mercoledì 17 dicembre 2014

UONDERUOMEN

Ho raggiunto il mio obiettivo per Women Challenge: leggere, in un anno, venti libri scritti da donne.

Mentre leggevo, mi chiedevo che senso avesse dividere i libri per sesso dell'autore. Mi domandavo: avrebbe potuto un uomo scrivere questa storia? Raccontare lo stesso personaggio, disegnarne la posa, farne sentire la voce? La risposta, ovviamente, era sempre no. Ma neppure una donna avrebbe potuto, un'altra donna intendo, che ogni scrittore non può fare altro se non scrivere i libri suoi.

Quindi: l'unico discrimine, per me, è tra libri belli e brutti. 

Questi qui son belli tutti. Li elenco senza un ordine, così come mi vengono in mente, e di ognuno mi limito a citare un brano. Per farvi sentire come suona.

Grazie di cuore a Peek-a-book, che con la sua sfida mi ha permesso di fare una scoperta: Aimee Bender, il mio nuovo idolo letterario. O, come direbbe Zadie Smith, la mia nuova figura di riferimento.

Buona lettura!

01.
Amy Hempel
Ragioni per vivere
Mondadori



La bambina aveva trovato una rana in giardino. La rana sembrava morta, così i genitori le permisero di preparare la tomba, una piccola buca circondata di sassolini. Ma al momento della sepoltura, la rana, che era solo stordita, scalciò e rinvenne. «Ammazzatela!» strillò la bambina.
02.
Lynn Cullen
Mrs. Poe
Neri Pozza 


Poe si rabbuiò all'istante. "Non sfrutterò mai i poveri e i malati per vendere più libri. Se è così che un autore si conquista l'attenzione dei lettori, preferisco rimanere nell'ombra."







03.
Robert Galbraith (J.K. Rowling)
Il richiamo del Cuculo
Salani


Il suo involontario assalitore era massiccio; la sua altezza e il suo aspetto peloso, insieme alla dolce prominenza del suo ventre, lo facevano assomigliare a un orso grigio.



04.
Zadie Smith
Cambiare idea
minimum fax


Il termine figura di riferimento è veramente odioso, ma la verità è che solo uno scrittore molto forte riesce ad andare avanti senza avere in testa una figura di riferimento. Io penso a Keats. Keats che sgobba, che divora libri, che plagia, imita, adatta, fa fatica, cresce, scrive tante poesie di cui si vergogna e poi qualcuna che lo rende orgoglioso, impara tutto quello che può da qualunque autore gli capiti sotto mano, vivo o morto, che potrebbe avere qualcosa di utile da insegnargli.

05.
Liz Moore
Il peso
Neri Pozza


L'ultimissima volta che sono uscito di casa è stato nel settembre del 2001, quando davanti alle notizie della TV mi sono sentito cosí solo che ho aperto la porta, ho sceso la scala e mi sono seduto sull'ultimo gradino, la testa tra le mani, per un'ora.




06.
Robert Galbraith (J.K. Rowling)
Il baco da seta
Salani

Una volta sua sorella Lucy gli aveva chiesto esasperata: "Perché insisti? Perché? Solo perché è bella?" E lui aveva risposto: "Aiuta."


07.
Aimee Bender
Creature ostinate
minimum fax

Gliene fregherà qualcosa al povero Van Gogh, morto e senza un orecchio, che un suo quadro adesso ricopra la collezione di numeri telefonici di uno sconosciuto? Era questo che voleva, quando ha sfidato tutti i suoi demoni interiori pur di catturare il sole di Arles?






08.
Agota Kristof
Einaudi

Sono convinto, Lucas, che ogni essere umano è nato per scrivere un libro, e per nient’altro. Un libro geniale o un libro mediocre, non importa, ma colui che non scriverà niente è un essere perduto, non ha fatto altro che passare sulla terra senza lasciare traccia.







09.
Alice Munro
In fuga
Einaudi

Era come se avesse un ago mortale ficcato nei polmoni, ma respirando con attenzione, potesse evitare di sentirlo. Ogni tanto però doveva respirare a fondo, e l’ago era ancora lì.




10.
Jennifer Egan
minimum fax

Bennie ha la pelle marrone chiaro e due occhi notevolissimi, e si stira i capelli in una cresta nera lucida come un vinile vergine.










11.
Aimee Bender
L'inconfondibile leggerezza della torta al limone
minimum fax

Una volta, rientrando a casa, trovammo una lumaca sulla soglia e lei sostenne che si trattava di un segno che diceva di andare più adagio, così che fece una passeggiata intorno all’isolato a passo di funerale, dicendo che le sarebbe successo qualcosa di buono se se la fosse presa comoda. 

12.
Clemy Scognamiglio
Fin dove si scorge il mare
I Sognatori

La vita nuova, lontana dagli orrori dell'opificio, le parve un privilegio al quale abituare gli incubi che popolavano i suoi sogni; l'abitudine a non aprire subito gli occhi per paura di svegliarsi nel magazzino, sul pagliericcio fetido, le restò immutata per anni.

13.
Aimee Bender
La ragazza con la gonna in fiamme
minimum fax

Steven tornò dalla guerra senza labbra.
È un bello shock, disse la moglie, Mary, che aveva passato gli ultimi sei mesi a lavorare maglioni ai ferri e a evitare un certo negozio di alimentari dove lavorava un certo giovanotto che la guardava in un certo modo. Le labbra me le aspettavo. Vivo o morto, ma con le labbra.




14.
Slavina
Racconti erotici per ragazze sole o male accompagnate
Giulio Perrone Editore

Aveva i capelli rossi e un'aria così autenticamente svagata che era impossibile pensarne male. Era un'innocente in un mondo malvagio e si muoveva con grazia tra le macerie delle relazioni altrui. Era una vagabonda che non chiedeva niente e si prendeva quello che c'era. Si era presa anche il mio fidanzato e per quanto possa suonare strano, la cosa non m'aveva disturbato troppo.
Era la prima ragazza di cui m'innamoravo.



15.
Maria Luperini
Oltre mare
I Sognatori

Non ci vediamo più. Ma a che serve restare fisicamente insieme se le anime vanno ognuna per conto proprio, in silenzio?


16.
Alice Munro
Le lune di Giove
Einudi


Io non riuscii mai a capirle, né allora né dopo. Avevo troppo sangue scozzese nelle vene, troppo di mio padre. Per lui non era ammissibile l’esistenza di gente più o meno umile. Era rigorosamente egualitario, ben attento a non piagnucolare, come diceva, davanti a nessuno, a non inchinarsi né darsi arie con chicchessia, a comportarsi come se le differenze non esistessero.

17.
Aimee Bender
La maestra dei colori
minimum fax

Non era proprio da mia sorella aver bisogno di capire la causa.Lei si trovava perfettamente a suo agio, di solito, coi fatti nudi e crudi. Ma mi ha sussurrato - mentre passeggiavamo all'aperto in cerca di indizi, senza trovarne nessuno - mi ha sussurrato che percepiva qualcosa di pericoloso in quello spellarsi, e che credeva di dover capire cos'era per poter ricucire le tigri nel modo migliore.

18.
Angela Carter
Fantasmi americani
Anabasi

A quanto pare, l'Oca in Mamma Oca è l'Amleto dei ruoli animali, melanconico e introspettivo come sa esserlo solo un uccello stitico stretto sulle proprie uova.


19.
Gabriella Grieco
La morte è un'opzione accettabile
I Sognatori

Era tranquilla. Sebbene avesse imposto un limite di tempo al funzionario, non aveva fretta. In caso di necessità poteva resistere per ora con il pollice ripiegato sul detonatore.
20.
Silvia Ziche
Lucrezia e Alice a quel Paese

Rizzoli Lizard

Ma davvero c'è in giro ancora qualcuno in grado di leggere cose più lunghe di centoquaranta caratteri?









Sì. Davvero.

sabato 1 novembre 2014

Sull'orlo dell'abisso

Racconto pubblicato su ScubaZone n. 16

Penultimo giorno di vacanza, ultima immersione. Provo a non cedere alla tristezza, mi dico: abiti in Liguria, l’estate è ancora lunga, magari l’autunno quest’anno fa il bravo e ti lascia andare in acqua fino a dicembre, non c’è bisogno di fare quella faccia, e comunque hai ancora un tuffo, goditelo, tieni le lacrime per quando l’aereo starà per atterrare a Genova e dall’alto vedrai il bianco dell’autostrada e il blu del capannone IKEA.
Mi faccio coraggio e sorrido all'Omonero, un sorriso fintarello e tristanzuolo, ma comunque meglio del moccio al naso.



Preparo l’attrezzatura con lentezza fastidiosa: prendo tempo, ritardo il momento in cui tutto sarà finito, almeno per quest’anno, almeno per qui, per la mia bella isola marziana.


Carichiamo tutto sul furgone che ci porta al molo, mi siedo in fondo e guardo i cactus correre nel deserto. Sospiro.
Il furgone frena brusco, il portellone si apre, scendo e mi incammino dietro agli altri. Ben, la nostra guida, mi fa segno di no, “Voi due venite con me,” dice, e si incammina in direzione opposta a quella presa dal resto del gruppo. 
Mi asciugo il sudore con la manica della muta, scambio un’occhiata perplessa con l’Omonero e seguo Ben. Scarpiniamo, bombola in spalla e pinne sotto l’ascella, fino a una spiaggia di zucchero e carbone.

“Volevo che l’ultima fosse un’immersione speciale, per questo siamo solo noi tre. Vi raccomando solo una cosa: state attenti alla quota, sorvoleremo una zona che scende oltre i sessanta metri. Non state mai più in basso di me e tenete d’occhio il computer.”

Entriamo in acqua e pinneggiamo seguendo il declivio di sabbia tra sogliole, seppie, saraghi e cernie. Raggiunta la scogliera, una leggera corrente mi trascina: lascio che sia, mi lascio andare, mi lascio trasportare, e così Ben e l’Omonero. Voliamo, noi tre, tra i coralli e le ricciole, sopra un relitto ritornato mare, e il tempo non esiste più.


Ben si raccomanda ancora di fare attenzione alla quota e riparte verso il blu. Siamo a trenta metri, e la trasparenza dell’acqua e la temperatura mite sono ingannevoli: dovessi dire così, solo guardando, a che quota siamo, direi non più di dieci metri.
L’unico suono è quello del nostro respiro. Mentre avanziamo, il fondale scende e il bianco della sabbia sotto di noi diventa ciano, cobalto, ametista, notte, bianco. 
Bianco?
Stringo la mano dell’Omonero (neanche mi ero accorta di avergliela presa), Ben si volta verso di noi e capisco, dagli occhi, che sta sorridendo: indica sotto di sé (sotto di noi) una foresta bianca e sorride. Corallo nero. Ovunque guardiamo, una distesa di candido corallo nero. Trattengo il respiro cercando il silenzio assoluto. 

Sembra un bosco. 

Sembra inverno.

Da un abete innevato una razza si alza in volo; i suoi movimenti sono ampi, lenti, e mi sembra di sentire il suono delle ali nel vento. Solo che non c’è vento quaggiù, e la razza non sta davvero volando. Nuota. Anch’io nuoto. Le vado dietro, muovendo le pinne al ritmo delle sue ali, respirando al ritmo delle sue ali. Le vado dietro, che altro dovrei fare? Che altro potrei fare?


Un fischio, un canto. Qualcosa mi blocca le gambe, cerco di liberare le pinne, mi sento tirare: l’Omonero mi tiene per un piede, Ben indica il computer e dagli occhi capisco che non sorride più; un canto, un fischio: è il computer che suona! L’incantesimo si rompe, sono scivolata giù a quaranta metri e non so come sia successo.
Risaliamo finché il computer e Ben smettono di gridare.


La razza sarà lontana, ormai. Volava al ritmo del mio respiro, e non l’ho neanche vista andare via. Volava al ritmo del mio respiro, e l’avrei seguita per sempre, fino in fondo agli abissi.


Mentre faccio penitenza in sosta a cinque metri sotto una giostra di barracuda, penso che forse non mi dispiacerà rivedere il blu del capannone IKEA.





domenica 12 ottobre 2014

Il colpevole è l'assassino.


Un paio di vite fa e molto, molto prima di arrivare a Vecchio e poi Nuovo Recinto, in un periodo in cui cercavo un lavoro qualsiasi per pagarmi l’affitto le bollette e il poco cibo che ingurgitavo di malavoglia, mi ritrovai a sostenere un colloquio di gruppo. La posta in gioco era una prestigiosissima postazione in un call-center.
Una tizia in tailleur rosa con un sorriso in porcellana macchiato di rossetto distribuì a ognuno di noi (eravamo una decina) un foglio dattiloscritto.
“Leggete la storia: parla di un delitto. Quando avrete finito di leggere, inizierete il dibattito. Entro un’ora dovrete essere d’accordo su chi sia il colpevole; uno di voi mi comunicherà la vostra decisione. Fate finta che io non ci sia.”
L’obiettivo era quello di capire chi tra noi avesse le maggiori capacità di persuasione, in effetti utili per convincere un pensionato alla canna del gas a comprare una fornitura d’olio d’oliva extravergine profumatissimo bastevole per sé, i figli, i nipoti che non aveva.
Ma sto divagando, torniamo al nostro delitto.
I protagonisti: lui, lei, l’altro, il pescatore, l’assassino. E già quest’elenco sarebbe bastato a dire chi fosse il colpevole, ma evitai la polemica e continuai a leggere.
Lui: marito ossessionato dal lavoro, è spesso fuori casa.
Lei: moglie innamorata e depressa, si sente trascurata.
L’altro: abita oltre il fiume, vuole aggiungere lei al suo elenco di conquiste.
Il pescatore: pesca.
L’assassino: sgozza chiunque attraversi il ponte di notte.


La storia: lui telefona dicendo che farà tardi in ufficio. Lei, stufa di trascorrere le serate da sola, cede alle lusinghe dell’altro e va a casa sua, oltre il fiume. Deve tornare a casa prima che rientri il marito. Ma sul ponte c’è l’assassino, se ne vede la sagoma alla luce del lampione e il coltello che luccica tra i denti. Così lei chiede per favore al pescatore di traghettarla sull’altra sponda; il pescatore non fa niente per favore. 
Per soldi, invece, sì. 
Peccato che lei non abbia un citto: prima di uscire si è preoccupata del suo aspetto e del suo profumo, l’unico pensiero era la seduzione, ha indossato il cappotto sulla biancheria di seta e non ha pensato che avrebbe potuto avere bisogno di denaro. 
Torna a casa dell’altro con l’intenzione di chiedergli aiuto, ma il portone è sprangato e nessuno risponde al citofono. Lei non lo sa, ma l’altro è al suo secondo round e ci sta dando dentro con la panettiera bionda che ogni mattina le vende le baguette. Se lo sapesse, non penserebbe più che è tanto simpatica. 
Di nuovo al ponte, riprova a convincere il pescatore; niente da fare. 
È tardissimo, il marito sarà a casa a momenti; dall’ombra si intuisce che l’assassino si è sdraiato sul muretto, forse dorme, forse se cammina piano non la sentirà, si leva le scarpe e zitta zitta osa: in punta di piedi e senza fiatare percorre un terzo del ponte, arriva a metà, l’assassino è immobile, lei prega che non si svegli e che il marito sia ancora in ufficio, il coltello luccica, ancora un passo, ancora due. 
Sapore di ferro in bocca, e tutto diventa buio.

Da "Corpicino" di Tuono Pettinato

“Ben ti sta,” disse uno degli aspiranti venditori d’olio d’oliva. E iniziò il dibattito. C’era chi incolpava la moglie: se fosse rimasta a casa ad aspettare il marito, non le sarebbe successo nulla. C’era chi accusava il marito: se non avesse pensato solo al lavoro, lei non avrebbe ceduto alle lusinghe del porco. Una biondina era incazzatissima col seduttore (la sua acrimonia puzzava di immedesimazione) e un tipo con l’aria da boy scout sottolineava la mancanza d’altruismo del pescatore.

Dell’assassino nessuno disse.

In questi giorni in cui Genova è di nuovo sepolta dal fango non faccio che pensare a questa storia.
A tre anni dall’alluvione del 2011 riviviamo le stesse cose: la distruzione, l’angoscia, la morte, la notte svegli a scrutare cielo e fiumi, e anche se provi un po’ a dormire non ce la fai, per il suono assordante delle sirene, per il rombo continuo delle idrovore, per la paura che il peggio debba ancora venire.
In questi giorni non si parla d’altro che della mancata allerta da parte della Protezione Civile. Vero, non c’è stata. Giovedì mattina la situazione era brutta, chiunque fosse in giro ha tremato, ma poi la pioggia si è fermata; all’una, quando sono tornata a casa, via Degola, che alle nove era allagata, era di nuovo percorribile e tranquilla. 

Via Degola, giovedì mattina

Hanno sbagliato le previsioni, sì. L’allerta è arrivata solo venerdì mattina alle undici, quando tutto già era successo, quando un uomo già era morto. Se fossimo stati avvisati prima, quell’uomo forse sarebbe vivo, qualcuno sarebbe riuscito a mettere in salvo la merce nei negozi e le automobili, la gente sarebbe rimasta a casa e non si sarebbe ritrovata a nuotare senza scarpe in un vicolo.

Probabilmente avremmo limitato i danni.

Ma l’alluvione ci sarebbe stata lo stesso.

L’errore di chi non ha saputo prevedere che in un giorno sarebbe venuta giù la pioggia di un anno non ha causato l’alluvione.

Noi che viviamo a Genova sappiamo bene che in questi tre anni è stato fatto poco e niente. I torrenti sono com’erano, non si sono visti interventi mirati a ripristinare una sicurezza che cent’anni di costruzioni folli hanno demolito.



Questa è una fotografia del Polcevera a maggio: c’è una giungla nell’alveo del torrente. E il Polcevera non è un’eccezione, la situazione è la stessa per ogni rio e torrente della Liguria. 
Si sarebbero potute fare tante cose che avrebbero reso la situazione di questi giorni meno drammatica.
Vorrei che qualcuno avesse il coraggio di dire a tutti noi cosa si doveva fare e perché non è stato fatto.
Io capisco il bisogno di prendersela con qualcuno, il bisogno di sfogare la rabbia, lo capisco perché lo sento. E va bene, incazziamoci con chi non ha saputo indovinare il nubifragio, con la Protezione Civile che non ha dato l’allerta, con quello stronzo del Sindaco che se ne stava col culo nella poltrona di un teatro, col marito stacanovista che trascurava la moglie, con la moglie fedifraga, col seduttore porco, col pescatore sciacallo.

Ma il colpevole è l’assassino.
All’assassino va fatto il processo.
L’assassino deve pagare.

E incazziamoci pure, sì, ma quella rabbia non sfoghiamola tutta. Non sprechiamola, non dimentichiamoci tutto questo non appena la situazione sarà tornata tranquilla.
Lavoro in una società di ingegneria. In una grossa società di ingegneria. E da domani voglio veder fioccare gare d’appalto per lavori di messa in sicurezza dei torrenti. E voglio che il criterio di valutazione non sia economico (cioè: vince il lavoro chi lo fa con meno soldi), voglio che il criterio sia la competenza. E non voglio sentir parlare di ricorsi dei perdenti.

Voglio che l’assassino paghi nell’unico modo possibile: facendo tutto quello che deve perché non succeda di nuovo.