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venerdì 8 novembre 2013

Fino in fondo

Brava, mi dice l'Omonero.
Brava, mi dice mia madre.
Brava, mi dicono mio fratello e gli amici antichi e gli amici nuovi.
E io, tutti questi BRAVA, me li prendo.
La prossima settimana uscirà il mio romanzo. "Mara conta i passi", si intitola. Intendiamoci, mica mi prendo i Brava perché penso d'aver scritto un capolavoro. Tutt'altro: è una piccola, piccola cosa. Una piccola cosa di cui nessuno sentiva il bisogno, una piccola cosa che non aggiungerà nulla al panorama letterario.




Io, tutti quei "Brava" me li piglio perché sono arrivata in fondo.

Quest'avventura è durata mesi, e in questi mesi, che quanti sono non lo so più, sono successe tante cose.
Avrebbe dovuto essere un romanzo a quattro mani (sei, dicevo io, contando quelle del capitano della Factory, Aldo Moscatelli), ma poi di mani ne sono rimaste solo due: le mie.  
Ma non mi sono arresa.

Sono stata lì lì per lasciar perdere almeno settecentodieci volte.  
Tipo ogni volta che tornavo a casa a pezzi da Nuovo Recinto, e avevo solo voglia di dormire.
Ogni volta che gli amici organizzavano serate scoppiettanti, mentre a me toccava la solitudine della tastiera.
E soprattutto, ogni volta che Aldo mi ha detto No, Vale, proprio non va bene questa roba che hai scritto. 
Scrivere un romanzo è un po' come fare un figlio. Direste mai a una madre Tuo figlio è un cesso
La reazione immediata a chi ti dice che tuo figlio è un cesso è chemminchiavuolequesto e la voglia di mollare un cazzottone a chi ha osato insultare la tua creatura è molta. 
Ma il difficile arriva quando tuo figlio lo guardi e cazzo: è un cesso davvero. Ed è lì che ti senti inadatta, incapace, e ti vergogni come un cane per il solo fatto di aver pensato di essere all'altezza; ed è lì che la cosa più facile del mondo sarebbe 


M O L L A R E . 

Non l'ho fatto. 

Ogni volta, di fronte agli ostacoli, magari ho pianto un po', ma mi sono rimboccata le maniche e ho ricominciato a lavorare. 

Fino alla fine.

Fino in fondo.

Mio figlio sta per nascere. E ogni scarrafone...



giovedì 19 settembre 2013

Domani

Mi sveglio con un sapore di sangue in bocca. 
Macheccazz? 

Apro gli occhi e m’aggredisce un flash. 
Mi copro con una mano e penso no. 
Oh no. 
No, ti prego no, non oggi.  
Dobbiamo partire. Attraversare tutta la Sardegna, prendere un aereo, tornare a Genova.

Penso che forse mi sono sbagliata. Che magari quelle luci venivano da una macchina di passaggio, che forse il sole è rimbalzato sulla carrozzeria, sugli specchietti, sul bracciale di diamanti di una qualche ricca troia.
Mi faccio coraggio e tolgo la mano dalla faccia: un albero di Natale, di quelli pacchianissimi, balla un pezzo jungle in un angolo dell’occhio destro.

Ce l’ho nello stoppino.

L’Omonero entra in camera tutto energico.
“Vieni, la colazione è... Tutto bene?”
“No.” 
La mia voce rimbomba cento volte, e fa male: ci siamo, è già qui.
“Che c’è?”
“Emicrania,” dico, stavolta in un sussurro. 
“Oh cazzo. Come facciamo? Non possiamo partire se stai così.”

Riesco a dire una cosa sola: TORADOL.

“Sì, ce l’abbiamo. Ma non ho le siringhe. Puoi metterlo sotto la lingua però.”
Io ormai non riesco più a parlare. Faccio un piccolissimo no con la testa, e tanto basta: un’ondata di nausea mi investe, reprimo a fatica un conato. Così l’Omonero capisce perché il Toradol sotto la lingua non è una buona idea.
“Ok, vado in farmacia. Torno subito.”
Col ditino indico la finestra: uccidi la luce prima. Ti scongiuro.


Nosferatu, il vampiro - 1922


Resto sola, al buio, mentre il dolore cresce, continuo, acuto, come una nota altissima di quelle che spaccano i bicchieri; senza tregua, senza respiro.
Sono sudata marcia. Ho la nausea. Forte. E mi fanno male i denti, le gengive, che devo aver digrignato tutta la notte. 

Ho bisogno di acqua. Fredda. 
Aspetto che torni l’Omonero. 
No. 
Non ce la faccio.

Rotolo su un lato, scivolo giù dal letto, mi trascino in cucina. Mi riempio la bocca di acqua gelida, che sfiammi cazzo, o almeno anestetizzi un po’. Tanto da dover sopportare un dolore solo. Bevo ancora, ma non è una buona idea.

Quando l’Omonero torna mi trova con la testa nel cesso.
“Poverina! Sembri Christiane F.”
Riderei, se non stessi per morire.







Mi riporta a letto, mi scopre una chiappa e mi fa l’iniezione. Brucia, porcaputtana.
“Stai lì un po’. Io finisco di fare i bagagli, tu prova a riposare. Vuoi che ti chiuda la porta?”
Ci penso un attimo. Con l’emicrania la mente viaggia veloce (e catastrofica), e in una frazione di secondo mi vedo che peggioro (ma può essere peggio di così?), che cado, che sono per terra rantolante ma lui non mi sente.
Gli dico no, sempre usando il ditino: niente voce, niente movimenti della testa.

E come l’Omonero se ne va, un cagnetto nella via inizia ad abbaiare.




Cagnetto. 
Maledetto cagnetto. 
Perché non ho chiuso quella cazzo di porta di merda. 
Cagnetto piantala. 
Cagnetto infame, tu non lo sai che 

ogni

tuo 

latrato 

è un pugno sull'elsa della spada che mi divide il cranio a metà.
Stronzo d’un cagnetto di merda figlio di puttana, piantala. 
Ora vengo lì. E ti pianto nel culo la siringa, così te lo do io un buon motivo per bèbèbèbèbèbèbèbèbèbèbèbèbèbbè. 
Gli dico così. Come mi diceva mia madre quando me le dava col battipanni. Glielo dico con la telepatia. E in qualche modo mi sa che mi sente, perché smette.

Silenzio. Buio. Caldo alle piante dei piedi.
Il Toradol non mi toglie il dolore, ma si appende alle palpebre, che diventano di piombo. 
“È ora di andare.”
L'Omonero mi porta di peso in macchina. Mi rannicchio, nascondo la testa nelle braccia, sprofondo nel limbo. Non è dormire, quello. È coma profondo.


Benedetto sia il Toradol. Benedetto, e benedetto il suo inventore.
Mi sveglio due ore dopo rincoglionita come mai. Il dolore è sceso di quattro toni, è sordo ora, ovattato, morbido.



“Dove siamo?” 
“Boh. Dopo Oristano, in mezzo alla campagna. È bello sentire di nuovo la tua voce. Stai meglio?”
“Meglio, sì.”
“Ti va se ci fermiamo un po’?”




Autogrill. Provo a mangiare un pezzetto di focaccia al pomodoro, ma capisco che è meglio di no. 
Seduta sul marciapiede, all'ombra,  mi godo il fresco e guardo l’Omonero che dà una pulita alla macchina: lava il vetro, aspira briciole e sabbia. Al noleggio ci avevano detto che, se l’avessimo riconsegnata sporca, ci avrebbero addebitato una cifra tra i diciotto e i settantadue euro. Così: diciotto e settantadue. Cifre a caso.

“Te la senti di ripartire? La strada è ancora lunga.”
Mi sento male al pensiero di tornare in macchina, ma si sta facendo tardi.
“Sì.Sì, ce la faccio.”



Arriviamo in aeroporto dopo altre due ore. L’emicrania si è ormai sciolta in pulsazioni sporadiche. 
Tipo polpo che nuota. 
Rispetto a come stavo, sono un fiore.

L’Omonero scarica la macchina, trasporta le valigie, io gli cammino dietro appoggiando piano i piedi per terra: le vibrazioni ancora mi danno la nausea.
Mi appoggio coi gomiti al bancone dell’autonoleggio. Consegniamo le chiavi, l’Omonero e l’Omosardo vanno a controllare che la macchina sia intera. Che abbia il pieno di benzina, ma con un ottavo in meno, che così ce l'avevano data. 
Io aspetto, mi reggo la testa con le mani.

Quando tornano, l’Omosardo annuisce, firma il modulo. Non ci addebitano i diciottosettantadue euro per lo zozzume. Bene.
L’Omosardo, però, solleva un sopracciglione.
“Consegnate un giorno prima, giusto?”

Giorno prima?

Ci guardiamo. 
Sento freddo.
L’Omonero prende dalla tasca i documenti del volo.
Avvicina il foglio alla faccia cupa.
Chiude gli occhi un istante.
Solleva lo sguardo.

Domani.
Il nostro volo è domani.

domenica 9 giugno 2013

Dio è morto.


Ho da fare un paio di cose prima di uscire. Lo vedo che il cielo bigio non promette un cazzo di buono, che sarebbe più furbo uscire subito, ma conosco la mia pigrizia e so che rimandare significherebbe non fare.
E mi sento brava, a posto con la coscienza, quando, due ore dopo, poso la penna e il mouse, felice di aver postato anche sul blog la storia della scimmia di Tiran (per gli amici non subacquei che non leggono Scubaportal,  ma che si divertono con le mie avventure da abissonauta pasticciona), e di aver finalmente tirato giù lo schema dei capitoli per la seconda stesura del romanzo.
Ovviamente, piove.
Ma io devo proprio uscire: tra pochi giorni sarà il compleanno dell’Omonero e, anche se sono anni che non ci regaliamo più niente preferendo, a ogni ricorrenza, nutrire il porcellino Salvavacanza per poi andarci a godere i soldini da qualche parte nel mondo, un pensierino, una cazzata, un pacchettino simbolico non riesco a non farglielo trovare sul comodino.
A modo mio, sono romantica.


È domenica, mi tocca il centro commerciale. Io odio i centri commerciali, odio il brusio che c’è sempre, il disagio indotto dagli spazi pensati male (o forse benissimo) che ti disorientano e ti rincoglioniscono, così che quando esci non hai comprato una minchia di quello che ti serviva, ma un assortimento di mutande di pizzo che non metterai mai e un set di pentole antiaderenti estremamente utili per una che non cucina manco un uovo. 
Quando arrivi a casa, guardi le cose acquistate come se le vedessi per la prima volta, e se qualcuno ti chiede perché hai comprato venticinque mutande tu dici, poco convinta: “Erano in offerta.”


Ma stavolta so cosa voglio, devo solo entrare in un preciso negozio (non faccio la vaga, ma se scrivo quale negozio poi l’Omonero sgama il regalo!), comprare una precisa cosa e uscire.
“Ce la posso fare.”
Trovare parcheggio tra le auto posteggiate a castello è un incubo, Genova tutta è qui. Ho capito che piove, ma…
Decido di non incazzarmi. Faccio nove volte il giro, poi parcheggio a castello pure io. Oh, insomma. Tanto resto poco.
La coda per entrare inizia già dal parcheggio. Non so se ho mai visto tanta gente qui dentro. Le mie gambe stanno già tornando verso la macchina, ma so che non avrò un altro momento libero da qui a mercoledì, tengo duro e respingo il malessere che mi sta già facendo sudare le ascelle e la nuca.
Composta e paziente sulla scala mobile, non reagisco nemmeno quando un marcantonio in canottiera mi spinge di lato per passare: rimango concentrata e zen, salgo sulla seconda scala mobile, raggiungo la mia destinazione, mollo l’ombrello nel portaombrelli, entro.
Non so perché, ma ‘sto posto mi fa stare peggio del solito.
Aspetto il mio turno per pagare. Davanti a me due tizie tutta plastica (tette labbra capelli) che non si capisce chi sia la madre e chi la figlia (seh, bonanotte: si capisce, si capisce) stanno elmettando la cassiera con domande a raffica su una valanga di prodotti che hanno appoggiato sul bancone. Non convinte dalle risposte, mollano tutto lì e se ne vanno a mani vuote, mentre una commessa, mesta, rimette tutto a posto.


Il mio fastidio aumenta. Inspiro e conto fino a sette, come faccio sott’acqua quando sento arrivare l’ansia.
Pago, afferro il mio sacchetto, graziearrivederci, esco dal negozio facendo slalom tra una quantità di gente impressionante.
Berrei volentieri un caffè, ma non qui. Devo uscire da qui.
Passo davanti alla vetrina di un megastore, di quelli che ti vendono di tutto, dalla lavatrice alle vacanze, dove un nugolo di ragazzine sbraita davanti a un cartello.



Moreno? Non ho la più pallida idea di chi sia.
Mi sento fuori luogo, fuori posto, fuori pista, c’è gente ovunque e io sto come i pazzi, ma perché?
Poi capisco.
Ci saranno centinaia di persone, forse migliaia, in questo accidenti di posto. Ma nessuno, dico NESSUNO, regge tra le mani un sacchetto. Nemmeno uno, uno piccolo, di quelli del negozio di scherzi che con tre euro una minchiata la compri, così, tanto per.
No. Niente, nemmeno uno.

Sono in una cattedrale, Dio è morto e questi qua, i devoti, rimasti con un palmo di naso si aggirano allibiti senza sapere che fare. 




Vecchi seduti sulle panchine, gli occhi fissi nel nulla. Famiglie intere che leccano gelati e sembrano guardare le vetrine, ma in realtà non vedono niente. Aspettano che arrivi sera.


Il sudore mi si gela addosso. Me ne devo andare di qua, prima che qualcuno che pensava di aver venduto l’anima e di aver fatto pure un buon affare si renda conto di averla invece regalata e s’incazzi come una bestia.
Un tizio fissa stralunato il mio pacchettino. Lo nascondo in borsa, scendo di corsa le scale senza guardarmi indietro, spero solo che la macchina sia intera, che nessuno, nella foga di uscire, abbia fatto la curva stretta e…
La macchina è lì, senza un graffio.
Salto su, esco dal parcheggio col cuore che suona la techno nelle tempie.
Diluvia. E dopo qualche metro, di botto, si appannano tutti i finestrini. Non vedo un cazzo, sono in una bolla di nebbia; ogni tanto tutto diventa più bianco, aspetto, incassata nelle spalle, il tuono che non arriva: è un temporale zitto. Guido a memoria, mi oriento con le luci delle altre macchine e dei semafori, sparo l’aria sul vetro e apro un po’ il finestrino, ma i vetri restano appannati mentre io mi infradicio le braghe.
Bestemmio il Dio morto, quello dello shopping e dei centri commerciali.
Accendo l’aria condizionata al massimo, ho i brividi, i vetri cominciano a tornare trasparenti quando sono sotto casa. Parcheggio un po’ distante, ma va bene così, sono salva.
Spengo i fari, i tergicristalli, la bufera di neve, la macchina tutta. Acchiappo la borsa, mi giro a prendere l’ombrel…
Cazzo. L'ho lasciato all'inferno.

Buona domenica.


domenica 11 novembre 2012

Senbee Resta con me



Giornata massacrante. Sogno divano, coperta, gatti e playstation.
Arranco per i sei piani di scale e, mentre apro la porta di casa, sento delle voci. “L’Omonero avrà di nuovo lasciato il televisore acceso,” penso. Ma quasi muoio d’infarto quando mi trovo in soggiorno un capoccione: la stessa corporatura della mia lavatrice, camice bianco e pantofole, le mani appoggiate sul mio nuovo televisore al plasma; sudato, disperato, grida: “Togli quella cacca dal letto! Mi senti? Ti ho detto mille volte che non devi portare la cacca a casa!”
“Senbee?” dico, mentre la borsa mi cade per terra. Lui non sembra avermi sentito.
“Ehm… Dottor Norimaki?”
Macché, non mi fila.
“Arale, dannazione! Piantala, piantala, piantala!”
Idea: tolgo il cappotto, mi avvicino, sollevo la gonna, lo chiamo: “Dottor Slump?”
Il sesto senso del porcello lo fa voltare: faccia a faccia con le mie mutandine, gli occhi schizzano dalle orbite e uno spruzzo di sangue dalla narice sinistra allaga il pavimento. Appena abbasso l’orlo della gonna, però, lui ricomincia a prendere a pugni il televisore. Afferro il telecomando, spengo e Senbee si immobilizza davanti al nulla. Tocca lo schermo, ci gira intorno.
“Hai una cassetta degli attrezzi?” dice.
“Per farci cosa?”
“Devo invertire il flusso. Voglio tornare a casa prima che quella peste combini troppi guai!”
“Quanta fretta, Senbee! Non vuoi neanche sapere dove sei finito?”
“Come sai il mio nome? Ci conosciamo?”
“Tutti qui ti conoscono. Sei molto famoso!”
Lui d’improvviso diventa alto e bello e il sorriso gli scintilla. Trattengo la risata a fatica: mi fa ammazzare quando fa il figo!
“Accomodati,” gli dico.
“Ehi, senti, mi dispiace per…” dice, indicando la pozza di sangue.
“Non preoccuparti, l’avevo messo in conto. Ora pulisco. Non toccare niente, per favore, finché non torno.”
“Va bene.”
In bagno col pretesto dello straccio, telefono all’Omonero.
“Hai lasciato di nuovo il televisore acceso!”
“Scusa, B, hai ragione, è che…”
“Non hai capito, non ti stavo rimproverando! È successa una cosa assurda: il Dottor Slump è nel nostro soggiorno!”
L’Omonero tace qualche secondo. Poi: “B, hai bevuto?”
“No, macché! È di là, te lo giuro, dev’essere passato dalla tele in qualche modo!”
“Veramente? Fagli costruire la Pistola Transformer!”
“Così trasformo la vicina in uno scarafaggio! Però voglio anche la Pentola Concretizzante, che ci butto una ricetta e in quattro e quattr’otto la cena è pronta!”
“E io voglio gli occhiali a raggi x!”
“Quelli te li scordi.”
“Uffa.”
“Comunque, non sarà facile convincerlo a restare: stava già cercando il modo di smontare il televisore per tornare a Villaggio Pinguino.”
“Il televisore nuovo? Fermalo, fermalo, per carità!”
“Ci provo. Ora torno di là, che devo anche pulire un mare di sangue.”
“B! Gli hai fatto vedere le mutande!”
“Non avevo altra scelta: non mi dava retta!”
“Bella scusa! Poi dici a me.”
“Eddai. Torna presto.”
“Appena finito di lavorare.”
Armata di straccio e secchio, torno in soggiorno. Senbee è sparito.
“Ma dove caz…”
Un rumore viene dalla cucina.
“Che stai facendo?” dico.
“Il tuo tostapane è rotto. Te lo sto riparando.”
“Ma non mi sembrava…” Il campanello mi interrompe. Oddio, e chi è ora? Butto lo straccio a coprire la macchia di sangue e apro la porta: è la vicina napoletana spaccapalle.
“Buonasera, signuri’. Scusate, ma ho sentito dei rumori e mi sono un poco preoccupata.”
“Scusi, signora, è venuto a trovarmi un vecchio amico. Mi spiace averla disturbata.”
Non mi accorgo del testone di Senbee che sbuca dalla cucina. La vicina sgrana gli occhi.
“Signorina, ma voi tenete nu’ cartone animato in casa? Ma l’amministratore lo sa?”
“Non ancora, signora, lo avviso prima possibile.”
Lei allunga il collo.
“Ma non sarà pericoloso?”
“Pericoloso? E perché mai!”
Un tostapane  con le scarpe da tennis inizia a correre per il soggiorno sputando fette abbrustolite a puntino, inciampa nello straccio e scopre la pozza di sangue. La vicina fugge urlando: “Domani lo chiamo io l’amministratore! Voi siete una strega! Un’assassina!”
“Senbee, ma che hai combinato?”
“A che serve un tostapane che non ti porta la colazione a letto?”
“A tostare il pane?”
Mi guarda sconcertato.
“Vieni, siediti un po’ qui: ti faccio vedere una cosa.”
Impallidisce.
“Non QUELLA!”
Si siede sul divano, buono buono, le mani in grembo, e fissa malinconico lo schermo nero del televisore. Dalla libreria prendo tutti i numeri de “Il Dottor Slump e Arale” e li appoggio in ordine sparso sul tavolino.
“Che ti dicevo? Sei famoso qui!”
Senbee inizia a sfogliare il numero tre, l’episodio Mutandine e Fragoline. “Tutta colpa di quello stupido maiale. Quella volta ce l’avevo quasi fatta!”
“Il piano era perfetto, Senbee, non è stata colpa tua. Non sei stufo di fallire, lì a Villaggio Pinguino? Non ti piacerebbe cambiare vita?”
“Io… Beh, ecco…”
“Qui è pieno di belle ragazze. Sei famoso, sei affascinante.”
“E bello.”
“Soprattutto bello. Potresti fermarti un po’ da noi e vedere come va. Puoi tornare a casa quando vuoi, se non ti piace.”
“E cosa farà Arale senza di me? E Gacchan? E la Professoressa Yamabuki?”
Mentre lui si perde nei pensieri, gioco la carta vincente: accendo il televisore su un canale hard.

“Beh? Dov’è?”
“Shht, zitto! È appena andato a dormire!”
“L’hai convinto a restare?”
“A fare una prova.”
“E come hai fatto?”
“Donnine.”

“B, hai comprato la Cocacola?”
“Sì, è in dispensa. Agitala bene prima di versarla nel serbatoio. Ma dove vai con l’aereo?”
“A prendere Senbee. Con questo traffico se vado in macchina non arrivo più.”
“Cosa volete per cena?”
“Ho comprato un ricettario nuovo: lancia nella pentola la pagina trentasette.”

“Cosa c’è Senbee? Non ti piacciono le lasagne?” dico.
“Sono buonissime. È che oggi al laboratorio mi sono stancato. Vado a riposare, se non vi dispiace.”
“Certo, vai. Buonanotte.”
Slump si chiude in camera sua e l’Omonero scuote la testa.
“B, Senbee non è contento.”
“Magari è davvero stanco.”
“Lo sai cosa fa quando si chiude in camera?”
“No e, conoscendolo, non so se voglio saperlo.”
“Legge i suoi fumetti. L’ho sentito ridere. E piangere, a volte.”
“Oh no. Cosa possiamo fare?”
“Lo sai.”
Certo che lo so.

Ci alziamo da tavola, bussiamo alla porta della sua stanza. Apre spettinato, con gli occhi rossi. “Ehi, ragazzi. Cosa c’è?”
“Cosa ti serve per invertire il flusso?” dico.
“Ma cosa…?”
“Hai capito, Senbee,” dice l’Omonero. “Vogliamo darti una mano.”
Si siede sul letto. “Mi dispiace,” dice. “È stato bello restare con voi. Ma mi manca la mia casa, mi manca Arale. Mi manca la signorina Midori.”
“Anche per noi è stato bello. Ma ora spara: cosa ti serve?”
“Mi aiutate davvero?” dice a tutti denti.

“Allora: tegamino?” dice Senbee.
“C’è!”
“Due sveglie rotte?”
“Anche!”
“Playstation?”
Una fitta al cuore mentre dico: “Sì”
“Quattro CD di musica punk?”
“Eccoli,” dice l’Omonero con un sorrisetto tirato.
“Gli vogliamo bene, eh?” dico.
“Già.”

Quattro ore dopo.
La luna piena splende. Gli occhi di Senbee di più.
“Grazie, ragazzi,” dice soffiandosi il naso in un fazzoletto a pois.
“Grazie a te.”
Lo abbraccio forte, un nodo mi chiude la gola. Anche l’Omonero è commosso. Si stringono la mano, mantengono un contegno, da veri duri.
“Pronti? Via!” dice Senbee premendo un tasto del telecomando.
Sullo schermo compare un vortice tremulo. Il Dottor Slump saluta con la mano, oltrepassa il bordo, ci regala un ultimo sorriso e, roteando, sparisce.
Io e l’Omonero ci scambiamo uno sguardo. Come sempre, le parole non servono. Lui mi allunga una mano, io la stringo. E insieme saltiamo nel vortice.

Ciriciao gente!


lunedì 29 ottobre 2012

FORESTO




Ho gli occhi incollati. Mi stropiccio la faccia ruvida e che palle: mi tocca farmi la barba. Oggi è giorno d’ispezione. Che per passare uno straccio fetente sul pavimento di una stazione pare ci sia bisogno di sembrare damerini. Ma io sto zitto, mi faccio gli affari miei. Sarò lustro come un bambino il primo giorno di scuola: basta che mi lascino in pace.
Guarda, Ispettore: mi faccio la doccia, mi striglio, mi sbarbo e mi pettino questi quattro peli così, all’indietro, come un attore del cinema. Non sono neanche male, una volta ripulito. Non fosse per 'sto naso.
Al diavolo, è tardi. Devo andare.
È buio pesto, maledetto sia l’inverno infinito. La mano che regge il sacchetto con la divisa è gelida e spaccata sulle nocche; la pelle secca sanguina e brucia, e brucia la faccia appena rasata contro la lana del cappotto.
Sbatto forte i piedi mentre aspetto l’autobus e una fighetta in tiro mi lancia un’occhiata sbilenca. Sbatto i piedi più forte di prima, lei si volta e si allontana qualche passo. Brava, levati di torno.
Occupo l’ultimo posto libero sul bus, piazzo il sacchetto tra le gambe, mi accomodo, sospiro e il tizio che mi sta di fronte indietreggia. Non mi sono lavato i denti. Devo ricordarmi di non fiatare durante l’ispezione.
Il dondolio è soporifero, ma se mi addormento perdo la fermata e magari, pure, mi spettino. La lotta contro il sonno è crudele,  fa male al cuore, così mi alzo: non manca poi molto.
All’orizzonte, una striscia chiara denuncia il giorno. L’ennesimo giorno di merda.
Percorro spedito il viale alberato; in fondo, tra gli ippocastani nudi, mi aspetta la stazione: austera, imponente e lucida d’umido. Salgo la scalinata evitando i viaggiatori frenetici, attraverso l’atrio, caracollo davanti alle vetrine dei negozi spenna-allocchi, supero i cessi e sguscio nello spogliatoio.
Di spalle alla porta, mi sono appena infilato la divisa e sto bestemmiando perché la tintoria mi ha fatto saltare un bottone, quando un coppino mi spedisce col muso contro lo sportello dell’armadietto. So che è il Corto ancor prima di alzare la testa.
“Ti sei fatto bello, eh? Leccaculo!”
Stringo i denti e un sapore di ferro mi riempie la bocca.
“Vuoi far contento l’ispettore, vero ruffiano?”
E mi molla uno scappellotto da sotto in su,  lui, che è più basso di me di una testa.
“Non voglio guai,” gli dico. “Lasciami in pace.”
Mi spinge contro il muro, temo un cazzotto in testa, ma qualcuno bussa ed entra: l’Ispettore. Ci ricomponiamo in un istante, io mi liscio la divisa e comincio a pregare che  non si accorga del bottone.
“Le manca un bottone,” sibila viscido. Vestito di nero da capo a piedi, la bocca che è un taglio nella faccia da morto, sembra un vampiro.
“Mi dispiace, signor Ispettore, sono mortificato; ma la tintoria…”
“Non mi interessano gli affari suoi,” dice schifato, neanche gli stessi raccontando dei miei funghi; poi mi rendo conto di avergli alitato in faccia.
"Apra l'armadietto," dice.
I miei vestiti sono piegati, i calzini infilati nelle scarpe appaiate. Mi liscio i capelli mentre lui estrae il taccuino nero.
"Un richiamo per quel bottone. È il secondo in un mese," dice allungando la esse.
Annuisco fissandomi i piedi. Ingoio un grumo di vergogna e paura e aspetto il seguito. Che non arriva.
L'Ispettore passa oltre e si sposta davanti al Corto. Non è più così spavaldo ora che ha davanti Nosferatu e, ci scommetto, rimpiange di non aver messo più cura nello sbarbarsi, stamattina: un'isola di peli sul mento violaceo attira l'attenzione dell'Ispettore che scuote la testa inorridito. La divisa ha tutti i bottoni, ma è sgualcita e macchiata e nell'armadietto sembra sia passato un tornado. Il deodorante alla lavanda si mischia al tanfo di formaggio; l'Ispettore, rapido, richiude. La foto di una zoccola bionda si stacca dall'anta e svolazza nello stanzino.
L'Ispettore annota, muto.
Il Corto sposta il peso da una gamba all'altra e accarezza col pollice lo spigolo metallico dell'armadietto. Un sorriso beota vorrebbe forse ingraziarsi Nosferatu.
L'Ispettore fa il giro dello spogliatoio in tre passi, ficca il naso affilato nei cassetti, esplora il bagno e l'armadio delle scope. Scrive.
Apre il borsello di pelle, mette via il taccuino, si spolvera disgustato una manica, aggiusta il foulard e apre la porta. Sulla soglia, rivolto a me, dice: "Vada immediatamente in sartoria e si faccia cucire quel bottone. Non l'ha perso, vero?"
L'ha perso quella cazzona della lavandara, mica io. Il bottone dorato con il logo della stazione.
"Nossignore, non l'ho perso," mento.
"Meglio per lei."
Guardando il Corto dall'alto, aggiunge: "Il terzo richiamo in un mese. Vada pure a casa: la lettera di licenziamento le arriverà in giornata dall'amministrazione."
Chiude la porta e la conversazione. Il moto d'aria sposta il ciuffo dalla faccia attonita del Corto. Occhi sbarrati, sembra un coniglio selvatico paralizzato dai fari, finché lo sconcerto diventa collera e gli occhi, prima tondi, diventano due fessure, mentre la bocca si chiude e si piega in una smorfia feroce.
Mi appiattisco sulla porta dell'armadietto. Ora se la prende con me, sta' a vedere. Ma no. Si strappa la divisa con un grugnito, ci sputa sopra che è ancora in mutande, la prende a calci, prende a calci il muro, l'armadietto. L'anta vomita fuori i suoi vestiti sudici, le scarpe rotolano a terra. Si riveste masticando parole di rabbia, infila la porta e sparisce alla mia vista.
Mi accascio a terra, sgonfio per lo scampato pericolo. Resto così trenta secondi, occhi chiusi e testa appoggiata al muro, a riprendere fiato. Mi scuoto, tiro fuori il coltellino dalla tasca dei pantaloni e, uno a uno, stacco i bottoni dalla divisa strappata del Corto. A lui non servono più e io mi salvo le chiappe. Butto la divisa nell'immondizia. Se qualcuno mi chiede, dico: "È stato lui."

Capelli raccolti in una crocchia, tailleur color fango e decoltè corallo. Sembra che il buon gusto abiti altrove, ma la realtà è che quello non è il suo stile: è il capo che la vuole così. Il capo, che pretende tutto pronto per ieri, così le giornate non hanno fine e le domeniche le passa in ufficio, mentre lui, il capo, se la spassa in barca. E guai a chiedere due soldi in più. Ogni mattina, alla stazione, la tentazione di salire su un treno per il sud è forte. Andare via, mollare tutto. Troverà mai il coraggio?

Appoggio scopa e carrello al muro e busso. Aspetto. Forse ho bussato piano. Busso, stavolta più energico.
"Avanti!" gracchia una voce.
La Vecchia ci sta dando dentro con la macchina da cucire: pedala, pedala, rototom. Ci credo che non sentiva i colpi alla porta. Mi fissa da sopra gli occhialetti a mezzaluna e chiede: "Cosa vuoi?"
"Signora, ha tempo per ricucirmi un bottone?"
"No che non ce l'ho. Non vedi?" dice, indicando una pila alta fino al soffitto di giacche scucite e braghe senza orli.
"Dovrò portarmi il lavoro a casa. Anche oggi."
Rototom rototom.
"Se mi presta un ago faccio da solo," dico io. Che se incontro l'Ispettore faccio la fine del Corto. E poi come lo pago l'affitto della topaia.
"Nel cesto, là sul davanzale," grida la Vecchia.
Seduto su uno sgabello di legno, cucio il bottone alla bell'e meglio. Saluto la Vecchia, riprendo il carrello e mi incammino.

Bello e sorridente, gira con la più gnocca della scuola. Due sfigati gli passano accanto veloci.
"Calma, calma. Dove correte?"
I due si scambiano un'occhiata nervosa.
"Voi li avete fatti i compiti, vero?"
Il più basso avvampa.
"Certo che è vero. Che altro avete da fare, voi due?" dice ghignando. Anche la gnocca ride.
"Forza. Non ho voglia si sporcarmi le mani sulle vostre facce pustolose."
Paonazzi, aprono gli zaini e gli allungano i quaderni.
"Che bravi. Quando ho finito di copiare ve li riporto. Se me lo ricordo."
La gnocca gli porta i quaderni e lo abbraccia; se ne vanno, seguiti dagli sguardi invidiosi di tutti.
"Lo sai, vero, che non li riavremo mai?" dice quello basso.
"Certo che lo so. E ora?"
"E ora ci becchiamo un'insufficienza. Chi glielo spiega a mia madre?"
Quello alto, pensieroso, tira gli elastici dell'apparecchio per i denti.
"Andiamocene," dice.
"E dove?"
"Via di qui, chi se ne frega. Andiamo in stazione e prendiamo un treno a caso."
“E mia madre?”
“Penso io alla giustificazione: sono bravo con le firme.”

La sala d'attesa a quest'ora è mezza vuota.
Raccolgo biglietti usati, cartacce, polvere e fango secco. Se la gente guardasse dove mette i piedi...
Pulisco tutto e sento nella testa la voce dell'Ispettore: "Voglio i pavimenti a specchio, ci si deve poter mangiare. Il decoro della Stazione dev'essere il vostro obiettivo, la vostra missione." Tutte quelle esse. Unghie sulla lavagna.
Pulisco sapendo che tra un'ora sarà tutto come prima. Pulisco sapendo che dovrò rifare tutto ancora e ancora. Scopo con stizza, sollevo una nube di polvere e investo un Foresto seduto da solo in un angolo. Lui non protesta, io proseguo senza chiedere scusa.

"Le sue analisi sono preoccupanti," aveva detto la dottoressa al ciccione sudato. E l'aveva messo a dieta ferrea: niente dolci, niente grassi, niente alcol. È un mese che il ciccione non riesce a dormire: pensa al cibo, ascolta lo stomaco che brontola, tenta il sonno con la tv, ma la pubblicità è una tortura di intingoli. Allora esce, cammina per la città fredda, allunga il passo e serra la mascella davanti ai bar. È mattina, ce l'ha quasi fatta. Ma il profumo di fritto del bar della stazione è inebriante.

Prendo uno straccio dal carrello e levo le ditate dalle maniglie e dai vetri della sala. Il Foresto mi osserva impaziente, forse spera che me ne vada. Bello mio, sapessi quanto vorrei accontentarti. Con la coda dell'occhio, lo vedo afferrare lo zaino da sotto la sedia, appoggiarlo sulle ginocchia, aprirlo e prendere un contenitore di plastica azzurro e una forchetta. Quando toglie il coperchio, una zaffata pestilenziale mi investe e satura l'aria già viziata della sala d'attesa. Mi lacrimano gli occhi e mi copro naso e bocca con la manica mentre guardo il Foresto avido infilarsi in bocca un coagulo di roba verde. Cristo, che schifo. Hai vinto Foresto, levo le tende. Torno dopo a finire qui dentro.
Raccatto straccio e scopa e vado verso l’uscita. Il Foresto sorride con gli occhi, si lecca le labbra verdi, fa un cenno di saluto con la testa. Rabbrividisco e non ricambio, in fuga da quel fetore.

La cravatta e lo schifo gli stringono la gola. Corre nell'atrio, verso la biglietteria. Per inseguire i brutti pensieri, perde il treno.
"Maledetta troia. Troia e imbecille: lo sai che la faccio io la lavatrice, no? Se proprio devi scoparti quel porco del tuo capo, puoi almeno togliere i suoi bigliettini osceni dalle tasche? Imbecille io, che t'ho sposata. Ma vedrai che sorpresa, stasera, quando la chiave non aprirà la porta."

Appena fuori dalla sala d'attesa, qualcuno mi scontra: il Corto. "Sei ancora qui," gli dico. I suoi bottoni mi bruciano in tasca.
"Sì, sono ancora qui," dice lui, aromatizzato alcolico.
"Sei ubriaco."
"Sono ubriaco, sì, sono ubriaco, allora?" sbraita aggressivo. Ma perché non sto zitto?
"Scusa," biascico.
Qualcosa lo distrae e mi salva, per la seconda volta. Oggi non gioco alla lotteria, la mia dose di culo me la sono spesa.
"Cos'è 'sto tanfo? Te la sei fatta sotto?"
"La colazione di quello lì," dico indicando col mento il Foresto. Il Corto entra nella sala come una furia. Ho già capito come va a finire, mi porto fuori tiro. Trascino piedi e carrello lontano, zigzagando tra la gente. Ho lasciato i guanti in sala d'attesa, porco demonio. Mi volto e vedo Il Corto inveire contro il Foresto. Non sento quello che dice, sembra un pesce chiatto in un acquario squallido. Il Foresto, rannicchiato sulla sedia, sta chiudendo in fretta il contenitore del suo cibo immondo. Il gesto non placa il  Corto.
La gente rallenta.
Una donna grassa porta via il marito di peso.
La Vecchia, in pausa dal suo rototom, cammina e mastica un dolce con le gengive; nota il trambusto, si ferma. Ha un’aria sadica e goduta.
Due ragazzotti, zaini in spalla e facce da pirla, si piazzano davanti allo spettacolo del Corto che spintona il Foresto. Ridono.
Altri si aggiungono, qualcuno finge di non vedere.
Ramazzando, ostento indifferenza e mi avvicino di qualche passo.
Il Foresto raccoglie le sue carabattole, si fa piccolo piccolo e, carponi, tenta di uscire dalla sala d’attesa. Il Corto è troppo ubriaco e troppo incazzato per lasciarlo andare: lo agguanta per il collo della camicia, come farebbe con un gatto rognoso, e lo butta fuori, nell’atrio.
Una donna si sposta di lato, inorridita, e lascia che rotoli sul pavimento, di fianco alle sue scarpe corallo.
“Ti ho fatto una domanda,” gli sta gridando il Corto. “Capisci la mia lingua?”
Il Foresto è tutto occhi. Trema.
“Ti comporti così a casa tua? Smerdi in giro?”
Sono a mezzo metro dal gruppo, seminascosto da un pilastro; ramazzo, taccio, sbircio tra le ciglia; un tale incravattato chiede: “Cos’ha fatto?” e sento la donna rispondere: “Ha usato la sala d’attesa come gabinetto.”
“Cosa? Ha cagato là dentro?”
“Sì, sulla poltrona," risponde il ragazzotto basso. "E quel tizio è stato licenziato per colpa sua.”
“Figlio di…”
“Sì, figlio di puttana!” grida un ciccione sudato. “Torna da dove sei venuto, schifoso!”
La folla cresce. La rabbia pure. Tutti sono certi che il Foresto l’abbia fatta in sala d’attesa. E che il Corto sia stato licenziato perché l’Ispettore ha trovato la torta fumante sulla poltrona.
Il Foresto è circondato, stringe lo zaino tra le braccia, ha la testa incassata nelle spalle. Aspetta le botte, sa che arriveranno. Non emette un suono mentre lo spazio intorno a lui si riduce. Il ragazzotto basso fa per sferrargli un calcio, ma, imbranato come nessuno, calibra male, perde l’equilibrio e cade. L’altro viene avanti e grida: “Avete visto? Gli ha fatto lo sgambetto, ha fatto cadere il mio amico!”
Gli tira un calcio in un fianco ed è come un gong: il tale incravattato immobilizza il Foresto da dietro, i ragazzotti e il ciccione lo riempiono di calci e pugni e sberle, perché ha cagato a casa nostra, perché ha fatto licenziare uno di noi, perché ha picchiato il mio amico, perché mia moglie si scopa il suo capo, perché la mia faccia è un campo di pustole, perché ho una fame che mangerei Dio. Perché.
Esauriti i perché, la folla si spegne, si disperde, ognuno va per la sua strada. La Vecchia sputa sul corpo del Foresto, tutto bubboni e lividi e sangue. Il Foresto non si muove. Stringe ancora lo zaino.
Piano, lento, assicurandomi che nessuno mi veda, vengo fuori da dietro la colonna e mi avvicino. Una bolla di sangue da una narice si gonfia e scoppia: il Foresto respira. Chiamo l’ambulanza, ma quando chiedono il mio nome, attacco. Mi faccio i fatti miei, io. Non voglio guai. Prima di sparire anch’io, leggo sullo zaino il nome del Foresto.

Un grave episodio di razzismo si è verificato ieri mattina alla Stazione Centrale. Lo straniero, Roberto Parodi, è all'ospedale con una prognosi di dieci giorni. Aveva lasciato l'Italia e la sua città, Genova, solo una settimana fa, in cerca di un lavoro. Gli aggressori non sono ancora stati individuati.