giovedì 19 settembre 2013

Domani

Mi sveglio con un sapore di sangue in bocca. 
Macheccazz? 

Apro gli occhi e m’aggredisce un flash. 
Mi copro con una mano e penso no. 
Oh no. 
No, ti prego no, non oggi.  
Dobbiamo partire. Attraversare tutta la Sardegna, prendere un aereo, tornare a Genova.

Penso che forse mi sono sbagliata. Che magari quelle luci venivano da una macchina di passaggio, che forse il sole è rimbalzato sulla carrozzeria, sugli specchietti, sul bracciale di diamanti di una qualche ricca troia.
Mi faccio coraggio e tolgo la mano dalla faccia: un albero di Natale, di quelli pacchianissimi, balla un pezzo jungle in un angolo dell’occhio destro.

Ce l’ho nello stoppino.

L’Omonero entra in camera tutto energico.
“Vieni, la colazione è... Tutto bene?”
“No.” 
La mia voce rimbomba cento volte, e fa male: ci siamo, è già qui.
“Che c’è?”
“Emicrania,” dico, stavolta in un sussurro. 
“Oh cazzo. Come facciamo? Non possiamo partire se stai così.”

Riesco a dire una cosa sola: TORADOL.

“Sì, ce l’abbiamo. Ma non ho le siringhe. Puoi metterlo sotto la lingua però.”
Io ormai non riesco più a parlare. Faccio un piccolissimo no con la testa, e tanto basta: un’ondata di nausea mi investe, reprimo a fatica un conato. Così l’Omonero capisce perché il Toradol sotto la lingua non è una buona idea.
“Ok, vado in farmacia. Torno subito.”
Col ditino indico la finestra: uccidi la luce prima. Ti scongiuro.


Nosferatu, il vampiro - 1922


Resto sola, al buio, mentre il dolore cresce, continuo, acuto, come una nota altissima di quelle che spaccano i bicchieri; senza tregua, senza respiro.
Sono sudata marcia. Ho la nausea. Forte. E mi fanno male i denti, le gengive, che devo aver digrignato tutta la notte. 

Ho bisogno di acqua. Fredda. 
Aspetto che torni l’Omonero. 
No. 
Non ce la faccio.

Rotolo su un lato, scivolo giù dal letto, mi trascino in cucina. Mi riempio la bocca di acqua gelida, che sfiammi cazzo, o almeno anestetizzi un po’. Tanto da dover sopportare un dolore solo. Bevo ancora, ma non è una buona idea.

Quando l’Omonero torna mi trova con la testa nel cesso.
“Poverina! Sembri Christiane F.”
Riderei, se non stessi per morire.







Mi riporta a letto, mi scopre una chiappa e mi fa l’iniezione. Brucia, porcaputtana.
“Stai lì un po’. Io finisco di fare i bagagli, tu prova a riposare. Vuoi che ti chiuda la porta?”
Ci penso un attimo. Con l’emicrania la mente viaggia veloce (e catastrofica), e in una frazione di secondo mi vedo che peggioro (ma può essere peggio di così?), che cado, che sono per terra rantolante ma lui non mi sente.
Gli dico no, sempre usando il ditino: niente voce, niente movimenti della testa.

E come l’Omonero se ne va, un cagnetto nella via inizia ad abbaiare.




Cagnetto. 
Maledetto cagnetto. 
Perché non ho chiuso quella cazzo di porta di merda. 
Cagnetto piantala. 
Cagnetto infame, tu non lo sai che 

ogni

tuo 

latrato 

è un pugno sull'elsa della spada che mi divide il cranio a metà.
Stronzo d’un cagnetto di merda figlio di puttana, piantala. 
Ora vengo lì. E ti pianto nel culo la siringa, così te lo do io un buon motivo per bèbèbèbèbèbèbèbèbèbèbèbèbèbbè. 
Gli dico così. Come mi diceva mia madre quando me le dava col battipanni. Glielo dico con la telepatia. E in qualche modo mi sa che mi sente, perché smette.

Silenzio. Buio. Caldo alle piante dei piedi.
Il Toradol non mi toglie il dolore, ma si appende alle palpebre, che diventano di piombo. 
“È ora di andare.”
L'Omonero mi porta di peso in macchina. Mi rannicchio, nascondo la testa nelle braccia, sprofondo nel limbo. Non è dormire, quello. È coma profondo.


Benedetto sia il Toradol. Benedetto, e benedetto il suo inventore.
Mi sveglio due ore dopo rincoglionita come mai. Il dolore è sceso di quattro toni, è sordo ora, ovattato, morbido.



“Dove siamo?” 
“Boh. Dopo Oristano, in mezzo alla campagna. È bello sentire di nuovo la tua voce. Stai meglio?”
“Meglio, sì.”
“Ti va se ci fermiamo un po’?”




Autogrill. Provo a mangiare un pezzetto di focaccia al pomodoro, ma capisco che è meglio di no. 
Seduta sul marciapiede, all'ombra,  mi godo il fresco e guardo l’Omonero che dà una pulita alla macchina: lava il vetro, aspira briciole e sabbia. Al noleggio ci avevano detto che, se l’avessimo riconsegnata sporca, ci avrebbero addebitato una cifra tra i diciotto e i settantadue euro. Così: diciotto e settantadue. Cifre a caso.

“Te la senti di ripartire? La strada è ancora lunga.”
Mi sento male al pensiero di tornare in macchina, ma si sta facendo tardi.
“Sì.Sì, ce la faccio.”



Arriviamo in aeroporto dopo altre due ore. L’emicrania si è ormai sciolta in pulsazioni sporadiche. 
Tipo polpo che nuota. 
Rispetto a come stavo, sono un fiore.

L’Omonero scarica la macchina, trasporta le valigie, io gli cammino dietro appoggiando piano i piedi per terra: le vibrazioni ancora mi danno la nausea.
Mi appoggio coi gomiti al bancone dell’autonoleggio. Consegniamo le chiavi, l’Omonero e l’Omosardo vanno a controllare che la macchina sia intera. Che abbia il pieno di benzina, ma con un ottavo in meno, che così ce l'avevano data. 
Io aspetto, mi reggo la testa con le mani.

Quando tornano, l’Omosardo annuisce, firma il modulo. Non ci addebitano i diciottosettantadue euro per lo zozzume. Bene.
L’Omosardo, però, solleva un sopracciglione.
“Consegnate un giorno prima, giusto?”

Giorno prima?

Ci guardiamo. 
Sento freddo.
L’Omonero prende dalla tasca i documenti del volo.
Avvicina il foglio alla faccia cupa.
Chiude gli occhi un istante.
Solleva lo sguardo.

Domani.
Il nostro volo è domani.

giovedì 29 agosto 2013

Buon anniversario, amore mio


Qualche giorno fa

È Ferragosto e Nuovo Recinto chiude per qualche giorno. Ferie obbligate, e l’Omonero invece lavora. E visto che lavora sì, ma di sera, e visto che l’idea di buttare via del tempo prezioso mi fa orrore, decidiamo di fare finta di essere milanesi in vacanza (brrrr).

“Levante o ponente?”
“Boh. Mi porti a fare un giro ad Arenzano?”
“Massì.”




Partiamo. Attraversiamo la città, evitiamo di prendere l’autostrada, che in moto proprio non mi piace.
Arrivati a Multedo, vediamo un uomo volare. Salta per aria, disarcionato dalla sua Harley scintillante, e atterra sull’asfalto come una bambola di pezza. 
“È morto,” penso. 
Il cuore salta in gola e mi soffoca. Ma il tipo si rialza, quasi rimbalza, carico d’adrenalina com’è. Si ferma della gente, un tizio pieno di braccialetti della Samp chiede: “Tutto bene?”
“Sì, sì, sto bene,” dice. Perde sangue dal mento.
“Okay, allora vado, ciao.” E sparisce.
Io e l’Omonero ci guardiamo intorno: se ne sono andati tutti, siamo rimasti solo noi e il pupazzo di pezza. 
“Ti chiamo un’ambulanza,” gli dico.
“No, no, ma che ambulanza, non mi sono fatto niente. Mi aiutate a portare la moto via dalla strada?”
“Certo.”

L’Omonero spinge la moto. Io provo a fornire supporto morale. Il tizio di pezza perde sangue dal mento e da un ginocchio.
“Grazie ragazzi, siete stati gentili.”
“Macché grazie. Dove abiti?”
“A Pegli. Ora chiamo mia moglie, le dico di venirmi a prendere. Andate pure, sto bene.” Perde sangue dal mento e da un ginocchio. E non riesce a tenere su il braccio sinistro.
“No no, noi stiamo qui finché tua moglie non arriva.”
“Ma non c’è bisogno, davvero, siete gentilissimi, ma non serve.” 
L’adrenalina comincia a scendere e il tizio di pezza trema. È l’una, ci saranno cinquanta gradi e non c’è un filo d’ombra né una bava d’aria. 



“Chiama tua moglie,” dice l’Omonero. “Noi restiamo con te.”
Ci guarda sconcertato. “Un gesto raro,” dice.
Un gesto raro. Questa frase mi rimbalzerà in testa per tutto il tempo che passeremo con lui. Un gesto raro, così dice.

Chiama la moglie. Da Pegli a Multedo non c’è molta strada e con la città vuota ci aspettiamo di vederla arivare in pochi minuti. Invece, dopo mezz’ora siamo ancora lì. Il tizio trema e sanguina, ci racconta che fa l’ortopedico; prova a muovere il braccio e la maglietta si tira e aderisce al corpo: al posto della spalla c’è un avvallamento. 
Un buco. 
Un vuoto. 
Mi gira la testa. Anche a lui, che non sa più come reggere ‘sto cazzo di braccio pendulo. L’Omonero si offre di reggergli il braccio, lui accetta, fa un caldo boia e ancora non viene nessuno.

Dopo quaranta minuti, finalmente il tizio di pezza dice: “Eccola!”
La moglie, una tipetta secca, la faccia da topo, accosta e scende. Il tizio è provato e stanco, sanguinolento, con una spalla smontata, 
Lei lo fissa. Lui, timido, le dice: “Eh, sono caduto. Credo di essermi lussato una spalla. Poco male.”
“Poco male un cazzo!” sbraita lei. “Muoviti, andiamo al Galliera.”
“Ma perché al Galliera, l’ospedale di Sestri è più vicino.”
“A Sestri? Ma sei scemo?”




L’Omonero fa quella faccia lì. Quella di quando s’incazza di brutto e si trattiene. Non dice una parola, ma per un attimo temo che stia per mollarle un ceffone. Lui, che senza nemmeno conoscere il tizio di pezza, gli ha retto il braccio, gli ha fatto compagnia, l’ha rassicurato. Mentre lei, sua moglie, lo sta insultando come un cane. Vorrebbe tirarle un cazzottone, lo so. Invece dice solo: “Beh, noi ora andiamo via.”

Il tizio di pezza prova a ringraziarci, prova a dire al topo che siamo stati gentili, ma lei non ci degna di uno sguardo e va avanti e lo insacca. 
Salgono in macchina loro, saliamo sullo scooter noi. Riprendiamo il nostro viaggio verso il nostro pomeriggio da vacanzieri milanesi. Ci fermiamo in un bar a bere un bicchiere d'acqua, un caffè, un cordiale.




“Spero che il tizio di pezza stia bene,” dico io, mentre l’aria condizionata mi asciuga il sudore dalle braccia, dal collo, dalle gambe. L’Omonero gira un po’ la faccia verso di me.
“Io invece spero che divorzi.”

Oggi

Devo partire per la Sardegna, che finalmente le ferie, quelle vere, sono arrivate, e a Nuovo Recinto me la stanno facendo cagare mica poco. L’Ingegner Certocerto mi ha detto una roba tipo: “Vai in vacanza? Veramente? Oddio, siamo rovinati!”
Rovinati. Così ha detto. Eh, questo succede quando sei lo zerbino portante di una società.

La giornata è stata un inferno, è successo di tutto, lavori già chiusi e consegnati sono rispuntati come per magia, tutto da rifare, per quando? Per stasera. 
Corro come una pazza e riesco a finire a un orario decente, scappo da Nuovo Recinto prima che qualcuno si accorga di me, salto in macchina e cerco di fare mente locale.




Devo aggiornare le mappe del navigatore, scrivere l’articolo per ScubaZone, pensare a cosa voglio portarmi, capire se devo fare una lavatrice in extremis pregando che la roba poi si asciughi, controllare tutti i documenti di viaggio e...
Porcodemonio! Una macchina m' inchioda davanti, freno a pochi centimetri dal botto. M’incazzo, supero e faccio per insultare l’imbecille che ha inchiodato, ma quello che vedo mi gela il sangue: un uomo sulla sessantina sta menando una donna, la prende per le spalle, la scuote, lei apre la portiera, scende.

Accosto. E, lo ammetto, smadonno. Per un attimo penso di tirare dritto, cazzo, con tutto quello che ho da fare, ci mancava solo ‘sto casino. Ma mi vergogno all’istante di quel pensiero, mi vergogno come un ladro, come un mostro, mi viene il magone e scendo. 

La donna, ora, sta gridando. 
“Sei un bastardo!”
Urla disperata, urla così forte che la voce gratta in gola.
Mi tornano in mente brutte cose. Brutte cose.

Mi faccio forza, mi avvicino.
“Signora, le serve aiuto, vuole che le dia un passaggio, che chiami qualcuno?”
Si gira verso di me come una belva. Grida ancora, stavolta contro di me.
“Tu non ti preoccupare! Tu fatti i cazzi tuoi! Fatti i cazzi tuoi!”
Io indietreggio, mentre lei, in piedi di fianco alla macchina, infila la testa nel finestrino e ricomincia.
“Sei un bastardo! Bastardo! Bastardo!”





Lui ha la testa appoggiata sul volante. Forse piange.
Io non so che fare. Lei mi grida: “Vattene! Vatteneee!” e mi fa paura.
Risalgo in macchina, con un macigno nel cuore. 



Ora 

Sono a casa. Tra un po’ tornerà anche l’Omonero. 
Penso a noi. 
Penso alla sua faccia cinese e mi pare di  vederlo mentre mi dice: “Ehi, è tanto che ti sopporto!” 
Tanto, sì. Undici anni.
E mi torna in mente quella volta che...



E poi quell'altra... E...





Buon anniversario, amore mio.
E domani vado ad accendere un cero a San Gennaro. Anzi tre.



domenica 18 agosto 2013

AMICI!

Qualche sera fa.
Siamo a cena, io e l’Omonero, da Matteo ed Erika. 
Matteo è stato il nostro primo istruttore subacqueo. Erika oggi è sua moglie, ma ai tempi del nostro corso era la sua assistente. Lui la guardava adorante, lei lo snobbava altezzosa, ma sotto sotto, si capiva, qualcosa ardeva. Io e l’Omonero ci siamo massacrati le costole a furia di gomitate ammiccanti ogni volta che lui si avvicinava e lei non lo mordeva. Il giorno in cui - FINALMENTE, SANTIDDIO! - si sono baciati, abbiamo faticato a trattenere una ola. E meglio così, che in due non sarebbe venuta ‘sto granché.




Dicevo: siamo a cena da Matteo ed Erika. Con noi, anche Marco e Nella, che hanno iniziato l’avventura subacquea insieme a noi senza diventare però due INVASATI. Così ci chiamano, invasati. Ma lo dicono con amore, eh. Quindi va bene.

“A fine mese partiamo per Sipadan”, dice Marco. Nella sorride felice. A noi cade la mascella sul tavolo. (Per l'esattezza, la mia finisce in un piatto di squisitissimi pomodorini ripieni di bulgur, e insomma non mi posso lamentare.)
Per chi non avesse idea, stiamo parlando di questo posto qua:






“Ma credo che faremo solo snorkeling,” aggiunge.
A noi invasati piglia un colpo.
“Eeehh?”
“Neanche un tuffo?”





“Io sto tanto bene con la maschera e il costumino, senza tutta quella roba addosso! Non ci penso proprio,” dice la bella Gabbianella. Marco sembra meno convinto.
“Ecco, non so… Magari un tuffo… È che non vado in acqua da un sacco, sono arrugginito e…”
“Sabato andiamo tutti a Portofino, così riprendi confidenza. Che dici?” fa Matteo.
Io e l’Omonero saltiamo sulle sedie e diciamo sì. Marco, travolto dal nostro entusiasmo, accetta. Ma lo vedo che il semino del dubbio gli si è già posato nella mente, pronto a germogliare.

Sabato mattina. 
Sono al diving che tiro fuori la roba dalla borsa e mi sento fare “psst!”. Alzo il capino e, incorniciato dalla finestra, c’è Marco.
“Sono qui dalle undici.”
“Ma l’appuntamento era alle dodici meno un quarto!”
“Eh,” fa lui. Da come lo dice e dalla faccia che fa capisco che è in ansia. Pure l'anticipo di tre quarti d'ora mi aiuta.
“Marco, respira! Vieni giù, che ti sbaciucchio!”
"Arrivo."

Ci siamo tutti. Siamo pronti per andare al porticciolo a montare l’attrezzatura.
“Vale, Bak, Erika, volete fare un tuffo per i fatti vostri mentre io sto con Marco?” chiede Matteo.
“No no! Vogliamo stare tutti insieme!”
“Ma se io mi prendo male e voglio uscire?” dice Marco.
“Se vuoi uscire, usciamo. Ma poi non vedo perché dovresti prenderti male! Andiamo, su! Tuttinsieme, come quando eravamo piccoli!”
“Era due anni fa.”
“E tu comunque sei rimasta piccola.”
“E quando mai cresce, questa?”

Amici...




L’acqua trasparente già nel porticciolo (di solito è verde bava di drago) fa ben sperare. Si parte, direzione Altare. 

Il gommone salta e io rido come una mocciosa. Vuoi vedere che gli amici c’hanno ragione? Che non crescerò mai?




Appena entro in acqua butto la capoccia sotto: ooohhh! Quanto tempo era che non avevamo una visibilità così? 
Tutto a posto, siamo pronti, giù.

Matteo guida, Marco segue, poi noi. Non scendiamo mai sotto i venti metri ed è una meraviglia: luce, acqua tiepida, una marea di pesci. Mi ridono gli occhi.
Un grosso dentice d’argento si allontana nel blu e io lo seguo per un po’. L’Omonero è con me, gli altri sono più distanti, ma vedo bene tutto il gruppo: Matteo, che controlla, Marco, che vola tranquillo, ed Erika, come sempre immobile. E pur si muove. C’è da capire come cacchio fa.

Il dentice sparisce inghiottito dal blu, noi sorvoliamo un prato di posidonia dove una murena obesa sta schiacciando un pisolino; bella lei, cicciona, nera e gialla! 
Spunto alle spalle di Marco e gli pizzico il culo, nuotiamo tra decine di cernie chiare e scure, grandi e piccole, che oggi più che mai si lasciano guardare e avvicinare. L’acqua è densa di castagnole adolescenti mezzeneremezzeblu, banchi di salpe cagone e saraghi che se ne stanno tutti immobili ad aspettare chissà cosa. Tutti tranne uno, che sta sbocconcellando una medusa. Poraccia. A vederla così, divorata viva dal primo pesce pirla che passa, penso che mi incazzerò meno la prossima volta che sua cugina mi lascerà un segno viola sulla pelle. Ma forse, per allora, avrò dimenticato la sua triste morte e, come sempre, bestemmierò tuttisanti.

Siamo tutti allegri e scimuniti: l’Omonero canta, io l’accompagno, improvviso un balletto, faccio i dispetti a Marco che, si vede, se la sta proprio godendo. 
Mi domando se anche lui sente quello che sento io. Cioè che, quando sono laggiù, non è che sono nel mare. Quando sono lì e nuoto respiro coi pesci, io sono il mare.

A fine immersione, una giovane corvina doroedargento viene a dire ciao. Illumino ancora una parete di parazoanthus e disturbo una cernia che si era mimetizzata lì nell’ombra prima di girare, molto a malincuore, le pinne per tornare alla catena.




In sosta, per ingannare l’attesa, inseguo un sarago. O forse è lui a inseguire me, dato che ci muoviamo in tondo. 

Si torna su.
Riemerge l’Omonero, Matteo, Erika, poi io, poi Marco, che sputa l’erogatore, solleva le braccia e grida: “Che figata, amici! AMICI!”

Missione compiuta! 



giovedì 1 agosto 2013

Trentunluglio

Compiere gli anni il 31 di luglio può essere una schifezza. La scuola è finita, gli amichetti sono in vacanza, alla tua festa di compleanno non viene un cane. E rimani lì, con tuo fratello annoiato e la torta che resta intera, finché ti arrendi all'evidenza e, se non altro, ti strafoghi di Saint Honoré.

Mi sono portata dietro questa tristezza per tutta la vita, e sono anni che mi organizzo per essere, quel giorno, in una qualche parte fighissima del mondo per non dover ripetere mai più l'esperienza di un compleanno solitario. L’anno scorso ero a Lanzarote, due anni fa in Grecia, prima ancora in Sardegna; una volta addirittura a Boston, al concerto dei Depeche Mode. Lontano da qui, lontano dalla tristezza di una festa vuota.

Quest’anno succede che le vacanze si fanno a Settembre.
Quest’anno succede che il giorno del mio compleanno sono qui.
Come sempre, io lavoro di giorno, l’Omonero di sera. 
Eh no, cazzo. Non di nuovo.

Qualche tempo fa.
Siamo in macchina che sfrecciamo verso Sturla mentre Blixa canta a tutto volume che le gambe gli fanno giacomo giacomo




Grido nell'orecchio dell’Omonero.
“Ehi, ho pensato di prendermi il pomeriggio libero, il 31. Potremmo organizzare un tuffo.” 
Lui fa questa faccia:



“Che c’è? Non ti piace l’idea?”
“Mi sono preso ferie il 31. Volevo portarti fuori a cena. Così mi hai rovinato la sorpresa.”
Ups. 

Così, ieri. 
Lavoro solo di mattina e lavoro pure male, che la mia testa è già altrove, e quando esco da Nuovo Recinto saluto tutti con aria paracula.
Io e l’Omonero ingolliamo veloci una barretta dietetica mentre la mia macchinina, carica di attrezzatura che quasi scoppia, ci porta a Nervi dove ci aspetta lui, più bello che mai: riccioluto biondo abbronzato, sigarillo e sorrisetto. Sì, proprio lui: Zac.

Il diving è tutto per noi ed è una gioia poter sparpadellare la roba ovunque: gli scaffali sono tutti vuoti, le panche sono tutte vuote, i pavimenti sono tutti asciutti. 
Con tutta calma, tra un canestrello,  un bicchiere di chinotto e molte cazzate, carichiamo sul furgone le bombole e i gav e le pinne e le maschere e le torce e gli erogat... No, gli erogatori no! Il mio erogatore, io, me lo porto in braccio. Il mio tesssssoro!

Infilo la muta nuova come fosse un pigiama, e già questo basterebbe a farmi godere per l'intera giornata, ma i piaceri in serbo per noi (per me, che sono la festeggiata!) sono ancora tanti.

In sei su un gommone da venti, mare piatto e cielo pulito, siamo svaccati allegri e beati (io mi sento come l'unica volta in vita mia che ho bigiato), e non facciamo caso a un’onda bizzarra che ci corre incontro. 

Tre.

“Che spettacolo ragazzi!”

Due.

“Giornata perfetta! Che ne dite di andare alla Gonzatti?”

Uno.

Cambia il rumore.
Il gommone vola.
Io, forse troppo rilassata, non mi stavo tenendo.
Volo pure io.
Ricado, rimbalzo, parto come un proiettile e atterro dal lato opposto del gommone, in braccio a un tizio che non è l’Omonero. 










“Oddio scusa!” gli dico, mentre mi arrampico sulle sue cosce.
“Non mi è dispiaciuto mica,” fa lui, furbacchione. L’Omonero ride, ma è un modo come un altro per mostrare i denti. 

Ripartiamo, più cauti, coi gabbiani che ci svolazzano attorno tipo avvoltoi, e arriviamo alla boa. Non c’è nessun altro ormeggiato: la secca è tutta per noi. 
Gav in spalla, erogatore tra i denti, maschera sugli occhi, capriola, tutti in acqua.
“Ok?”
“Ok. Ci vediamo giù.”
Scarico e scendo come un sasso: col cambio di muta ho tolto un chilo dalla cintura, ma a quanto pare non è bastato. Gonfio subito un pochino il gav e trattengo il fiato, da non fare la figura di quella che precipita sul fondo, e resto appesa neutra in mezzo a un mare di mucillagine. 
Ohibò.
Scendiamo ancora e la situazione peggiora: a trenta metri le gorgonie sono soffocate da una coperta pelosa e lo scenario è tetro, paludoso. Pare d’essere in Louisiana.



Zac legge lo sconforto nei miei occhi, allunga una mano, acchiappa un ciuffo di mucillagine da un ramo di gorgonia e ci si fa un paio di baffoni. Sembra il figlio di Cupido e Stalin e io mi ribalto dal ridere. E ridere sott’acqua è una delle cose che più amo al mondo, perché la risata, trasformata in centomila bolle, si vede. 

Una murena infastidita dal casino sbuca dalla tana e ci grida di tutto. Vorrebbe farci paura, ma con quei tubicilli ridicoli che le escono dal naso non è credibile nel ruolo di cattiva.



Proseguiamo e, appena aggirata una sporgenza nella parete di gorgonie, un banco dorato di decine di salpe scende in picchiata, in formazione come astronavi pronte alla battaglia, e si precipita sulla distesa densa di mucillagine. 



E siamo lì a osservare le salpe e il loro brucare famelico che d’un tratto si fa buio. Alziamo le capocce e non crediamo a quello che stiamo vedendo: una sfera metallica colossale rotea velocissima su se stessa, oscurando il sole. 




Gira, gira e si avvicina, gira, poi si apre come un fiore, come un fuoco d’artificio, e si avvita, cambia forma, si ricompatta; il mare tutt’intorno frigge e noi non sappiamo dove guardare: la palla di alici, i dentici che arrivano dal blu, le cernie ciccione labbrone, il fiume giallo di salpe, le castagnole scure, le castagnole blu, stelle marine ovunque, che roba, vaccaboia, mai vista la Gonzatti così! Sembra una battaglia spaziale, sembra quasi di sentire le esplosioni!




Migliaia di pesci corrono tutt’intorno, la palla d’argento si avvicina e sputa fuori un siluro: un barracuda! Uno solo, tutto soletto, che strano. Mi guarda, lo guardo. Avanza. Occhi negli occhi, sale di quota, salgo di quota. Non riesco a staccare lo sguardo, lo seguo ipnotizzata, lo seguo finché sento che qualcosa mi trattiene: ma che cazz… 
È l’Omonero, che m’ha acchiappato per una pinna e mi sta dicendo,  con eloquente gesto partenopeo, ma dove minchia vai? E dove minchia vado? Non lo so dove vado, seguivo il barracuda io!



Scendi, fa lui col pollicione.
E va bene, scendo.

Giriamo intorno alla secca, risalendo lentamente, a spirale, mentre la battaglia interstellare non dà segno di volersi interrompere. Io non faccio che squittire di gioia, e in sosta ballo il twist. Sono l’ultima a tirare fuori la capoccia dall’acqua e per la prima volta, io che in acqua sono la più ligia, mentre arranco sulla scaletta penso che quei cinquanta bar rimasti nella bombola siano uno spreco.

La barretta ingurgitata a pranzo è evaporata da un po’ e lo stomaco brontola mentre sorseggiamo spumante e risciacquiamo l'attrezzatura al diving.
“Che fame mi è venuta!”
“Bene! Perché ci sono quintali di salsicce e bistecche pronte da grigliare a casa mia! Io vado a riportare il gommone in porto, voi andate e cominciate a preparare.”

Zac lancia all’Omonero le chiavi di casa sua. Il divertimento è appena cominciato mentre io credo di aver cambiato idea su come sia compiere gli anni a casa il 31 di luglio.







sabato 27 luglio 2013

Alla faccia di Bukowski

“Li odiai a prima vista, tutti lì seduti a fare gli intelligenti e i superiori. Si annullavano a vicenda. La cosa peggiore per uno scrittore è conoscere un altro scrittore, o peggio ancora, conoscere parecchi altri scrittori. Come mosche sullo stesso stronzo.”

Così scriveva  Bukowski (il brano è tratto da Donne) e io spero che avesse torto. Ma proprio torto marcio, perché noi meritiamo di fare faville!
Noi chi? Noi de I Sognatori, la prima Factory Editoriale italiana. 


Suona bene, eh? 
La Prima Factory Editoriale Italiana! 
Divento più alta quando lo dico.

Siamo tanti (l’obiettivo è cento, e ci stiamo lavorando), siamo belli anche quando siamo brutti, siamo giovani anche quando siamo vecchi.

Che facciamo? Scriviamo storie, ma non è mica tutto lì. Ci aiutiamo a scriverle. Impariamo imparando e insegnando. Raccontiamo storie e raccontiamo a tutti che raccontiamo storie. Così poi le nostre storie qualcuno le legge. Sennò che le scriviamo a fare?

Volete sapere cosa stiamo combinando? Fate così: iscrivetevi alla nostra mailing list. Mandate una mail a info@casadeisognatori.com e dite ad Aldo Moscatelli, il nostro editore condottiero, che volete essere informati dei progressi della Factory. 

Noi vi manderemo (ogni tanto, con discrezione) un’email per dirvi che è uscito un libro nuovo o che stiamo organizzando un evento. 

Faremo un sacco di fantastiliardiscintillanticose.
Alla faccia di Bukowski.

domenica 9 giugno 2013

Dio è morto.


Ho da fare un paio di cose prima di uscire. Lo vedo che il cielo bigio non promette un cazzo di buono, che sarebbe più furbo uscire subito, ma conosco la mia pigrizia e so che rimandare significherebbe non fare.
E mi sento brava, a posto con la coscienza, quando, due ore dopo, poso la penna e il mouse, felice di aver postato anche sul blog la storia della scimmia di Tiran (per gli amici non subacquei che non leggono Scubaportal,  ma che si divertono con le mie avventure da abissonauta pasticciona), e di aver finalmente tirato giù lo schema dei capitoli per la seconda stesura del romanzo.
Ovviamente, piove.
Ma io devo proprio uscire: tra pochi giorni sarà il compleanno dell’Omonero e, anche se sono anni che non ci regaliamo più niente preferendo, a ogni ricorrenza, nutrire il porcellino Salvavacanza per poi andarci a godere i soldini da qualche parte nel mondo, un pensierino, una cazzata, un pacchettino simbolico non riesco a non farglielo trovare sul comodino.
A modo mio, sono romantica.


È domenica, mi tocca il centro commerciale. Io odio i centri commerciali, odio il brusio che c’è sempre, il disagio indotto dagli spazi pensati male (o forse benissimo) che ti disorientano e ti rincoglioniscono, così che quando esci non hai comprato una minchia di quello che ti serviva, ma un assortimento di mutande di pizzo che non metterai mai e un set di pentole antiaderenti estremamente utili per una che non cucina manco un uovo. 
Quando arrivi a casa, guardi le cose acquistate come se le vedessi per la prima volta, e se qualcuno ti chiede perché hai comprato venticinque mutande tu dici, poco convinta: “Erano in offerta.”


Ma stavolta so cosa voglio, devo solo entrare in un preciso negozio (non faccio la vaga, ma se scrivo quale negozio poi l’Omonero sgama il regalo!), comprare una precisa cosa e uscire.
“Ce la posso fare.”
Trovare parcheggio tra le auto posteggiate a castello è un incubo, Genova tutta è qui. Ho capito che piove, ma…
Decido di non incazzarmi. Faccio nove volte il giro, poi parcheggio a castello pure io. Oh, insomma. Tanto resto poco.
La coda per entrare inizia già dal parcheggio. Non so se ho mai visto tanta gente qui dentro. Le mie gambe stanno già tornando verso la macchina, ma so che non avrò un altro momento libero da qui a mercoledì, tengo duro e respingo il malessere che mi sta già facendo sudare le ascelle e la nuca.
Composta e paziente sulla scala mobile, non reagisco nemmeno quando un marcantonio in canottiera mi spinge di lato per passare: rimango concentrata e zen, salgo sulla seconda scala mobile, raggiungo la mia destinazione, mollo l’ombrello nel portaombrelli, entro.
Non so perché, ma ‘sto posto mi fa stare peggio del solito.
Aspetto il mio turno per pagare. Davanti a me due tizie tutta plastica (tette labbra capelli) che non si capisce chi sia la madre e chi la figlia (seh, bonanotte: si capisce, si capisce) stanno elmettando la cassiera con domande a raffica su una valanga di prodotti che hanno appoggiato sul bancone. Non convinte dalle risposte, mollano tutto lì e se ne vanno a mani vuote, mentre una commessa, mesta, rimette tutto a posto.


Il mio fastidio aumenta. Inspiro e conto fino a sette, come faccio sott’acqua quando sento arrivare l’ansia.
Pago, afferro il mio sacchetto, graziearrivederci, esco dal negozio facendo slalom tra una quantità di gente impressionante.
Berrei volentieri un caffè, ma non qui. Devo uscire da qui.
Passo davanti alla vetrina di un megastore, di quelli che ti vendono di tutto, dalla lavatrice alle vacanze, dove un nugolo di ragazzine sbraita davanti a un cartello.



Moreno? Non ho la più pallida idea di chi sia.
Mi sento fuori luogo, fuori posto, fuori pista, c’è gente ovunque e io sto come i pazzi, ma perché?
Poi capisco.
Ci saranno centinaia di persone, forse migliaia, in questo accidenti di posto. Ma nessuno, dico NESSUNO, regge tra le mani un sacchetto. Nemmeno uno, uno piccolo, di quelli del negozio di scherzi che con tre euro una minchiata la compri, così, tanto per.
No. Niente, nemmeno uno.

Sono in una cattedrale, Dio è morto e questi qua, i devoti, rimasti con un palmo di naso si aggirano allibiti senza sapere che fare. 




Vecchi seduti sulle panchine, gli occhi fissi nel nulla. Famiglie intere che leccano gelati e sembrano guardare le vetrine, ma in realtà non vedono niente. Aspettano che arrivi sera.


Il sudore mi si gela addosso. Me ne devo andare di qua, prima che qualcuno che pensava di aver venduto l’anima e di aver fatto pure un buon affare si renda conto di averla invece regalata e s’incazzi come una bestia.
Un tizio fissa stralunato il mio pacchettino. Lo nascondo in borsa, scendo di corsa le scale senza guardarmi indietro, spero solo che la macchina sia intera, che nessuno, nella foga di uscire, abbia fatto la curva stretta e…
La macchina è lì, senza un graffio.
Salto su, esco dal parcheggio col cuore che suona la techno nelle tempie.
Diluvia. E dopo qualche metro, di botto, si appannano tutti i finestrini. Non vedo un cazzo, sono in una bolla di nebbia; ogni tanto tutto diventa più bianco, aspetto, incassata nelle spalle, il tuono che non arriva: è un temporale zitto. Guido a memoria, mi oriento con le luci delle altre macchine e dei semafori, sparo l’aria sul vetro e apro un po’ il finestrino, ma i vetri restano appannati mentre io mi infradicio le braghe.
Bestemmio il Dio morto, quello dello shopping e dei centri commerciali.
Accendo l’aria condizionata al massimo, ho i brividi, i vetri cominciano a tornare trasparenti quando sono sotto casa. Parcheggio un po’ distante, ma va bene così, sono salva.
Spengo i fari, i tergicristalli, la bufera di neve, la macchina tutta. Acchiappo la borsa, mi giro a prendere l’ombrel…
Cazzo. L'ho lasciato all'inferno.

Buona domenica.