sabato 27 luglio 2013

Alla faccia di Bukowski

“Li odiai a prima vista, tutti lì seduti a fare gli intelligenti e i superiori. Si annullavano a vicenda. La cosa peggiore per uno scrittore è conoscere un altro scrittore, o peggio ancora, conoscere parecchi altri scrittori. Come mosche sullo stesso stronzo.”

Così scriveva  Bukowski (il brano è tratto da Donne) e io spero che avesse torto. Ma proprio torto marcio, perché noi meritiamo di fare faville!
Noi chi? Noi de I Sognatori, la prima Factory Editoriale italiana. 


Suona bene, eh? 
La Prima Factory Editoriale Italiana! 
Divento più alta quando lo dico.

Siamo tanti (l’obiettivo è cento, e ci stiamo lavorando), siamo belli anche quando siamo brutti, siamo giovani anche quando siamo vecchi.

Che facciamo? Scriviamo storie, ma non è mica tutto lì. Ci aiutiamo a scriverle. Impariamo imparando e insegnando. Raccontiamo storie e raccontiamo a tutti che raccontiamo storie. Così poi le nostre storie qualcuno le legge. Sennò che le scriviamo a fare?

Volete sapere cosa stiamo combinando? Fate così: iscrivetevi alla nostra mailing list. Mandate una mail a info@casadeisognatori.com e dite ad Aldo Moscatelli, il nostro editore condottiero, che volete essere informati dei progressi della Factory. 

Noi vi manderemo (ogni tanto, con discrezione) un’email per dirvi che è uscito un libro nuovo o che stiamo organizzando un evento. 

Faremo un sacco di fantastiliardiscintillanticose.
Alla faccia di Bukowski.

domenica 9 giugno 2013

Dio è morto.


Ho da fare un paio di cose prima di uscire. Lo vedo che il cielo bigio non promette un cazzo di buono, che sarebbe più furbo uscire subito, ma conosco la mia pigrizia e so che rimandare significherebbe non fare.
E mi sento brava, a posto con la coscienza, quando, due ore dopo, poso la penna e il mouse, felice di aver postato anche sul blog la storia della scimmia di Tiran (per gli amici non subacquei che non leggono Scubaportal,  ma che si divertono con le mie avventure da abissonauta pasticciona), e di aver finalmente tirato giù lo schema dei capitoli per la seconda stesura del romanzo.
Ovviamente, piove.
Ma io devo proprio uscire: tra pochi giorni sarà il compleanno dell’Omonero e, anche se sono anni che non ci regaliamo più niente preferendo, a ogni ricorrenza, nutrire il porcellino Salvavacanza per poi andarci a godere i soldini da qualche parte nel mondo, un pensierino, una cazzata, un pacchettino simbolico non riesco a non farglielo trovare sul comodino.
A modo mio, sono romantica.


È domenica, mi tocca il centro commerciale. Io odio i centri commerciali, odio il brusio che c’è sempre, il disagio indotto dagli spazi pensati male (o forse benissimo) che ti disorientano e ti rincoglioniscono, così che quando esci non hai comprato una minchia di quello che ti serviva, ma un assortimento di mutande di pizzo che non metterai mai e un set di pentole antiaderenti estremamente utili per una che non cucina manco un uovo. 
Quando arrivi a casa, guardi le cose acquistate come se le vedessi per la prima volta, e se qualcuno ti chiede perché hai comprato venticinque mutande tu dici, poco convinta: “Erano in offerta.”


Ma stavolta so cosa voglio, devo solo entrare in un preciso negozio (non faccio la vaga, ma se scrivo quale negozio poi l’Omonero sgama il regalo!), comprare una precisa cosa e uscire.
“Ce la posso fare.”
Trovare parcheggio tra le auto posteggiate a castello è un incubo, Genova tutta è qui. Ho capito che piove, ma…
Decido di non incazzarmi. Faccio nove volte il giro, poi parcheggio a castello pure io. Oh, insomma. Tanto resto poco.
La coda per entrare inizia già dal parcheggio. Non so se ho mai visto tanta gente qui dentro. Le mie gambe stanno già tornando verso la macchina, ma so che non avrò un altro momento libero da qui a mercoledì, tengo duro e respingo il malessere che mi sta già facendo sudare le ascelle e la nuca.
Composta e paziente sulla scala mobile, non reagisco nemmeno quando un marcantonio in canottiera mi spinge di lato per passare: rimango concentrata e zen, salgo sulla seconda scala mobile, raggiungo la mia destinazione, mollo l’ombrello nel portaombrelli, entro.
Non so perché, ma ‘sto posto mi fa stare peggio del solito.
Aspetto il mio turno per pagare. Davanti a me due tizie tutta plastica (tette labbra capelli) che non si capisce chi sia la madre e chi la figlia (seh, bonanotte: si capisce, si capisce) stanno elmettando la cassiera con domande a raffica su una valanga di prodotti che hanno appoggiato sul bancone. Non convinte dalle risposte, mollano tutto lì e se ne vanno a mani vuote, mentre una commessa, mesta, rimette tutto a posto.


Il mio fastidio aumenta. Inspiro e conto fino a sette, come faccio sott’acqua quando sento arrivare l’ansia.
Pago, afferro il mio sacchetto, graziearrivederci, esco dal negozio facendo slalom tra una quantità di gente impressionante.
Berrei volentieri un caffè, ma non qui. Devo uscire da qui.
Passo davanti alla vetrina di un megastore, di quelli che ti vendono di tutto, dalla lavatrice alle vacanze, dove un nugolo di ragazzine sbraita davanti a un cartello.



Moreno? Non ho la più pallida idea di chi sia.
Mi sento fuori luogo, fuori posto, fuori pista, c’è gente ovunque e io sto come i pazzi, ma perché?
Poi capisco.
Ci saranno centinaia di persone, forse migliaia, in questo accidenti di posto. Ma nessuno, dico NESSUNO, regge tra le mani un sacchetto. Nemmeno uno, uno piccolo, di quelli del negozio di scherzi che con tre euro una minchiata la compri, così, tanto per.
No. Niente, nemmeno uno.

Sono in una cattedrale, Dio è morto e questi qua, i devoti, rimasti con un palmo di naso si aggirano allibiti senza sapere che fare. 




Vecchi seduti sulle panchine, gli occhi fissi nel nulla. Famiglie intere che leccano gelati e sembrano guardare le vetrine, ma in realtà non vedono niente. Aspettano che arrivi sera.


Il sudore mi si gela addosso. Me ne devo andare di qua, prima che qualcuno che pensava di aver venduto l’anima e di aver fatto pure un buon affare si renda conto di averla invece regalata e s’incazzi come una bestia.
Un tizio fissa stralunato il mio pacchettino. Lo nascondo in borsa, scendo di corsa le scale senza guardarmi indietro, spero solo che la macchina sia intera, che nessuno, nella foga di uscire, abbia fatto la curva stretta e…
La macchina è lì, senza un graffio.
Salto su, esco dal parcheggio col cuore che suona la techno nelle tempie.
Diluvia. E dopo qualche metro, di botto, si appannano tutti i finestrini. Non vedo un cazzo, sono in una bolla di nebbia; ogni tanto tutto diventa più bianco, aspetto, incassata nelle spalle, il tuono che non arriva: è un temporale zitto. Guido a memoria, mi oriento con le luci delle altre macchine e dei semafori, sparo l’aria sul vetro e apro un po’ il finestrino, ma i vetri restano appannati mentre io mi infradicio le braghe.
Bestemmio il Dio morto, quello dello shopping e dei centri commerciali.
Accendo l’aria condizionata al massimo, ho i brividi, i vetri cominciano a tornare trasparenti quando sono sotto casa. Parcheggio un po’ distante, ma va bene così, sono salva.
Spengo i fari, i tergicristalli, la bufera di neve, la macchina tutta. Acchiappo la borsa, mi giro a prendere l’ombrel…
Cazzo. L'ho lasciato all'inferno.

Buona domenica.


La Scimmia di Tiran

Racconto pubblicato su SCUBAPORTAL
Le fotografie subacquee sono di Suus Berger


1. Ruggine
Il sole è appena tramontato su Sharks Bay.
Il posto è perfetto. Perfetto per noi, almeno, per me e per l’Omonero: nessuna piscina inutile, nessun animatore molesto, nessun turista caciarone; una camera accogliente, una finestra sul mare, una terrazza, un ristorante, un centro immersioni. Gatti.


“A che ora dobbiamo essere al diving domani?”
“Alle otto.”

La sveglia alle sette è traumatica, abbiamo ancora addosso la stanchezza del viaggio e lo stress inquinante del lavoro, ma pane tostato e marmellata di fichi ci riconciliano col mattino.
"Un po' troppo dolce 'sta marmellata."
"Beh, questa c'è."

Qualcuno porta la nostra attrezzatura in barca e io, che non sono abituata a essere servita, nel percorso tra il diving e la barca mi sento un po’ in imbarazzo.
“Benvenuti! Sono Yasser, la vostra guida. Con calma, montate l’attrezzatura. Tra mezz’ora saremo a Tiran, che è un’isola deserta tra il mar Rosso e il golfo di Aqaba. Finché non vi chiamo, andate a rilassarvi e prendetevela comoda: siete in vacanza. Easy easy!”
Non ce lo facciamo ripetere. Inzicchiamo erogatore e gav sulla bombola e andiamo a sederci a prua, gli occhi pieni del mare più blu che abbiamo visto mai. E restiamo lì, le gambe penzoloni, a scrutare l’orizzonte e sorseggiare tè alla menta.



“BRIEFING!”

Quasi mi strozzo con la torta.
“Vieni, andiamo, ” mi dice l’Omonero.
Ingoio la torta in un boccone, mi pulisco le mani sulla maglietta, lo seguo a poppa.
Seduta per terra sul tappeto azzurro, ascolto. Attenta come il primo giorno di scuola, non mi perdo una parola, annuisco, sorrido. L’impazienza pizzica: ci siamo.



Isola di Tiran. Gordon Reef.
Yasser mi studia. “Muta da sette millimetri? Quattro chili in più.”
“Quattro chili? Non sono troppi?”
Anche l’Omonero protesta.
“Ne vuoi due?”
“Due, sì. Dovrebbero bastare.”
Yasser non commenta, mi passa due chili da infilare nelle tasche.
“Tutti pronti? Jump!”
Jump!
Com’è salato!
“Provate a scendere,” dice Yasser.
Faccio ok all’Omonero e lui a me. Scarico il gav. E resto a galla, ma così a galla che potrei tornare in barca camminando. E l’Omonero pure.
“Quanti chili vuoi?”
“Due,” dico arrossendo un po’.
“E tu?”
“Due anch’io.”
“Così quanti chili avete in più del solito?”
“Quattro.”
“E io che avevo detto?”
Eh. Che aveva detto?

Finalmente, giù. Lo spettacolo dovrebbe togliermi il fiato: l’acqua è così trasparente che pare non ci sia, i coralli hanno settemila colori, i pesci, a centinaia, si affollano curiosi davanti alla maschera. Ma io non sono a mio agio: a secco da sei mesi (maledetto inverno, che quest’anno hai fatto sul serio) e per niente abituata a tutto quel peso in tasca e alla corrente che ti porta via, mi muovo troppo, respiro male, non trovo l’assetto e osservo le meraviglie che mi passano sotto il naso come se le vedessi in tv, come non fossero davvero lì.


Tornare in barca è quasi un sollievo. Sospiro.
“Fatica eh?” dice l’Omonero.
“Sì un po’.”
“È la ruggine. Andrà meglio, vedrai.”

Via la bombola vuota, sotto la bombola piena. Un altro tè, un’altra fetta di torta, un respiro profondo. Mi sdraio di sopra, all’ombra, e leggo un po’: Dirk Gently, Agenzia di investigazione olistica, di Douglas Adams. Mi fa ridere, mi rilasso. Easy easy.

“BRIEFING!”

Ma porcobelino!
Via, di sotto.
Seduta per terra sul tappeto azzurro, ascolto. Attenta come il primo giorno di scuola, non mi perdo una parola. Ma quando Yasser dice: “Immersione in corrente, nessun indugio, tutti in acqua alla svelta e subito giù,” non annuisco e non sorrido; non mi vedo, ma so che sono verde.
Sono un diesel, io. Ho bisogno di calma, di tempo. Odio la fretta, mi incasina.
Easy easy un piffero secco!

Isola di Tiran. Thomas Reef.
La corrente è forte, Yasser fa segno di stare vicino al reef. L’Omonero ha la mia stessa espressione smarrita, il mare tira e spinge, mantenere la quota è un’impresa.
I nostri compagni d’immersione la sanno molto più lunga, lasciano che la corrente li porti e se la godono, si vede, mentre noi…
Provo a stare orizzontale, ma vado a capa sotto, mi raddrizzo, mi preoccupo, mi pare d’essere in un videogioco: l’obiettivo è evitare di finire dentro alle gorgonie, che sembrano pareti di pizzo macramè, cercare di non sfondare i coralli con una pinnata maldestra, stare attenti a non prendere a sberle il corallo di fuoco. Tutto questo sotto gli occhi perplessi di… ohhh! 
Due napoleone che… Ma non credevo… non sapevo… Sono grandi come elefanti! 
Che creature bizzarre, i napoleone: non hanno la forma di pesci grandi, come gli squali. Se li vedi in fotografia, ti immagini che misurino al più trenta centimetri. Invece, sono bestioni di due metri! Come se una strega avesse fatto un incantesimo di ingrandimento a un pesciolino, così, per gioco.
Occhi negli occhi coi napoleone, mi dimentico di pensare alla corrente. Al respiro. All’assetto.
E la ruggine inizia a scrostarsi, a sciogliersi nel sale, a scivolare via.



2. A guardarti bene…
La giornata di ieri è stata faticosa per noi bestie urbane, e alle dieci già ronfavamo della grossa. Così stamattina alle sei siamo già svegli. Ma svegli sul serio, non come quando mi alzo per andare in ufficio ma sto ancora dormendo e resto rincitrullita fino al terzo caffè.

“Andiamo?”
“Ma è presto.”
“Fa niente. Ho fame.”

Sotto la tenda beduina non c’è ancora nessuno e la marmellata di fichi oggi è più buona. Colazione perfetta nel silenzio, davanti a un mare di cristallo che profuma d’anguria.


Un pesce chirurgo, a un metro dalla battigia, gira ossessivo intorno a una roccia, a pelo d’acqua, e caccia via ogni pesce che osi avvicinarsi. Che fetente!
Arriva Yasser. Con lui, come ieri, padre e figlio olandesi, marito e moglie belgi; in più, una coppia giovanissima. Americani, tutti e due lunghi lunghi e secchi secchi; lei è bella come una diva: capelli neri come sputo di seppia e occhi che fanno invidia al mare.
“Si torna a Tiran,” dice Yasser. “Tiran è un’isola deserta tra il mar Rosso e il golfo di Aqaba.” Poi ride.
“Perché ridi, Yasser?”
Yasser racconta.

“Una volta un russo è salito sulla barca carico di banane..."
-                     Perché tutte quelle banane? Crampi?
-                     Per le scimmie, fa il russo.
-                     Le scimmie?
-                     Le scimmie di Tiran.
-                     Non ci sono scimmie a Tiran.
-                     Sì che ci sono.
-                     Ma chi te l’ha detto?
-                     Quel tipo gentile sulla spiaggia. Quello che mi ha venduto le banane.
-                     Quello non era un tipo gentile. Quello era un figlio di puttana!

E tra risate e tè alla menta, la Freedom raggiunge il punto di immersione. 

Gli americani sono perfino più inesperti di noi, e Yasser li piazza in prima linea; subito dietro, noi, poi padre e figlio d’Olanda e, a chiudere la carovana, marito e moglie del Belgio.

Isola di Tiran. Jackson Reef.
Neanche il tempo di entrare in acqua e già qualcosa non va. L’americano masculo sprofonda verso gli abissi senza rendersene conto, l’americana femmina, in verticale, pedala che sembra una mantide impazzita, sbuffa bolle e si tiene l’erogatore con una mano. Yasser scende a ripescare lui, risale ad acchiappare lei, io e l’Omonero non sappiamo che quota tenere, gli olandesi ci superano, i belgi pure, li seguiamo e la corrente ci trascina in pochi istanti lontano dalla guida e dagli americani. Stringo forte l’erogatore tra i denti, la sensazione che possa venirmi portato via è più psicologica che reale, ma io mozzico. E mozzico così forte da staccare un pezzo di boccaglio che mi resta in bocca e per un momento penso pure aiuto, ora lo respiro e mi soffoca, ma poi torno lucida, tolgo l'erogatore e sputo il pezzo di plastica.
Siamo giù da appena undici minuti che Yasser, tenendo l’americana per un braccio, ci fa segno di tornare indietro. Lo raggiungiamo nuotando controcorrente, un crampo a un polpaccio mi fa tornare in mente le banane del russo e mi viene quasi da ridere. Quasi, eh.

Mentre mi arrampico sulla scaletta penso: “Poverini, gli americani. Si sentiranno in colpa per aver fatto rientrare tutti quanti.”
Seh. Lei si sta già strafogando di torta e quando Yasser le fa notare che non si va sottocoperta gocciolanti, lei lo guarda con sufficienza, poi fa spallucce e rientra, gocciolante, a prendersi un’altra fetta. Mmh. Stamattina mi sembrava più carina.

“Scusate,” dice Yasser al resto del gruppo. “Ma la corrente era troppo forte. Lasciamo Tiran, per oggi e ci rilassiamo con una local dive; appena decidiamo dove andare vi chiamo.”

Relax sottocoperta, due chiacchiere con i belgi sdraiati sui cuscini colorati. E sono lì lì per appoggiare le labbra sul bicchiere col mio tè all’anice fumante che…

“BRIEFING!”

Santiddio, Yasser!

Local dive: Ras Nasrani
Olandesi e belgi passano il turno e restano sulla Freedom a godersi il sole. Andiamo in acqua noi, io e l’Omonero, con Yasser e gli americani.

“Anche qui c’è un po’ di corrente. Se vi faccio questo segno – e Yasser sforbicia indice e medio – smettete di pinneggiare: serve solo a sprecare energia. Godetevi l’immersione.”

Mi lascio andare al mare. E comincio a prenderci gusto. Senza muovere un muscolo, mi godo lo spettacolo di gorgonie e tettoie di coralli, di anemoni a bulbi abitati da pesci pagliaccio; trattengo un respiro e salgo di quota, giusto un po’, quanto basta per non finire spiaccicata contro un cervello gigante; le castagnole verdi che ci orbitano intorno sembrano pensieri.


L’Omonero mi indica un pesce palla che fa vibrare le pinnette-alette controcorrente e ci guarda curioso. Mi avvicino, e il pesce apre la bocca.



Oddio.
Ora. Io non sono abituata ai pesci coi denti. Sono cresciuta coi pesci rossi, mi sono nutrita di trote e bestie sdentate. E quando il pesce palla apre la bocca su quei quattro dentini assurdi, come quelli di un marmocchio di pochi mesi, non ce la faccio: comincio a ridere sott’acqua, a crepapelle. E l’Omonero pure.
Yasser, che fino a quel momento ha dovuto scortare gli americani, ci vede tra le bolle delle risate, forse pensa che siamo in affanno e si preoccupa, ma gli facciamo segno che va tutto bene e quando usciamo, aggrappati alla scaletta, stiamo ancora ridendo.

Oggi è l’ultimo giorno a Sharm per gli americani. Domani proseguono il loro viaggio per chissà dove. Lei mi si avvicina: “Pensate di lasciare una mancia a questi?” chiede, facendo cenno, col mento, all’equipaggio.
Questi. Così dice, con la faccia del disprezzo.

Ma lo sai che ora che ti guardo bene sei veramente mostruosa?

3. Di notte, tutti i gatti sono bigi. I pesci no.

“Bisogna aspettare il tramonto,” dice Gerard che, non so perché, ci guiderà per la notturna. Yasser, invece, chiuderà il gruppo.
“Mi raccomando, non fate segnali nel buio, che non si vedono, e non puntatevi le luci in faccia. I pesci scorpione di notte cacciano, potrebbero avvicinarsi alle luci per vedere meglio le prede. Non preoccupatevi, è sufficiente che puntiate il fascio da qualche parte, si allontaneranno.”
“Tipo su di te?”
“No, ecco, non su di me!”

Local dive: Ras Bob
Il sole se n’è andato, ma un debole chiarore ancora illumina fondali, coralli, pesci e subacquei. Ma bastano pochi minuti e il paesaggio si trasforma, la luce cambia, scompare, e il nero inghiotte tutto. La pace e il silenzio sono irreali, e i colori, senza il filtro blu del giorno, sono così vivi che sembrano finti. Tra i coralli compaiono i crinoidi che ondeggiano nella corrente come piume nere in uno spettacolo di burlesque.
Un pesce scorpione scivola di fianco a una lattuga; provo a puntare la luce sulle chiappe di Gerard per vedere se davvero lo segue, ma il pesce non mi si fila per niente e se ne va per la sua strada.


Al suono delle bolle illumino, tra le rocce, un arazzo verdeazzurro. Ma che è? Sposto il fascio più in là e un occhio grande come un piattino da caffè si apre, stupito, assonnato e, giurerei, pure un po’ incacchiato.
“Ma che vuoi?” dice un napoleone, che aveva appena cominciato a russare.
“Scusa, amico mio, non l’ho fatto apposta!”
“Si vabbeh. Ti perdono, ma togliti di torno, ora: voglio dormire.”
Ce ne andiamo zitti zitti,  in punta di pinne, che tanto ormai è ora di tornare.

Appena risaliti in barca, mentre ci liberiamo di gav e pinne, il suono di un tappo di bottiglia che salta ci fa sollevare le sopracciglia. Che succede?
“Ho appena superato il mio esame di divemaster. Grazie a tutti voi! Festeggiamo!”
E bravo Gerard! Ci hai usato come cavie, eh? Mannaggia, peccato che il pesce scorpione non t’ha pizzicato le chiappe!
Con la muta ancora addosso, sorseggiamo champagne mentre il profumo di pollo e verdure che sfrigolano sul barbecue riempie l’aria.
No, no. Io, a casa, non ci torno.

4. Una scimmia a Tiran
“Che buona, ‘sta marmellata!”
“Buona, sì, ma sbrigati: la barca parte tra dieci minuti.”

“Stamattina si va a Ras Mohamed: Shark e Yolanda Reef.”
Sembra più in forma che mai, il nostro Yasser.
“È tra le immersioni più belle di tutto il mar Rosso, per il paesaggio e l’abbondanza di creature. Si parte sul plateau pieno di anemoni, si nuota fino a Shark Reef, si continua verso Yolanda, dove si trova il relitto di un cargo che trasportava sanitari.”
“Eh?”
“Sanitari, sì. Vasche da bagno, gabinetti. Se la corrente lo consente, passiamo oltre; altrimenti, si torna indietro. Si risale sempre davanti ai reef: se finite dietro, la barca non può venire a prendervi. Fate attenzione.”
Sono una fifona e normalmente il pensiero di finire in un posto dove nessuno possa venire a raccattarmi mi farebbe venire i sorci verdi. Invece, sono in pace.

Ras Mohamed: Shark e Yolanda Reef
Gli anemoni coi loro abitanti, le gorgonie, un nastro d’argento di tonni che sembra non finire mai, una cernia lenta, pacifica e grande come un pullman, nuvole di pesci vetro e anthias così insolenti che devi cacciarli dalla maschera, pesci bandiera e farfalla e angelo, pesci pappagallo e balestra e trombetta, un pesce scatola che mi strappa l’ennesima risata, e siamo sulla sabbia tra Shark e Yolanda.


Yasser fa segno di proseguire.
Un corallo pulsa coi centomila polipetti e mi ipnotizza, scorgo qualche nudibranco, un riccio dagli aculei lunghissimi, resisto alla tentazione di accarezzare le tridacne azzurre, di far spaventare un pesce palla, di inseguire un trigone a pois blu che, svolazzando, se ne va.
Ma c’è qualcosa lì. Lì, dietro quella gorgonia di pizzo. Mi avvicino e, da dietro la gorgonia, come un sole da dietro le montagne, sorge lei.
Pizzico l’Omonero.
Lui mi fa l’inequivocabile gesto checacchiovuoi?
“UHA HARHARUHA!” grido nell’erogatore. E punto il ditino. Dalla faccia capisco che l’ha vista anche lui. Ci fermiamo, pinne penzoloni, ad ammirare la sua danza elegante. Che poi come cacchio fa, con tutto l’impiccio del carapace, a muoversi con quella grazia? Mozzica un corallo, mastica, sputa e sparisce nel blu.
Wow!


L’Omonero mi tira, gli altri sono avanti. Ed ecco che siamo alla fine di Yolanda. Yasser fa segno che la corrente tira dalla parte giusta e che è un po’ forte. E di non pinneggiare. Ma noi questo l’abbiamo imparato.
E così si vola, braccia spalancate come goffi uccelli, sui cessi e sulle vasche da bagno, felici e sorridenti come bambini alle giostre.



Ed è così che succede. Quando finalmente hai capito come funziona la corrente, quando è la terra a darti il capogiro e non il mare, quando la marmellata di fichi è diventata la tua marmellata preferita, quando i membri dell’equipaggio ti sembrano gli amici di sempre, quando tutto è finalmente perfetto, ecco: è ora di tornare a casa.

“Ho un’idea,” dice l’Omonero. “Resto qui a vendere banane ai turisti fessi.”
“Bene. E io?”
“Tu vai a Tiran. A fare la scimmia.”








sabato 1 giugno 2013

Noi con la sindrome di Peter Punk

Le undici del mattino.
Sono a un corso, penombra e palpebra a mezz'asta. Il proiettore spara sulla parete di fronte modelli tridimensionali di travi in calcestruzzo e gabbie d'armatura, mentre il docente, Cagliaritano DOC, ci spiega come realizzare una rrete elettrosaldatta con Rrevit.
Il mio telefono vibra nella tasca.
Strano, non mi chiama nessuno, di giorno. Guardo il display: è l'Omonero. Che succede?
Faccio un cenno di scuse al docente e ai colleghi, mi allontano in punta di piedi tra i cavi aggrovigliati di cinque computer, rispondo.
"Ehi, che c'è?" sussurro.
"Sto comprando i biglietti dei Placebo," fa lui, sempre sussurrando.
"Fico!"
"Sì, ma... mi è venuto un dubbio."
"Di'."
"Prendo il parterre o i posti a sedere?"

Cazzo.

Mi vedo nella bolgia sotto il palco, coi giovinastri sudaticci e puzzolenti d'adolescente che pogano qualunque cosa e mi riempiono di botte.
Mmmh.
Allora mi immagino seduta, mentre sorseggio una birra fredda sulle note di Meds.



Eh no, cazzo. EH NO!
"Parterre! Sotto il palco voglio stare, SOTTO IL PALCO!" grido.

Si gira tutto l'OPENSPEIS.


Ecchissenefrega.
Eccheccazzo.



giovedì 18 aprile 2013

Orrore ed empatia



In due soli giorni il nostro respiro, mio e dell’Omonero, si è fermato due volte: la bomba a Boston, il terremoto in Iran. La numerosa famiglia di Bak, che da oltre dieci anni è anche la mia, vive in parte a Boston, in parte in Iran.
L’epicentro del terremoto era a sud, dunque lontano da Teheran e da Gorgan, le città dove vivono Papino, la zia Cozza, Amù Sibilù, la famiglia Polpetta.
Primo sospiro.
Per una serie di coincidenze (e poi ditemi che il fato non esiste) nessuno dei nostri cari era alla maratona di Boston: il marito della cugina Susan quest'anno non ha partecipato, il cugino Parham ha deciso di non portare sua figlia a vedere i corridori al traguardo, mamma Ati non era  in città.
Secondo sospiro.

Stamattina un amico mi gira un articolo dal titolo The Boston Marathon Bombing and the Limits of Human Empathy: la gente freme d’orrore e si scioglie in lacrime d’angoscia di fronte alle vicende di Boston, ma resta fredda e indifferente davanti a chi ogni giorno muore sotto le bombe degli americani.

What are the limits of human empathy?  3 people were killed and many dozens injured and maimed by the Boston Marathon bombing on Monday. By comparison, many more people are killed by American drones and other weapons of war on a weekly, if not daily basis, across the Middle East and in other parts of the world.
The language of "war" and "terrorism" deems these people not human, but rather "targets" and "terrorists" to be "neutralized."

L’autore dell’articolo, in soldoni, si chiede perché i morti di Boston ci facciano piangere e quelli in medio oriente no. Si chiede quanto debbano essere lontani, quanto debbano essere diversi da noi gli uomini perché il loro dolore non ci tocchi.



Entro certi limiti potrebbe pure essere normale una sorta di “graduatoria”. Cioè: mi fa male pensare alle vittime del terremoto in Iran e ai morti di Boston, ma se ci fosse stato lì in mezzo qualcuno dei miei familiari starei peggio.
Però.
Sarà che sto vivendo il momento più difficile della mia vita, e che di fiducia nel genere umano non ne ho più, ma a me viene da fare la domanda alla rovescia: quanto devono essere vicini, quanto devono essere simili a noi le persone perché il loro dolore sia anche il nostro? Per riuscire a provare empatia?

Copincollo da Wikipedia la definizione di EMPATIA.

L'empatia è la capacità di comprendere appieno lo stato d'animo altrui, sia che si tratti di gioia, che di dolore. Empatia significa “sentire dentro” ed è una capacità che fa parte dell’esperienza umana. Si tratta di un forte legame interpersonale e di un potente mezzo di cambiamento. Il concetto può prestarsi al facile riduttivismo mettersi nei panni dell’altro, mentre invece significa andare non solo verso l’altro, ma anche portare questi nel proprio mondo. Essa rappresenta inoltre la capacità di un individuo di comprendere in modo immediato i pensieri e gli stati d'animo di un'altra persona. L'empatia è dunque un processo: essere con l'altro. L’empatia costituisce un modo di comunicare nel quale il ricevente mette in secondo piano il suo modo di percepire la realtà per cercare di far risaltare in se stesso le esperienze e le percezioni dell'interlocutore. È una forma molto profonda di comprensione dell'altro perché si tratta d'immedesimazione negli altrui sentimenti. Ci si sposta da un atteggiamento di mera osservazione esterna (di come l'altro appare all'immaginazione) al come invece si sente interiormente (in quei panni, con quell'esperienza di vita, con quelle origini, cercando di guardare attraverso i suoi occhi).



“Nessuna empatia per i figli del medio oriente,” dice il tizio dell’articolo.
“E per quelli che ci abitano di fianco invece sì?” chiedo io.
Ci dispiace sul serio per le vittime di Boston?
Per quelle del terremoto in Abruzzo?
Per il tizio del palazzo di fronte che ha perso la moglie?
Per il fruttarolo di sotto che gli hanno bruciato il furgone?

Quanto vicine devono essere le persone perché le loro vicende ci tocchino?

Quando, un anno e mezzo fa, la società per cui lavoro è stata venduta, dei cinquecento dipendenti solo uno ha perso il lavoro.
Uno.
E non era uno di una qualche misteriosa sede distaccata, uno che a malapena sai che esiste, era uno che da quattro anni lavorava con noi, culo a culo.
Uno bravo.
Uno che però non era disposto a sposare la società. Uno che col cacchio che passava le sere e i fine settimana in ufficio. Uno che per quattro anni (quattro!) gli han fatto contratti a termine, sperando così di ricattarlo, di convincerlo a immolare il suo tempo libero, di barattare la sua devozione con un contratto vero. Non ha mai ceduto, e così, cogliendo l’occasione del cambio dei padroni, l’hanno lasciato a casa.
Anche se qui c’è bisogno di lui.
Anche se viviamo uno dei peggiori momenti di crisi della storia e tutti sanno che trovare un altro lavoro è durissima.

E quelli che per quattro anni hanno lavorato con lui l’hanno sentita, l’empatia?
Come no.
“Lo sai? Non gli rinnovano il contratto, da dicembre è a casa.”
“Eh, beh. D’altra parte, se l’è cercata. Sempre così poco disponibile...”
Tutti a guardare dall’altra parte. Tutti sollevati che sia successo a lui e non a noi. Una scrollata di spalle e via.

Empatia.

Siamo capaci di sentire dentro solo se muore nostra madre.
E anche in quel caso, mi chiedo se in fondo non ci sia una vocina a dire fortuna che non ci sono io, su quel cazzo di letto di raso nero.