Brava, mi dice l'Omonero. Brava, mi dice mia madre. Brava, mi dicono mio fratello e gli amici antichi e gli amici nuovi. E io, tutti questi BRAVA, me li prendo. La prossima settimana uscirà il mio romanzo. "Mara conta i passi", si intitola. Intendiamoci, mica mi prendo i Brava perché penso d'aver scritto un capolavoro. Tutt'altro: è una piccola, piccola cosa. Una piccola cosa di cui nessuno sentiva il bisogno, una piccola cosa che non aggiungerà nulla al panorama letterario.
Io, tutti quei "Brava" me li piglio perché sono arrivata in fondo. Quest'avventura è durata mesi, e in questi mesi, che quanti sono non lo so più, sono successe tante cose. Avrebbe dovuto essere un romanzo a quattro mani (sei, dicevo io, contando quelle del capitano della Factory, Aldo Moscatelli), ma poi di mani ne sono rimaste solo due: le mie. Ma non mi sono arresa. Sono stata lì lì per lasciar perdere almeno settecentodieci volte. Tipo ogni volta che tornavo a casa a pezzi da Nuovo Recinto, e avevo solo voglia di dormire. Ogni volta che gli amici organizzavano serate scoppiettanti, mentre a me toccava la solitudine della tastiera. E soprattutto, ogni volta che Aldo mi ha detto No, Vale, proprio non va bene questa roba che hai scritto. Scrivere un romanzo è un po' come fare un figlio. Direste mai a una madre Tuo figlio è un cesso? La reazione immediata a chi ti dice che tuo figlio è un cesso è chemminchiavuolequesto e la voglia di mollare un cazzottone a chi ha osato insultare la tua creatura è molta. Ma il difficile arriva quando tuo figlio lo guardi e cazzo: è un cesso davvero. Ed è lì che ti senti inadatta, incapace, e ti vergogni come un cane per il solo fatto di aver pensato di essere all'altezza; ed è lì che la cosa più facile del mondo sarebbe
M O L L A R E .
Non l'ho fatto. Ogni volta, di fronte agli ostacoli, magari ho pianto un po', ma mi sono rimboccata le maniche e ho ricominciato a lavorare. Fino alla fine. Fino in fondo. Mio figlio sta per nascere. E ogni scarrafone...
Mi sveglio con un sapore di sangue in bocca. Macheccazz? Apro gli occhi e m’aggredisce un flash. Mi copro con una mano e penso no. Oh no. No, ti prego no, non oggi. Dobbiamo partire. Attraversare tutta la Sardegna, prendere un aereo, tornare a Genova. Penso che forse mi sono sbagliata. Che magari quelle luci venivano da una macchina di passaggio, che forse il sole è rimbalzato sulla carrozzeria, sugli specchietti, sul bracciale di diamanti di una qualche ricca troia. Mi faccio coraggio e tolgo la mano dalla faccia: un albero di Natale, di quelli pacchianissimi, balla un pezzo jungle in un angolo dell’occhio destro. Ce l’ho nello stoppino. L’Omonero entra in camera tutto energico. “Vieni, la colazione è... Tutto bene?” “No.” La mia voce rimbomba cento volte, e fa male: ci siamo, è già qui. “Che c’è?” “Emicrania,” dico, stavolta in un sussurro. “Oh cazzo. Come facciamo? Non possiamo partire se stai così.” Riesco a dire una cosa sola: TORADOL. “Sì, ce l’abbiamo. Ma non ho le siringhe. Puoi metterlo sotto la lingua però.” Io ormai non riesco più a parlare. Faccio un piccolissimo no con la testa, e tanto basta: un’ondata di nausea mi investe, reprimo a fatica un conato. Così l’Omonero capisce perché il Toradol sotto la lingua non è una buona idea. “Ok, vado in farmacia. Torno subito.” Col ditino indico la finestra: uccidi la luce prima. Ti scongiuro.
Nosferatu, il vampiro - 1922
Resto sola, al buio, mentre il dolore cresce, continuo, acuto, come una nota altissima di quelle che spaccano i bicchieri; senza tregua, senza respiro. Sono sudata marcia. Ho la nausea. Forte. E mi fanno male i denti, le gengive, che devo aver digrignato tutta la notte. Ho bisogno di acqua. Fredda. Aspetto che torni l’Omonero. No. Non ce la faccio. Rotolo su un lato, scivolo giù dal letto, mi trascino in cucina. Mi riempio la bocca di acqua gelida, che sfiammi cazzo, o almeno anestetizzi un po’. Tanto da dover sopportare un dolore solo. Bevo ancora, ma non è una buona idea. Quando l’Omonero torna mi trova con la testa nel cesso. “Poverina! Sembri Christiane F.” Riderei, se non stessi per morire.
Mi riporta a letto, mi scopre una chiappa e mi fa l’iniezione. Brucia, porcaputtana. “Stai lì un po’. Io finisco di fare i bagagli, tu prova a riposare. Vuoi che ti chiuda la porta?” Ci penso un attimo. Con l’emicrania la mente viaggia veloce (e catastrofica), e in una frazione di secondo mi vedo che peggioro (ma può essere peggio di così?), che cado, che sono per terra rantolante ma lui non mi sente. Gli dico no, sempre usando il ditino: niente voce, niente movimenti della testa. E come l’Omonero se ne va, un cagnetto nella via inizia ad abbaiare.
Cagnetto. Maledetto cagnetto. Perché non ho chiuso quella cazzo di porta di merda. Cagnetto piantala. Cagnetto infame, tu non lo sai che ogni tuo latrato è un pugno sull'elsa della spada che mi divide il cranio a metà. Stronzo d’un cagnetto di merda figlio di puttana, piantala. Ora vengo lì. E ti pianto nel culo la siringa, così te lo do io un buon motivo per bèbèbèbèbèbèbèbèbèbèbèbèbèbbè. Gli dico così. Come mi diceva mia madre quando me le dava col battipanni. Glielo dico con la telepatia. E in qualche modo mi sa che mi sente, perché smette. Silenzio. Buio. Caldo alle piante dei piedi. Il Toradol non mi toglie il dolore, ma si appende alle palpebre, che diventano di piombo. “È ora di andare.” L'Omonero mi porta di peso in macchina. Mi rannicchio, nascondo la testa nelle braccia, sprofondo nel limbo. Non è dormire, quello. È coma profondo.
Benedetto sia il Toradol. Benedetto, e benedetto il suo inventore. Mi sveglio due ore dopo rincoglionita come mai. Il dolore è sceso di quattro toni, è sordo ora, ovattato, morbido.
“Dove siamo?” “Boh. Dopo Oristano, in mezzo alla campagna. È bello sentire di nuovo la tua voce. Stai meglio?” “Meglio, sì.” “Ti va se ci fermiamo un po’?”
Autogrill. Provo a mangiare un pezzetto di focaccia al pomodoro, ma capisco che è meglio di no. Seduta sul marciapiede, all'ombra, mi godo il fresco e guardo l’Omonero che dà una pulita alla macchina: lava il vetro, aspira briciole e sabbia. Al noleggio ci avevano detto che, se l’avessimo riconsegnata sporca, ci avrebbero addebitato una cifra tra i diciotto e i settantadue euro. Così: diciotto e settantadue. Cifre a caso. “Te la senti di ripartire? La strada è ancora lunga.” Mi sento male al pensiero di tornare in macchina, ma si sta facendo tardi. “Sì.Sì, ce la faccio.”
Arriviamo in aeroporto dopo altre due ore. L’emicrania si è ormai sciolta in pulsazioni sporadiche. Tipo polpo che nuota. Rispetto a come stavo, sono un fiore. L’Omonero scarica la macchina, trasporta le valigie, io gli cammino dietro appoggiando piano i piedi per terra: le vibrazioni ancora mi danno la nausea. Mi appoggio coi gomiti al bancone dell’autonoleggio. Consegniamo le chiavi, l’Omonero e l’Omosardo vanno a controllare che la macchina sia intera. Che abbia il pieno di benzina, ma con un ottavo in meno, che così ce l'avevano data. Io aspetto, mi reggo la testa con le mani. Quando tornano, l’Omosardo annuisce, firma il modulo. Non ci addebitano i diciottosettantadue euro per lo zozzume. Bene. L’Omosardo, però, solleva un sopracciglione. “Consegnate un giorno prima, giusto?” Giorno prima? Ci guardiamo. Sento freddo. L’Omonero prende dalla tasca i documenti del volo. Avvicina il foglio alla faccia cupa. Chiude gli occhi un istante. Solleva lo sguardo. Domani. Il nostro volo è domani.
Ho
da fare un paio di cose prima di uscire. Lo vedo che il cielo bigio non
promette un cazzo di buono, che sarebbe più furbo uscire subito, ma conosco la
mia pigrizia e so che rimandare significherebbe non fare.
E
mi sento brava, a posto con la coscienza, quando, due ore dopo, poso la penna e il mouse,
felice di aver postato anche sul blog la storia della scimmia di Tiran (per gli
amici non subacquei che non leggono Scubaportal,ma che si divertono con le mie avventure da
abissonauta pasticciona), e di aver finalmente tirato giù lo schema dei
capitoli per la seconda stesura del romanzo.
Ovviamente,
piove.
Ma
io devo proprio uscire: tra pochi giorni sarà il compleanno dell’Omonero e,
anche se sono anni che non ci regaliamo più niente preferendo, a ogni
ricorrenza, nutrire il porcellino Salvavacanza per poi andarci a godere i
soldini da qualche parte nel mondo, un pensierino, una cazzata, un pacchettino
simbolico non riesco a non farglielo trovare sul comodino.
A
modo mio, sono romantica.
È
domenica, mi tocca il centro commerciale. Io odio i centri commerciali, odio il
brusio che c’è sempre, il disagio indotto dagli spazi pensati male (o forse
benissimo) che ti disorientano e ti rincoglioniscono, così che quando esci non
hai comprato una minchia di quello che ti serviva, ma un assortimento di
mutande di pizzo che non metterai mai e un set di pentole antiaderenti
estremamente utili per una che non cucina manco un uovo.
Quando arrivi a casa,
guardi le cose acquistate come se le vedessi per la prima volta, e se qualcuno
ti chiede perché hai comprato venticinque mutande tu dici, poco convinta:
“Erano in offerta.”
Ma
stavolta so cosa voglio, devo solo entrare in un preciso negozio (non faccio la
vaga, ma se scrivo quale negozio poi l’Omonero sgama il regalo!), comprare una
precisa cosa e uscire.
“Ce
la posso fare.”
Trovare
parcheggio tra le auto posteggiate a castello è un incubo, Genova tutta è qui. Ho capito che piove, ma…
Decido
di non incazzarmi. Faccio nove volte il giro, poi parcheggio a castello pure
io. Oh, insomma. Tanto resto poco.
La
coda per entrare inizia già dal parcheggio. Non so se ho mai visto tanta gente
qui dentro. Le mie gambe stanno già tornando verso la macchina, ma so che non
avrò un altro momento libero da qui a mercoledì, tengo duro e respingo il
malessere che mi sta già facendo sudare le ascelle e la nuca.
Composta
e paziente sulla scala mobile, non reagisco nemmeno quando un marcantonio in
canottiera mi spinge di lato per passare: rimango concentrata e zen, salgo
sulla seconda scala mobile, raggiungo la mia destinazione, mollo l’ombrello nel
portaombrelli, entro.
Non
so perché, ma ‘sto posto mi fa stare peggio del solito.
Aspetto
il mio turno per pagare. Davanti a me due tizie tutta plastica (tette labbra
capelli) che non si capisce chi sia la madre e chi la figlia (seh, bonanotte:
si capisce, si capisce) stanno elmettando la cassiera con domande a raffica su
una valanga di prodotti che hanno appoggiato sul bancone. Non convinte dalle
risposte, mollano tutto lì e se ne vanno a mani vuote, mentre una commessa, mesta,
rimette tutto a posto.
Il
mio fastidio aumenta. Inspiro e conto fino a sette, come faccio sott’acqua
quando sento arrivare l’ansia.
Pago,
afferro il mio sacchetto, graziearrivederci, esco dal negozio facendo slalom
tra una quantità di gente impressionante.
Berrei volentieri un caffè, ma non qui. Devo uscire da qui.
Passo
davanti alla vetrina di un megastore, di quelli che ti vendono di tutto, dalla
lavatrice alle vacanze, dove un nugolo di ragazzine sbraita davanti a un
cartello.
Moreno?
Non ho la più pallida idea di chi sia.
Mi
sento fuori luogo, fuori posto, fuori pista, c’è gente ovunque e io sto come i
pazzi, ma perché?
Poi
capisco.
Ci
saranno centinaia di persone, forse migliaia, in questo accidenti di posto. Ma nessuno, dico NESSUNO, regge tra le
mani un sacchetto. Nemmeno uno, uno piccolo, di quelli del negozio di scherzi
che con tre euro una minchiata la compri, così, tanto per.
No.
Niente, nemmeno uno.
Sono
in una cattedrale, Dio è morto e questi qua, i devoti, rimasti con un palmo di
naso si aggirano allibiti senza sapere che fare.
Vecchi seduti sulle panchine,
gli occhi fissi nel nulla. Famiglie intere che leccano gelati e sembrano
guardare le vetrine, ma in realtà non vedono niente. Aspettano che arrivi sera.
Il
sudore mi si gela addosso. Me ne devo andare di qua, prima che qualcuno che
pensava di aver venduto l’anima e di aver fatto pure un buon affare si renda
conto di averla invece regalata e s’incazzi come una bestia.
Un tizio fissa stralunato il mio pacchettino. Lo nascondo in borsa, scendo di corsa le scale senza
guardarmi indietro, spero solo che la macchina sia intera, che nessuno, nella
foga di uscire, abbia fatto la curva stretta e…
La
macchina è lì, senza un graffio.
Salto
su, esco dal parcheggio col cuore che suona la techno nelle tempie.
Diluvia.
E dopo qualche metro, di botto, si appannano tutti i finestrini. Non vedo un
cazzo, sono in una bolla di nebbia; ogni tanto tutto diventa più bianco,
aspetto, incassata nelle spalle, il tuono che non arriva: è un temporale zitto.
Guido a memoria, mi oriento con le luci delle altre macchine e dei semafori,
sparo l’aria sul vetro e apro un po’ il finestrino, ma i vetri restano
appannati mentre io mi infradicio le braghe.
Bestemmio
il Dio morto, quello dello shopping e dei centri commerciali.
Accendo
l’aria condizionata al massimo, ho i brividi, i vetri cominciano a tornare
trasparenti quando sono sotto casa. Parcheggio un po’ distante, ma va bene
così, sono salva.
Spengo
i fari, i tergicristalli, la bufera di neve, la macchina tutta. Acchiappo la borsa, mi giro a
prendere l’ombrel…
Giornata
massacrante. Sogno divano, coperta, gatti e playstation.
Arranco
per i sei piani di scale e, mentre apro la porta di casa, sento delle voci.
“L’Omonero avrà di nuovo lasciato il televisore acceso,” penso. Ma quasi muoio
d’infarto quando mi trovo in soggiorno un capoccione: la stessa corporatura
della mia lavatrice, camice bianco e pantofole, le mani appoggiate sul mio
nuovo televisore al plasma; sudato, disperato, grida: “Togli quella cacca dal
letto! Mi senti? Ti ho detto mille volte che non devi portare la cacca a casa!”
“Senbee?”
dico, mentre la borsa mi cade per terra. Lui non sembra avermi sentito.
Idea: tolgo il cappotto, mi avvicino, sollevo la gonna, lo
chiamo: “Dottor Slump?”
Il
sesto senso del porcello lo fa voltare: faccia a faccia con le mie mutandine,
gli occhi schizzano dalle orbite e uno spruzzo di sangue dalla narice
sinistra allaga il pavimento. Appena abbasso l’orlo della gonna, però, lui
ricomincia a prendere a pugni il televisore. Afferro il telecomando, spengo e
Senbee si immobilizza davanti al nulla. Tocca lo schermo, ci gira intorno.
“Hai
una cassetta degli attrezzi?” dice.
“Per
farci cosa?”
“Devo
invertire il flusso. Voglio tornare a casa prima che quella peste combini
troppi guai!”
“Quanta
fretta, Senbee! Non vuoi neanche sapere dove sei finito?”
“Come sai il mio nome? Ci conosciamo?”
“Tutti
qui ti conoscono. Sei molto famoso!”
Lui
d’improvviso diventa alto e bello e il sorriso gli scintilla. Trattengo la
risata a fatica: mi fa ammazzare quando fa il figo!
“Accomodati,”
gli dico.
“Ehi,
senti, mi dispiace per…” dice, indicando la pozza di sangue.
“Non
preoccuparti, l’avevo messo in conto. Ora pulisco. Non toccare niente, per
favore, finché non torno.”
“Va
bene.”
In
bagno col pretesto dello straccio, telefono all’Omonero.
“Hai
lasciato di nuovo il televisore acceso!”
“Scusa,
B, hai ragione, è che…”
“Non
hai capito, non ti stavo rimproverando! È successa una cosa assurda: il Dottor
Slump è nel nostro soggiorno!”
L’Omonero
tace qualche secondo. Poi: “B, hai bevuto?”
“No,
macché! È di là, te lo giuro, dev’essere passato dalla tele in qualche modo!”
“Veramente?
Fagli costruire la Pistola Transformer!”
“Così
trasformo la vicina in uno scarafaggio! Però voglio anche la Pentola
Concretizzante, che ci butto una ricetta e in quattro e quattr’otto la cena è
pronta!”
“E
io voglio gli occhiali a raggi x!”
“Quelli
te li scordi.”
“Uffa.”
“Comunque,
non sarà facile convincerlo a restare: stava già cercando il modo di smontare
il televisore per tornare a Villaggio Pinguino.”
“Il
televisore nuovo? Fermalo, fermalo, per carità!”
“Ci
provo. Ora torno di là, che devo anche pulire un mare di sangue.”
“B!
Gli hai fatto vedere le mutande!”
“Non
avevo altra scelta: non mi dava retta!”
“Bella
scusa! Poi dici a me.”
“Eddai.
Torna presto.”
“Appena
finito di lavorare.”
Armata
di straccio e secchio, torno in soggiorno. Senbee è sparito.
“Ma
dove caz…”
Un
rumore viene dalla cucina.
“Che
stai facendo?” dico.
“Il
tuo tostapane è rotto. Te lo sto riparando.”
“Ma
non mi sembrava…” Il campanello mi interrompe. Oddio, e chi è ora? Butto lo
straccio a coprire la macchia di sangue e apro la porta: è la vicina napoletana
spaccapalle.
“Buonasera,
signuri’. Scusate, ma ho sentito dei rumori e mi sono un poco preoccupata.”
“Scusi,
signora, è venuto a trovarmi un vecchio amico. Mi spiace averla disturbata.”
Non
mi accorgo del testone di Senbee che sbuca dalla cucina. La vicina sgrana gli
occhi.
“Signorina,
ma voi tenete nu’ cartone animato in casa? Ma l’amministratore lo sa?”
“Non
ancora, signora, lo avviso prima possibile.”
Lei
allunga il collo.
“Ma
non sarà pericoloso?”
“Pericoloso?
E perché mai!”
Un
tostapane con le scarpe da tennis inizia
a correre per il soggiorno sputando fette abbrustolite a puntino, inciampa nello straccio e scopre la pozza di sangue. La vicina fugge urlando: “Domani lo
chiamo io l’amministratore! Voi siete una strega! Un’assassina!”
“Senbee,
ma che hai combinato?”
“A
che serve un tostapane che non ti porta la colazione a letto?”
“A
tostare il pane?”
Mi
guarda sconcertato.
“Vieni,
siediti un po’ qui: ti faccio vedere una cosa.”
Impallidisce.
“Non
QUELLA!”
Si
siede sul divano, buono buono, le mani in grembo, e fissa malinconico lo
schermo nero del televisore. Dalla libreria prendo tutti i numeri de “Il Dottor
Slump e Arale” e li appoggio in ordine sparso sul tavolino.
“Che
ti dicevo? Sei famoso qui!”
Senbee
inizia a sfogliare il numero tre, l’episodio Mutandine e Fragoline. “Tutta
colpa di quello stupido maiale. Quella volta ce l’avevo quasi fatta!”
“Il
piano era perfetto, Senbee, non è stata colpa tua. Non sei stufo di fallire, lì
a Villaggio Pinguino? Non ti piacerebbe cambiare vita?”
“Io…
Beh, ecco…”
“Qui
è pieno di belle ragazze. Sei famoso, sei affascinante.”
“E
bello.”
“Soprattutto
bello. Potresti fermarti un po’ da noi e vedere come va. Puoi tornare a casa
quando vuoi, se non ti piace.”
“E
cosa farà Arale senza di me? E Gacchan? E la Professoressa Yamabuki?”
Mentre
lui si perde nei pensieri, gioco la carta vincente: accendo il televisore su un
canale hard.
“Beh?
Dov’è?”
“Shht,
zitto! È appena andato a dormire!”
“L’hai
convinto a restare?”
“A
fare una prova.”
“E
come hai fatto?”
“Donnine.”
“B,
hai comprato la Cocacola?”
“Sì,
è in dispensa. Agitala bene prima di versarla nel serbatoio. Ma dove vai con
l’aereo?”
“A
prendere Senbee. Con questo traffico se vado in macchina non arrivo più.”
“Cosa
volete per cena?”
“Ho
comprato un ricettario nuovo: lancia nella pentola la pagina trentasette.”
“Cosa
c’è Senbee? Non ti piacciono le lasagne?” dico.
“Sono
buonissime. È che oggi al laboratorio mi sono stancato. Vado a riposare, se non
vi dispiace.”
“Certo,
vai. Buonanotte.”
Slump
si chiude in camera sua e l’Omonero scuote la testa.
“B,
Senbee non è contento.”
“Magari
è davvero stanco.”
“Lo
sai cosa fa quando si chiude in camera?”
“No
e, conoscendolo, non so se voglio saperlo.”
“Legge
i suoi fumetti. L’ho sentito ridere. E piangere, a volte.”
“Oh
no. Cosa possiamo fare?”
“Lo
sai.”
Certo
che lo so.
Ci
alziamo da tavola, bussiamo alla porta della sua stanza. Apre spettinato, con
gli occhi rossi. “Ehi, ragazzi. Cosa c’è?”
“Cosa
ti serve per invertire il flusso?” dico.
“Ma
cosa…?”
“Hai
capito, Senbee,” dice l’Omonero. “Vogliamo darti una mano.”
Si
siede sul letto. “Mi dispiace,” dice. “È stato bello restare con voi. Ma mi
manca la mia casa, mi manca Arale. Mi manca la signorina Midori.”
“Anche
per noi è stato bello. Ma ora spara: cosa ti serve?”
“Mi
aiutate davvero?” dice a tutti denti.
“Allora:
tegamino?” dice Senbee.
“C’è!”
“Due
sveglie rotte?”
“Anche!”
“Playstation?”
Una
fitta al cuore mentre dico: “Sì”
“Quattro
CD di musica punk?”
“Eccoli,”
dice l’Omonero con un sorrisetto tirato.
“Gli
vogliamo bene, eh?” dico.
“Già.”
Quattro
ore dopo.
La
luna piena splende. Gli occhi di Senbee di più.
“Grazie,
ragazzi,” dice soffiandosi il naso in un fazzoletto a pois.
“Grazie
a te.”
Lo
abbraccio forte, un nodo mi chiude la gola. Anche l’Omonero è commosso. Si
stringono la mano, mantengono un contegno, da veri duri.
“Pronti?
Via!” dice Senbee premendo un tasto del telecomando.
Sullo
schermo compare un vortice tremulo. Il Dottor Slump saluta con la mano,
oltrepassa il bordo, ci regala un ultimo sorriso e, roteando, sparisce.
Io
e l’Omonero ci scambiamo uno sguardo. Come sempre, le parole non servono. Lui
mi allunga una mano, io la stringo. E insieme saltiamo nel vortice.
Ho
gli occhi incollati. Mi stropiccio la faccia ruvida e che palle: mi tocca farmi
la barba. Oggi è giorno d’ispezione. Che per passare uno straccio fetente sul
pavimento di una stazione pare ci sia bisogno di sembrare damerini. Ma io sto
zitto, mi faccio gli affari miei. Sarò lustro come un bambino il primo giorno
di scuola: basta che mi lascino in pace.
Guarda,
Ispettore: mi faccio la doccia, mi striglio, mi sbarbo e mi pettino questi
quattro peli così, all’indietro, come un attore del cinema. Non sono neanche male, una volta ripulito. Non fosse per 'sto naso.
Al
diavolo, è tardi. Devo andare.
È
buio pesto, maledetto sia l’inverno infinito. La mano che regge il sacchetto
con la divisa è gelida e spaccata sulle nocche; la pelle secca sanguina e
brucia, e brucia la faccia appena rasata contro la lana del cappotto.
Sbatto
forte i piedi mentre aspetto l’autobus e una fighetta in tiro mi lancia
un’occhiata sbilenca. Sbatto i piedi più forte di prima, lei si volta e si allontana qualche passo. Brava, levati di torno.
Occupo
l’ultimo posto libero sul bus, piazzo il sacchetto tra le gambe, mi accomodo,
sospiro e il tizio che mi sta di fronte indietreggia. Non mi sono lavato i
denti. Devo ricordarmi di non fiatare durante l’ispezione.
Il
dondolio è soporifero, ma se mi addormento perdo la fermata e magari, pure, mi
spettino. La lotta contro il sonno è crudele,fa male al cuore, così mi alzo: non manca poi molto.
All’orizzonte,
una striscia chiara denuncia il giorno. L’ennesimo giorno di merda.
Percorro
spedito il viale alberato; in fondo, tra gli ippocastani nudi, mi aspetta la
stazione: austera, imponente e lucida d’umido. Salgo la scalinata evitando i
viaggiatori frenetici, attraverso l’atrio, caracollo davanti alle vetrine dei
negozi spenna-allocchi, supero i cessi e sguscio nello spogliatoio.
Di
spalle alla porta, mi sono appena infilato la divisa e sto bestemmiando perché
la tintoria mi ha fatto saltare un bottone, quando un coppino mi spedisce col
muso contro lo sportello dell’armadietto. So che è il Corto ancor prima di
alzare la testa.
“Ti
sei fatto bello,
eh? Leccaculo!”
Stringo
i denti e un sapore di ferro mi riempie la bocca.
“Vuoi
far contento l’ispettore, vero ruffiano?”
E
mi molla uno scappellotto da sotto in su,lui, che è più basso di me di una testa.
“Non
voglio guai,” gli dico. “Lasciami in pace.”
Mi
spinge contro il muro, temo un cazzotto in testa, ma qualcuno bussa ed entra:
l’Ispettore. Ci ricomponiamo in un istante, io mi liscio la divisa e comincio a
pregare chenon si accorga del bottone.
“Le
manca un bottone,” sibila viscido. Vestito di nero da capo a piedi, la bocca
che è un taglio nella faccia da morto, sembra un vampiro.
“Mi
dispiace, signor Ispettore, sono mortificato; ma la tintoria…”
“Non
mi interessano gli affari suoi,” dice schifato, neanche gli stessi raccontando
dei miei funghi; poi mi rendo conto di avergli alitato in faccia.
"Apra
l'armadietto," dice.
I
miei vestiti sono piegati, i calzini infilati nelle scarpe appaiate. Mi liscio
i capelli mentre lui estrae il taccuino nero.
"Un
richiamo per quel bottone. È il secondo in un mese," dice allungando la
esse.
Annuisco
fissandomi i piedi. Ingoio un grumo di vergogna e paura e aspetto il seguito.
Che non arriva.
L'Ispettore
passa oltre e si sposta davanti al Corto. Non è più così spavaldo ora che ha
davanti Nosferatu e, ci scommetto, rimpiange di non aver messo più cura nello
sbarbarsi, stamattina: un'isola di peli sul mento violaceo attira l'attenzione
dell'Ispettore che scuote la testa inorridito. La divisa ha tutti i bottoni, ma
è sgualcita e macchiata e nell'armadietto sembra sia passato un tornado. Il
deodorante alla lavanda si mischia al tanfo di formaggio; l'Ispettore, rapido,
richiude. La foto di una zoccola bionda si stacca dall'anta e svolazza nello
stanzino.
L'Ispettore
annota, muto.
Il
Corto sposta il peso da una gamba all'altra e accarezza col pollice lo spigolo
metallico dell'armadietto. Un sorriso beota vorrebbe forse ingraziarsi
Nosferatu.
L'Ispettore
fa il giro dello spogliatoio in tre passi, ficca il naso affilato nei cassetti,
esplora il bagno e l'armadio delle scope. Scrive.
Apre
il borsello di pelle, mette via il taccuino, si spolvera disgustato una manica,
aggiusta il foulard e apre la porta. Sulla soglia, rivolto a me, dice:
"Vada immediatamente in sartoria e si faccia cucire quel bottone. Non l'ha
perso, vero?"
L'ha
perso quella cazzona della lavandara, mica io. Il bottone dorato con il logo
della stazione.
"Nossignore,
non l'ho perso," mento.
"Meglio
per lei."
Guardando
il Corto dall'alto, aggiunge: "Il terzo richiamo in un mese. Vada pure a
casa: la lettera di licenziamento le arriverà in giornata
dall'amministrazione."
Chiude
la porta e la conversazione. Il moto d'aria sposta il ciuffo dalla faccia
attonita del Corto. Occhi sbarrati, sembra un coniglio selvatico paralizzato
dai fari, finché lo sconcerto diventa collera e gli occhi, prima tondi,
diventano due fessure, mentre la bocca si chiude e si piega in una smorfia
feroce.
Mi
appiattisco sulla porta dell'armadietto. Ora se la prende con me, sta' a
vedere. Ma no. Si strappa la divisa con un grugnito, ci sputa sopra che è
ancora in mutande, la prende a calci, prende a calci il muro, l'armadietto.
L'anta vomita fuori i suoi vestiti sudici, le scarpe rotolano a terra. Si
riveste masticando parole di rabbia, infila la porta e sparisce alla mia vista.
Mi
accascio a terra, sgonfio per lo scampato pericolo. Resto così trenta secondi,
occhi chiusi e testa appoggiata al muro, a riprendere fiato. Mi scuoto, tiro
fuori il coltellino dalla tasca dei pantaloni e, uno a uno, stacco i bottoni
dalla divisa strappata del Corto. A lui non servono più e io mi salvo le
chiappe. Butto la divisa nell'immondizia. Se qualcuno mi chiede, dico: "È
stato lui."
Capelli
raccolti in una crocchia, tailleur color fango e decoltè corallo. Sembra che il
buon gusto abiti altrove, ma la realtà è che quello non è il suo stile: è il
capo che la vuole così. Il capo, che pretende tutto pronto per ieri, così le
giornate non hanno fine e le domeniche le passa in ufficio, mentre lui, il
capo, se la spassa in barca. E guai a chiedere due soldi in più. Ogni mattina,
alla stazione, la tentazione di salire su un treno per il sud è forte. Andare
via, mollare tutto. Troverà mai il coraggio?
Appoggio
scopa e carrello al muro e busso. Aspetto. Forse ho bussato piano. Busso,
stavolta più energico.
"Avanti!"
gracchia una voce.
La
Vecchia ci sta dando dentro con la macchina da cucire: pedala, pedala, rototom.
Ci credo che non sentiva i colpi alla porta. Mi fissa da sopra gli occhialetti
a mezzaluna e chiede: "Cosa vuoi?"
"Signora,
ha tempo per ricucirmi un bottone?"
"No
che non ce l'ho. Non vedi?" dice, indicando una pila alta fino al soffitto
di giacche scucite e braghe senza orli.
"Dovrò
portarmi il lavoro a casa. Anche oggi."
Rototom
rototom.
"Se
mi presta un ago faccio da solo," dico io. Che se incontro l'Ispettore
faccio la fine del Corto. E poi come lo pago l'affitto della topaia.
"Nel
cesto, là sul davanzale," grida la Vecchia.
Seduto
su uno sgabello di legno, cucio il bottone alla bell'e meglio. Saluto la
Vecchia, riprendo il carrello e mi incammino.
Bello e sorridente, gira con la più gnocca della scuola.
Due sfigati gli passano accanto veloci.
"Calma,
calma. Dove correte?"
I
due si scambiano un'occhiata nervosa.
"Voi
li avete fatti i compiti, vero?"
Il
più basso avvampa.
"Certo
che è vero. Che altro avete da fare, voi due?" dice ghignando. Anche la
gnocca ride.
"Forza.
Non ho voglia si sporcarmi le mani sulle vostre facce pustolose."
Paonazzi,
aprono gli zaini e gli allungano i quaderni.
"Che
bravi. Quando ho finito di copiare ve li riporto. Se me lo ricordo."
La
gnocca gli porta i quaderni e lo abbraccia; se ne vanno, seguiti dagli sguardi
invidiosi di tutti.
"Lo
sai, vero, che non li riavremo mai?" dice quello basso.
"Certo
che lo so. E ora?"
"E
ora ci becchiamo un'insufficienza. Chi glielo spiega a mia madre?"
Quello
alto, pensieroso, tira gli elastici dell'apparecchio per i denti.
"Andiamocene,"
dice.
"E
dove?"
"Via
di qui, chi se ne frega. Andiamo in stazione e prendiamo un treno a caso."
“E
mia madre?”
“Penso
io alla giustificazione: sono bravo con le firme.”
La
sala d'attesa a quest'ora è mezza vuota.
Raccolgo
biglietti usati, cartacce, polvere e fango secco. Se la gente guardasse dove
mette i piedi...
Pulisco
tutto e sento nella testa la voce dell'Ispettore: "Voglio i pavimenti a
specchio, ci si deve poter mangiare. Il decoro della Stazione dev'essere il
vostro obiettivo, la vostra missione." Tutte quelle esse. Unghie sulla
lavagna.
Pulisco
sapendo che tra un'ora sarà tutto come prima. Pulisco sapendo che dovrò rifare
tutto ancora e ancora. Scopo con stizza, sollevo una nube di polvere e investo
un Foresto seduto da solo in un angolo. Lui non protesta, io proseguo senza
chiedere scusa.
"Le
sue analisi sono preoccupanti," aveva detto la dottoressa al ciccione sudato.
E l'aveva messo a dieta ferrea: niente dolci, niente grassi, niente alcol. È un
mese che il ciccione non riesce a dormire: pensa al cibo, ascolta lo stomaco
che brontola, tenta il sonno con la tv, ma la pubblicità è una tortura di
intingoli. Allora esce, cammina per la città fredda, allunga il passo e serra
la mascella davanti ai bar. È mattina, ce l'ha quasi fatta. Ma il profumo di
fritto del
bar della stazione è inebriante.
Prendo
uno straccio dal carrello e levo le ditate dalle maniglie e dai vetri della
sala. Il Foresto mi osserva impaziente, forse spera che me ne vada. Bello mio, sapessi quanto
vorrei accontentarti. Con la coda dell'occhio, lo vedo afferrare lo zaino da
sotto la sedia, appoggiarlo sulle ginocchia, aprirlo e prendere un contenitore
di plastica azzurro e una forchetta. Quando toglie il coperchio, una zaffata
pestilenziale mi investe e satura l'aria già viziata della sala d'attesa. Mi
lacrimano gli occhi e mi copro naso e bocca con la manica mentre guardo il
Foresto avido infilarsi in bocca un coagulo di roba verde. Cristo, che schifo.
Hai vinto Foresto, levo le tende. Torno dopo a finire qui dentro.
Raccatto
straccio e scopa e vado verso l’uscita. Il Foresto sorride con gli occhi, si
lecca le labbra verdi, fa un cenno di saluto con la testa. Rabbrividisco e non
ricambio, in fuga da quel fetore.
La
cravatta e lo schifo gli stringono la gola. Corre nell'atrio, verso la
biglietteria. Per inseguire i brutti pensieri, perde il treno.
"Maledetta
troia. Troia e imbecille: lo sai che la faccio io la lavatrice, no? Se proprio
devi scoparti quel porco del
tuo capo, puoi almeno togliere i suoi bigliettini osceni dalle tasche?
Imbecille io, che t'ho sposata. Ma vedrai che sorpresa, stasera, quando la
chiave non aprirà la porta."
Appena
fuori dalla sala d'attesa, qualcuno mi scontra: il Corto. "Sei ancora
qui," gli dico. I suoi bottoni mi bruciano in tasca.
"Sì,
sono ancora qui," dice lui, aromatizzato alcolico.
"Sei
ubriaco."
"Sono
ubriaco, sì, sono ubriaco, allora?" sbraita aggressivo. Ma perché non sto
zitto?
"Scusa,"
biascico.
Qualcosa
lo distrae e mi salva, per la seconda volta.
Oggi non gioco alla lotteria, la mia dose di culo me la sono spesa.
"Cos'è 'sto tanfo? Te la sei fatta sotto?"
"La
colazione di quello lì," dico indicando col mento il Foresto. Il Corto
entra nella sala come una furia. Ho già capito come va a finire, mi porto fuori
tiro. Trascino piedi e carrello lontano, zigzagando tra la gente. Ho lasciato i
guanti in sala d'attesa, porco demonio. Mi volto e vedo Il Corto inveire contro
il Foresto. Non sento quello che dice, sembra un pesce chiatto in un acquario
squallido. Il Foresto, rannicchiato sulla sedia, sta chiudendo in fretta il
contenitore del
suo cibo immondo. Il gesto non placa ilCorto.
La
gente rallenta.
Una
donna grassa porta via il marito di peso.
La
Vecchia, in pausa dal suo rototom, cammina e mastica un dolce con le gengive;
nota il trambusto, si ferma. Ha un’aria sadica e goduta.
Due
ragazzotti, zaini in spalla e facce da pirla, si piazzano davanti allo
spettacolo del Corto che spintona il Foresto. Ridono.
Altri
si aggiungono, qualcuno finge di non vedere.
Ramazzando,
ostento indifferenza e mi avvicino di qualche passo.
Il
Foresto raccoglie le sue carabattole, si fa piccolo piccolo e, carponi, tenta
di uscire dalla sala d’attesa. Il Corto è troppo ubriaco e troppo incazzato per
lasciarlo andare: lo agguanta per il collo della camicia, come farebbe con un
gatto rognoso, e lo butta fuori, nell’atrio.
Una
donna si sposta di lato, inorridita, e lascia che rotoli sul pavimento, di
fianco alle sue scarpe corallo.
“Ti
ho fatto una domanda,” gli sta gridando il Corto. “Capisci la mia lingua?”
Il
Foresto è tutto occhi. Trema.
“Ti
comporti così a casa tua? Smerdi in giro?”
Sono
a mezzo metro dal gruppo, seminascosto da un pilastro; ramazzo, taccio, sbircio
tra le ciglia; un tale incravattato chiede: “Cos’ha fatto?” e sento la donna
rispondere: “Ha usato la sala d’attesa come gabinetto.”
“Cosa?
Ha cagato là dentro?”
“Sì,
sulla poltrona," risponde il ragazzotto basso. "E quel tizio è stato
licenziato per colpa sua.”
“Figlio
di…”
“Sì,
figlio di puttana!” grida un ciccione sudato. “Torna da dove sei venuto,
schifoso!”
La
folla cresce. La rabbia pure. Tutti sono certi che il Foresto l’abbia fatta in
sala d’attesa. E che il Corto sia stato licenziato perché l’Ispettore ha
trovato la torta fumante sulla poltrona.
Il
Foresto è circondato, stringe lo zaino tra le braccia, ha la testa incassata
nelle spalle. Aspetta le botte, sa che arriveranno. Non emette un suono mentre
lo spazio intorno a lui si riduce. Il ragazzotto basso fa per sferrargli un
calcio, ma, imbranato come nessuno, calibra male, perde l’equilibrio e cade.
L’altro viene avanti e grida: “Avete visto? Gli ha fatto lo sgambetto, ha fatto
cadere il mio amico!”
Gli
tira un calcio in un fianco ed è come un gong: il tale incravattato immobilizza
il Foresto da dietro, i ragazzotti e il ciccione lo riempiono di calci e pugni
e sberle, perché ha cagato a casa nostra, perché ha fatto licenziare uno di
noi, perché ha picchiato il mio amico, perché mia moglie si scopa il suo capo,
perché la mia faccia è un campo di pustole, perché ho una fame che mangerei
Dio. Perché.
Esauriti
i perché, la folla si spegne, si disperde, ognuno va per la sua strada. La
Vecchia sputa sul corpo del Foresto, tutto bubboni e lividi e sangue. Il
Foresto non si muove. Stringe ancora lo zaino.
Piano,
lento, assicurandomi che nessuno mi veda, vengo fuori da dietro la colonna e mi
avvicino. Una bolla di sangue da una narice si gonfia e scoppia: il Foresto
respira. Chiamo l’ambulanza, ma quando chiedono il mio nome, attacco. Mi faccio
i fatti miei, io. Non voglio guai. Prima di sparire anch’io, leggo sullo zaino
il nome del Foresto.
Un
grave episodio di razzismo si è verificato ieri mattina alla Stazione Centrale.
Lo straniero, Roberto Parodi, è all'ospedale con una prognosi di dieci giorni.
Aveva lasciato l'Italia e la sua città, Genova, solo una settimana fa, in cerca
di un lavoro. Gli aggressori non sono ancora stati individuati.