Non m’era
piaciuto da subito, non saprei dire perché. Forse il brutto tatuaggio, la
postura un po’ curva, gli scarponi pesanti in pieno luglio, il fatto che fosse
l’unico a non sorridere, a non dare il benvenuto ai clienti, a noi, che avremmo
fatto immersioni lì per due settimane. Sembrava un orco. Avaro di parole,
sistemava l’attrezzatura, riempiva le bombole, caricava il furgone, aggirandosi
tra mute ed erogatori con gli scarponi da montagna, e come facesse a
sopportarne il peso, con quel caldo umido, lo sapeva solo lui. Andava sempre in
acqua con due tizi inglesi, padre e figlio, pallidi e magri ma con la pancia da
birra, in mutino corto nonostante l’acqua raggiungesse a stento i 18 gradi.
Anche loro non erano granché affabili, ma non si può sempre fare amicizia con
tutti, non si può sempre piacere a tutti.
Io mi godevo le
immersioni col mio compagno e la mia guida, e con gli inglesi e l’Orco ci si
incontrava al diving giusto al mattino e alla sera, si condivideva niente di
più che l’acqua delle vasche (ma cercavo sempre di essere la prima a sciacquare
la muta) e poi ognuno per la sua strada, salutandosi appena.
Fino
all’ultimo giorno.
“Oggi andate
con lui.”
Mi si strizza
lo stomaco. Vorrei chiedere perché, ma il perché è evidente: la nostra solita
guida non c’è. Allora vorrei dire no, non ci vado, ma il mio compagno sta già
montando e poi mi dico: che scene fai?
L’Orco e gli
inglesi in braghette sono già pronti, bombola in spalla e maschera al collo: è
un tuffo da riva, c’è da camminare un po’, loro intanto vanno. Ci prepariamo in
fretta e nel percorso verso la spiaggia, carichi, in semistagna, sotto il sole
e col calore dell’asfalto che incendia i calzari, sudiamo come maratoneti nel
deserto.
Quando
arriviamo, i tre stanno ridendo. No: sghignazzano, che è diverso. Ma ho troppo
caldo per badare a loro, entro in acqua e allargo il collo della muta, lascio
che l’acqua fredda entri a darmi sollievo, a riportarmi in vita, a restituirmi
il respiro. Vorrei restare un minuto così, a mollo, a riprendere fiato, a riportare
il cuore a un ritmo normale, ma quelli indossano la maschera e scendono.
Il mio compagno
mi guarda come a dire mi dispiace, bisogna che ci muoviamo, e allora
scendiamo anche noi.
La visibilità
è buona e l’immersione, nonostante le antipatie, è bella: cernie e pesci
pappagallo scivolano zitti tutt’intorno, un polpo esegue una danza bizzarra prima
di tornare in tana, due murene si affacciano a chiedere chi siamo, una
processione di barracuda d’argento sfila davanti ai nostri occhi affamati di bellezza.
Tutto bene,
benissimo, ma siamo sotto da quasi un’ora ed è tempo di tornare. Risaliamo,
pinneggiamo verso riva, tra banchi colorati di donzelle e castagnole, e la
vista di un cavalluccio marino mi commuove.
Tutto bene.
Benissimo.
L’Orco,
seguito dagli inglesi coscina di pollo, tira fuori da una tasca uno strano
oggetto metallico; si avvicina a uno scoglio e con un colpo secco fa a pezzi un
riccio.
Il cuore mi si ferma. Decine di pesci si affollano attorno all’Orco e
ai due coscina di pollo, che si divertono e ne vogliono ancora. L’Orco fa a pezzi un altro riccio, poi un
altro, l’acqua diventa torbida e frigge di pesci e io, che fuori dall’acqua lo
insulterei come un cane, là sotto, muta più dei pesci, non posso dire, non so che
fare. Resto a guardare la scena, allibita. Il mio compagno mi stringe una mano,
scuote la testa, mi fa segno di proseguire, di lasciarli lì, che tanto ormai
siamo quasi arrivati.
Prima di
rimettere in moto le pinne, raccolgo un pezzo di riccio senza sapere perché.
Usciamo
dall’acqua senza dire una parola, torniamo al diving, riempiamo la vasca e
sciacquiamo le nostre cose nell’acqua pulita. Io faccio tutto reggendo sempre
tra le dita il pezzo di riccio.
Raccolgo l’attrezzatura,
infilo i vari pezzi nella borsa uno dopo l’altro, senza check, in modo
meccanico, senza la solita preoccupazione di aver dimenticato qualcosa.
Borsa in
spalla, dobbiamo andare, si torna a casa.
Subito prima
di uscire, l’occhio mi cade su qualcosa che, in un diving, stona: un paio di
scarponi da montagna.
Gli scarponi
dell’Orco.
E finalmente
capisco cosa devo fare col pezzo di riccio.
Quando
facevo la terza media uno psicologo mi sottopose a dei test attitudinali. Mi
mostrò venti figure diverse, una dopo l’altra, domandandomi cosa ci fosse che
non andava. A me sembrava tutto a posto ma lui volle mostrarmi di nuovo il
primo disegno in cui era raffigurato un bambino. “Cosa c’è che non va in questo
bambino?” mi domandò con voce stanca. Gli risposi che non c’era niente che non
andava. Lui si arrabbiò moltissimo. “Non vedi che non ha le orecchie?” A dire
il vero, ora che lo guardavo attentamente, mi accorsi che al bambino mancavano
le orecchie. Il disegno comunque mi sembrava perfettamente a posto. Lo
psicologo mi diagnosticò seri problemi di apprendimento e mi esortò a
iscrivermi a una scuola professionale, indirizzo falegnameria. Lì scoprii di
essere allergico alla segatura e allora mi iscrissi a un corso per saldatori.
Al corso me la cavai piuttosto bene, però quella professione non mi piaceva. A
dire la verità, niente mi entusiasmava in modo particolare. Dopo il diploma
trovai lavoro in una ditta che produceva tubi. Il direttore era un ingegnere
laureato al Politecnico. Un ragazzo brillante. Se gli avessi mostrato il
disegno di un bambino senza le orecchie, o qualcosa di simile, lui non avrebbe
avuto nessuna difficoltà a notare cosa non andava.
Alla
fine della giornata di lavoro mi fermavo in fabbrica a costruire tubi contorti
che somigliavano a serpenti attorcigliati e vi facevo scorrere delle biglie. Mi
rendo conto che sembra un passatempo idiota, e non era nemmeno divertente, però
continuavo a farlo.
Una
sera costruii un tubo particolarmente contorto, con un sacco di curve e di
spirali e quando ci spinsi dentro una biglia, quella non uscì dall’altra
estremità. All’inizio pensai che fosse rimasta bloccata a metà percorso, ma
dopo aver provato a fare rotolare nel tubo all’incirca una ventina di biglie,
capii che sparivano, letteralmente. So che sembra assurdo, perché le biglie non
svaniscono nel nulla, questo lo sanno tutti, però non mi sembrava nemmeno tanto
strano vederle entrare da un lato e non uscire dall’altro, ritenevo che fosse
giusto così. Decisi allora di costruire un tubo molto più grande, secondo il
modello del precedente, in cui mi sarei infilato io fino a scomparire. Mentre
pensavo questo mi sentii tanto felice che cominciai a ridere; credo che quella
fu la prima volta che risi in vita mia.
Quello
stesso giorno mi misi a lavorare al tubo gigante. Ogni sera ne completavo una
parte e la mattina nascondevo i pezzi in magazzino. Mi ci vollero venti giorni
per completarlo, l’ultima notte impiegai cinque ore a montarlo e alla fine
occupava quasi metà del capannone.
Quando
lo guardai finito, in attesa di entrarci, mi ricordai della mia insegnante di
sociologia che una volta aveva spiegato che il primo uomo che aveva usato un
bastone non era stato il più forte della tribù, né il più intelligente – uomini
come quelli potevano fare a meno di bastoni. Il primo uomo a usare un bastone
era stato quello che per ovviare alla sua debolezza e sopravvivere ne aveva
avuto semplicemente più bisogno degli altri. Non penso che ci fosse al mondo
una persona che desiderasse sparire quanto me e per questo ero stato io a
inventare il tubo; io, e non quel brillante ingegnere laureato al Politecnico
che dirigeva la fabbrica.
Cominciai
a strisciare nel tubo senza sapere cosa mi attendesse dall’altro lato, forse vi
avrei trovato dei bambini senza orecchie accoccolati su montagne di biglie. Non
so esattamente cosa accadde dopo che ebbi superato un certo punto; so solo che
ora mi ritrovo qui.
Penso
di essere un angelo. Voglio dire, ho le ali e un’aureola in testa e qui ci sono
altre centinaia di creature come me. Quando arrivai in questo posto stavano
giocando a biglie: quelle che avevo fatto rotolare io nel tubo qualche
settimana prima.
Ho
sempre pensato che il paradiso fosse un posto dove va la gente che è stata
buona in vita,ma non è così. Dio è
troppo generoso e caritatevole per decidere una cosa simile. Il paradiso è un
posto dove va chi non è riuscito a trovare la felicità sulla Terra. Qui mi
hanno spiegato che i suicidi si reincarnano perché il fatto di non essere stati
felici una volta non vuol dire che non possano esserlo una seconda. Chi non si
è mai adattato a vivere, però, trova il modo di arrivare qui. Ognuno segue la
propria strada per raggiungere il paradiso.
Ci
sono piloti d’aereo che hanno fatto acrobazie in un punto ben preciso del
triangolo delle Bermude, casalinghe che si sono infilate dietro la credenza e
matematici che hanno scoperto distorsioni spazio-temporali e sono riusciti a
intrufolarvisi. Quindi, se davvero non sei felice sulla Terra e c’è chi dice
che hai dei seri problemi di apprendimento, cerca anche tu un modo per arrivare
qui, e quando lo scoprirai, porta con te un mazzo di carte. Ormai siamo stufi
di giocare a biglie.
La bellezza va condivisa.
Grazie a Francesca Santamaria per Etgar Keret e a Claudio Di Manao per Asaf Avidan.
Io ho un amico figo. Figo perché? Per i favolosi occhi blu? Sì certo. Ma non solo. Perché è un SUBBAQQUO della madonna con migliaia di immersioni in tutti gli oceanimari della Terra e forse pure di Marte? Sì, sì. Ma non solo. Perché una volta finiti i mari ha pensato di farsi un giro nel deserto in bicicletta?
Sine. Ma c'è di più. Molto, molto di più. Lui (il figo) è Claudio Di Manao ed è appena uscito il suo ultimo libro, Subacqueologia, testo indispensabile per rispondere a domande esistenziali che da sempre riguardano tutti, mica solo chi si diverte a esplorare fondali.
(Per gli amici fumettari: sì, CI STANNO PURE I DISEGNETTI.)
Ma la cosa VERAMENTE FIGA è che tutti i proventi dell'ebookandranno direttamente sul conto di questa microbina qui:
Si chiama Nina, ed è una bimba unica. Ha una sindrome genetica sconosciuta, non si conosce un caso uguale, dunque come lei c'è solo lei. Seguite le sue avventure qui e vi accorgerete che Nina è unica non solo per la sua malattia. Seguitela, e non dimenticate di acquistare su Amazon il libro che permetterà a lei di proseguire le terapie e a voi di imparare a distinguere un SUBBAQQUO brasiliano da un SUBBAQQUO argentino anche solo da come muovono le pinne. Figo, eh? E io che avevo detto?
Ci piacciono cose diverse, a
me e a te. Musica libri film. Ma anche sapori odori colori.
Odio il marrone, per esempio.
Magari per te è il colore della terra e degli alberi ed è bello.
Per me, è il colore del fango
e della merda, e mi fa schifo.
Anche a me e a me piacciono
cose diverse. Va a seconda dei giorni, dell’umore, del periodo della vita. Da
ragazzina adoravo D’Annunzio, pensa. Mi ero innamorata di Andrea Sperelli, che
stronzi così stronzi non so nemmeno se esistano.
A quindici anni forse è
normale che ti piacciano gli stronzi.
Poi non lo è più.
A quindici anni forse è
normale, anche, non spazientirsi per la descrizione di un vaso lunga cinque
pagine: di tempo, ne hai da vendere.
Poi non lo è più: il tuo tempo
è contato.
E infatti oggi mi piacciono
gli uomini buoni e le scritture secche.
Una volta il mio amico
Attilio mi ha
chiesto secondo me perché qualcosa che per uno è straordinario, per un altro è
invece una schifezza.
“Ti sarà successo, no? Di far
sentire un pezzo a un amico e di rimanerci come un pirla quando ti dice che è
una cagata!”
“Sì, mi è successo.”
“E com’è possibile? Un pezzo
è buono o non lo è. No?”
“Non so. Ci piacciono le cose
che in qualche modo parlano di noi. Parlano a noi. O così credo.”
Così ora sto per scrivere di
un libro che ho appena letto. Acchiappato e divorato in due giorni. Adorato per
empatia.
Sto parlando del libro di un
gigante, quindi è chiaro che c’è tutto quello che deve esserci, e a un livello
altissimo, ma non è il suo lavoro migliore, o almeno così dicono i critici, quelli che
la sanno lunga. Eppure sono sicura che, almeno in questo momento,
nient'altro saprebbe mandarmi così fuori di cocomero.
Sto parlando de “Gli Inquilini” di
Bernard Malamud, edito da minimum fax.
La trama in due parole.
Brooklyn. Henry Lesser è
l’ultimo abitante di una palazzina che dev’essere demolita per fare posto a un
condominio fico. Lesser è uno scrittore, da nove anni lavora al suo terzo
romanzo, e non ha nessuna intenzione di lasciare l’appartamento finché non avrà
terminato il suo lavoro. Lì l’ha cominciato, lì lo finirà.
Da quando lecco la farina sottolineo passaggi, descrizioni, suggerimenti in tutto ciò che leggo; cerco di
capire, carpire, rubare, imparare più che posso.
Qui ho sottolineato tutto,
cazzo. Tutto.
Perché nella storia di
Lesser, nelle sue vicende col padrone di casa che cerca in ogni modo di
convincerlo ad andarsene,
con lo scrittore nero che si piazza nell’appartamento di fianco invadendogli lo
spazio e negandogli la quiete, con Irene, che finirà con l’essere donna di
entrambi gli scrittori e di nessuno dei due, c’è tutto il dramma dello scrivere. Non si parla
d’altro, in ogni pagina.
La maledizione.
Lesser si sveglia per finire il suo libro. Sente l’odore della terra
viva nella morte invernale. In lontananza, il lamento di una nave che lascia il
porto. Ah, se potessi andare anch’io dove va quella nave. Cerca di
riaddormentarsi, ma non ci riesce, è come se un cavallo lo trascinasse fuori
dal letto per le gambe legate. Devo alzarmi e scrivere, altrimenti non avrò
pace. In questo senso non ho scelta.
La fatica di costruire di una
storia.
È una lunga storia, ma ora come ora significa che non sa in che modo
finire il suo libro. Né perché la fine, questa volta, sia così difficile quando
invece ha costruito ogni gradino per arrivarci.
L’importanza del luogo e
delle abitudini.
Gli altri avevano accettato la liquidazione del padrone di casa ma
Lesser era rimasto e sarebbe rimasto ancora un po’ per poter finire il libro
dove l’aveva partorito. Non era sentimentalismo, lui viveva di abitudini; fa
risparmiare tempo. La casa è dov’è il mio libro.
Riscrivere.
Lui era pur sempre uno scrittore che scriveva. Riscriveva. Quello era il
suo forte, faceva un sacco di cambiamenti.
Perché scrivere.
“Quando lo leggerà, Levenspiel, mi amerà perfino lei. L’aiuterà a capire
e a sopportare la sua vita, così come scriverlo ha aiutato me a sopportare la
mia.”
Le parole non si mangiano, ma ti alleviano la sete.
La solitudine. Maledetta.
Benedetta.
Certo, magari mi fa un po’ paura salire sei rampe di scale al buio
chiedendomi chi sto per incontrare, se un uomo o una bestia, ma per il resto me
lo sono goduto questo grande condominio vuoto. Un sacco di spazio in cui far
correre l’immaginazione.
La rinuncia alla vita, e il
riscatto.
Harry provò una momentanea sensazione di perdita, di rimpianto per aver
consacrato la sua vita alla scrittura, seguita da un’ondata di affetto per il
suo io creativo mentre rileggeva la pagina e mezzo del giorno prima e la
trovava valida, solida, a posto. Il libro lo riscattava.
Il potere distruttivo delle
interruzioni.
Lesser sapeva che il campanello stava suonando e continuò a scrivere.
(…)
Non ha idea di come cambi quando si perde il contatto. Ho paura di cosa
può succedere se mi allontano concettualmente anche solo di un millimetro.
I momenti di esaltazione, il
(bi)sogno dell’incoronazione.
E per di più sto scrivendo il mio libro migliore. Voglio che tutta
quella brava gente sulla riva che sventola bandierine di carta riconosca che
Herry Lesser è il re David con la sua arpa a sei corde, solo che le note sono
parole e i salmi narrativa.
La (santa) pazienza di chi
vive con uno scrittore.
“Irene, non posso venire a letto con te stanotte. Lo sai, il libro… Sono
arrivato a un passaggio molto difficile. Ho bisogno di tutta la mia forza e del
mio succo per lavorarci domattina. Aspetta fino a domenica.”
“Lo odio quel tuo libro schifoso”, aveva detto Irene.
Il bisogno di qualcuno che ti
dica dove la storia non funziona, bisogno che si pesta a sangue col desiderio di
sentirsi dire che tutto è perfetto.
“Quello che voglio sapere è se sono riuscito a descrivere bene il
ragazzo e sua madre. Sono veri, sono reali? Non prendermi per il culo, Lesser.”
“Fino alla morte della madre,” disse Lesser, “ma non dopo, nella coscienza
del ragazzo.”
Alzandosi in piedi con un urlo, Bill scaraventò il manoscritto contro la
parete. I fogli gialli fecero un tonfo secco, poi si sparpagliarono sul
pavimento.
L’orrore di quando senti di
aver sbagliato tutto…
Ieri mi era sembrato di aver buttato giù delle pagine molto buone, ma
quando ci ho ripensato tutto quello che avevo scritto è saltato in aria nella
mia testa come un castello di carte. Cristo, una cosa del genere ti ammazza.
… e (grazie, Malamud!) un
modo per uscire dalla palude.
Se ti metti alla distanza giusta è più facile ritrovare la prospettiva.
A volte scelgo uno dei primi capitoli e lo ribatto a macchina, prendendo
appunti su tutto quello che non mi soddisfa. Questo è un modo per riuscire a
capire, ma ce ne sono altri.
La depressione nera in cui
cade lo scrittore che non riesce a scrivere…
Lesser sentì la depressione posarglisi sulla testa come un corvo malato.
Quando non riusciva a scrivere gli venivano dei dubbi sul proprio io; ciò si
esprimeva in riserve sulla natura del suo talento – era veramente talento, o
un’illusione che si era costruito per continuare a scrivere?
…e , di nuovo, un consiglio
su come venirne fuori.
Un uomo ha il diritto ogni tanto di essere stufo. L’unica cosa che deve
fare per scacciare dal cranio quell’uccello vomitante, dissipare lo sconforto
che gli impedisce di lavorare, è tornare a sedersi alla scrivania con una penna
in mano; senza domandarsi che cosa otterrà o non otterrà scrivendo.
Anche per quando succede la
peggiore delle cose che possono succedere a uno scrittore, la perdita di un
manoscritto, Malamud ha parole d’incoraggiamento.
Non è tutto, non è tutto. Il libro non è lo scrittore, è lo scrittore
che scrive il libro. È solo un libro, non è la mia vita. Lo riscriverò, sono io
lo scrittore.
E quando, nonostante tutto,
lo scrittore fallisce?
Tutte le mattine, tuttavia, tenevo la penna stilografica in mano e la
muovevo sulla carta. Formava delle linee, ma non delle parole. Mi venne addosso
una grande tristezza.
Così chiude il romanzo Malamud: con la
parola pietà, ripetuta per tutta la pagina. Pietà, senza nemmeno il punto alla
fine. Pietà, per lo scrittore che fallisce.
E io faccio una cosa che non avevo mai, mai, mai fatto alla fine di un
libro: applaudo.
Ora. Se tu non sei uno che
scrive, forse non sei nemmeno arrivato in fondo a questo mio noiosissimo,
fanatico post. Se tu non sei uno che scrive, ma sei arrivato a leggermi fino
qui, allora meriti, per la pazienza, che io ti dica una cosa: è probabile che
gli altri libri di Malamud ti piacciano più di questo. Il commesso, Le vite di
Dubin, L’uomo di Kiev...
Io, invece, so che nessun libro potrà abbracciarmi più
di questo.
Perché a te e a me piacciono
cose diverse. E pure a me e a me. Va a
seconda dei giorni. Dell’umore. Del periodo della vita.
Mi aspettano a Santo Stefano al Mare, vicino a Imperia, per presentare "Mara conta i passi".
Sono
in ritardo, non è da me. Apro la porta e mi trovo davanti una scala: qualcuno
ha deciso che questo era il momento giusto per salire in soffitta.
E la botola per la soffitta è
davanti a casa mia.
E la scala è davanti alla mia porta.
Il sangue napoletano
ribolle. “Sotto la scala vuoi passare? Ma ti sei ammattita, nennella? Sventura e
disgrazia, non si passa sotto la scala, mai!”
Sono
le dieci e un quarto, il treno parte tra quaranta minuti. Faccio appello al
raziocinio austriaco: a meno che la scala non mi cada in testa,
non può succedere proprio niente a passarci sotto. E poi ho la pietra Dokrostone con me, mi protegge. Coraggio.
Scendo
di corsa le scale (sei piani, i soliti sei piani) e sudo e arranco fino alla
fermata del bus. Il tabellone futuristico mi avvisa che il 7 passerà tra venti
minuti. Sbianco mentre penso che la tecnologia serve solo a dirti che i mezzi
pubblici fanno cacare.
Passeggio avanti e indietro senza appoggiare borsa
grande con mutande e libri, borsa piccola con portafoglio e telefono, borsa media
con Funo (il mio portatile, si chiama così). Sembro una giostra, un calcinculo
coi seggiolini mosci. Ho pure scordato di mettere gli anelli e sento le dita nude. Provo a stare
calma, mando un tweet dissimulando la disperazione ma sperando che qualcuno la
senta lo stesso e mi mandi una virtualcarezza d’incoraggiamento. Che arriva. Insieme al maledetto 7.
Venti minuti.
Tutto
fila, lento ma liscio, e arriviamo a cinque metri dalla fermata che mancano
dieci minuti alla partenza del treno. Ma c’è un accrocchio di autobus (è
sabato, c’è il sole, è pieno di quei pullman con le orecchie che portano a spasso i turisti) e il 7
si ferma. Siamo a uno sputo dalla fermata, e si ferma. Mi alzo, con borsa borsone borsetta, e mi lancio in braccio al
cocchiere.
“Non
è che puo' aprire qui?”
“No.”
Sette minuti.
Il
groviglio si scioglie, l’autobus avanza, si ferma, apre le porte. Mi precipito
sul marciapiede e corro, con borsa borsina borsone che pesano di più a ogni
passo; c’è una scolaresca più avanti, non me la sento di attraversare quel mare di marmocchi, così decido di attraversare in un punto dove
non attraverso mai.
Cinque minuti e cinquecento metri: impossibile.
Ma
c’è un passaggio.
Non
c’era, giuro.
È
comparso nel muro, una roba tipo la Stanza delle Necessità di Harry Potter, e
mi porta dritto dentro la stazione, nell’atrio, davanti al tabellone che mi dice respira, il tuo treno è in ritardo di dieci minuti. Sta arrivando proprio ora. Al binario 17.
(Sì, vabbè, starete pensando: la scala, l'autobus, l'ingorgo, il
passaggio segreto, il binario 17. Ma poiché il bello deve ancora
venire, vi dico fidatevi o smettete di leggere. Ora.)
Il
treno sta entrando in stazione, ho giusto il tempo di controllare il numero del
posto assegnatomi dal sistema automatico di prenotazione.
Sì! Finalmente un buon segno! Adams, proteggimi tu!
Le
porte del treno si aprono, lascio scendere chi deve (chiude la fila una tizia coi capelli
viola: Tonks!) e salgo sulla carrozza 7, alla ricerca del posto 42. Avanzo
ingoffita da borsa borsone borsetta (ormai di piombo), lo trovo.
E resto di pietra: nel posto 44, cioè quello di fianco al mio, c’è Mara
bambina: i capelli di fuoco, la pelle di neve, la bocca socchiusa sui denti
imperfetti. Guarda per terra mentre mangia un panino. Col prosciutto, credo.
La
bambina si chiama Denise. Avrà dieci anni e in questo momento, seduta di
fianco a me, sta leggendo il mio libro. Ha appena detto a suo padre: “Sto per leggere il capitolo due. Ora ho capito perché ci sono tutti questi disegni sulla copertina: è una scienziata!” Sì, il libro di Mara, il mio libro(il suo libro!), gliel’ho regalato. E lei, in cambio, mi ha regalato un anello. Un anello figo, da grande, non uno di quei cosilli con le ciliegie, quegli affari da principessa frufrù.
Che ci faceva, Denise (ma sei sicura di chiamarti Denise?), un anello così nella tua borsa di bambina? Aspettavi qualcuno a cui regalarlo? Aspettavi me?
Grazie bambina. Ora le mie dita non sono più nude.
Ora posso passare sotto tutte le scale del mondo.
(Ma la pietra Dokrostone me la tengo lo stesso. Sapete com'è.)