domenica 13 luglio 2014

Vendetta

Racconto pubblicato su ScubaZone n.15

Non m’era piaciuto da subito, non saprei dire perché. Forse il brutto tatuaggio, la postura un po’ curva, gli scarponi pesanti in pieno luglio, il fatto che fosse l’unico a non sorridere, a non dare il benvenuto ai clienti, a noi, che avremmo fatto immersioni lì per due settimane. Sembrava un orco. Avaro di parole, sistemava l’attrezzatura, riempiva le bombole, caricava il furgone, aggirandosi tra mute ed erogatori con gli scarponi da montagna, e come facesse a sopportarne il peso, con quel caldo umido, lo sapeva solo lui. Andava sempre in acqua con due tizi inglesi, padre e figlio, pallidi e magri ma con la pancia da birra, in mutino corto nonostante l’acqua raggiungesse a stento i 18 gradi. Anche loro non erano granché affabili, ma non si può sempre fare amicizia con tutti, non si può sempre piacere a tutti.
Io mi godevo le immersioni col mio compagno e la mia guida, e con gli inglesi e l’Orco ci si incontrava al diving giusto al mattino e alla sera, si condivideva niente di più che l’acqua delle vasche (ma cercavo sempre di essere la prima a sciacquare la muta) e poi ognuno per la sua strada, salutandosi appena.
Fino all’ultimo giorno.
“Oggi andate con lui.”


Mi si strizza lo stomaco. Vorrei chiedere perché, ma il perché è evidente: la nostra solita guida non c’è. Allora vorrei dire no, non ci vado, ma il mio compagno sta già montando e poi mi dico: che scene fai?
L’Orco e gli inglesi in braghette sono già pronti, bombola in spalla e maschera al collo: è un tuffo da riva, c’è da camminare un po’, loro intanto vanno. Ci prepariamo in fretta e nel percorso verso la spiaggia, carichi, in semistagna, sotto il sole e col calore dell’asfalto che incendia i calzari, sudiamo come maratoneti nel deserto.
Quando arriviamo, i tre stanno ridendo. No: sghignazzano, che è diverso. Ma ho troppo caldo per badare a loro, entro in acqua e allargo il collo della muta, lascio che l’acqua fredda entri a darmi sollievo, a riportarmi in vita, a restituirmi il respiro. Vorrei restare un minuto così, a mollo, a riprendere fiato, a riportare il cuore a un ritmo normale, ma quelli indossano la maschera e scendono.
Il mio compagno mi guarda come a dire mi dispiace, bisogna che ci muoviamo, e allora scendiamo anche noi.
La visibilità è buona e l’immersione, nonostante le antipatie, è bella: cernie e pesci pappagallo scivolano zitti tutt’intorno, un polpo esegue una danza bizzarra prima di tornare in tana, due murene si affacciano a chiedere chi siamo, una processione di barracuda d’argento sfila davanti ai nostri occhi affamati di bellezza.


Tutto bene, benissimo, ma siamo sotto da quasi un’ora ed è tempo di tornare. Risaliamo, pinneggiamo verso riva, tra banchi colorati di donzelle e castagnole, e la vista di un cavalluccio marino mi commuove.
Tutto bene. Benissimo.
L’Orco, seguito dagli inglesi coscina di pollo, tira fuori da una tasca uno strano oggetto metallico; si avvicina a uno scoglio e con un colpo secco fa a pezzi un riccio. 


Il cuore mi si ferma. Decine di pesci si affollano attorno all’Orco e ai due coscina di pollo, che si divertono e ne vogliono ancora. L’Orco fa a pezzi un altro riccio, poi un altro, l’acqua diventa torbida e frigge di pesci e io, che fuori dall’acqua lo insulterei come un cane, là sotto, muta più dei pesci, non posso dire, non so che fare. Resto a guardare la scena, allibita. Il mio compagno mi stringe una mano, scuote la testa, mi fa segno di proseguire, di lasciarli lì, che tanto ormai siamo quasi arrivati. 
Prima di rimettere in moto le pinne, raccolgo un pezzo di riccio senza sapere perché.


Usciamo dall’acqua senza dire una parola, torniamo al diving, riempiamo la vasca e sciacquiamo le nostre cose nell’acqua pulita. Io faccio tutto reggendo sempre tra le dita il pezzo di riccio.
Raccolgo l’attrezzatura, infilo i vari pezzi nella borsa uno dopo l’altro, senza check, in modo meccanico, senza la solita preoccupazione di aver dimenticato qualcosa.
Borsa in spalla, dobbiamo andare, si torna a casa.
Subito prima di uscire, l’occhio mi cade su qualcosa che, in un diving, stona: un paio di scarponi da montagna.
Gli scarponi dell’Orco.
E finalmente capisco cosa devo fare col pezzo di riccio.




2 commenti:

RA ha detto...

Meravigliosamente bastarda! Una sottile interpretazione del contrappasso dantesco! Complimenti per quello che hai scritto e per come lo hai scritto!

Valentina Morelli ha detto...

Grazie. ;)