tutta la buona volontà che ci posso mettere, non riesco che a vedere mancanza di consapevolezza, abitudine, educazione, condizionamento sociale di massa, che sono solo il contesto in cui, alla fine, ci muoviamo tutti. Cosa muova alcuni per me rimane un mistero.
T.

Anonimo ha detto...

T per Taurus ;)