Avevo detto che no.
Ancora ieri difendevo la mia posizione. Che basta tapparsi il naso e aprire la
bocca e ingoiare merda. Che ‘sta sinistra annacquata è colpa nostra, mia, e io
non voglio più.
Ma stamattina mi sveglio
che sono un orso in gabbia coi
peperoncini inziccati in ogni pertugio e
capisco che non ce la faccio a restare a guardare.
Che è casa mia quella
che va a fuoco.
E la vocetta che fino
a ieri diceva: e quindi che fai, ci butti un cerino pure tu? stamattina non
parla.
Mi alzo, mi infilo
nella doccia, ci resto mezz’ora. Non accendo neanche la radio. Tutto così,
zitto.
Solo l’acqua che
scroscia.
Mi depilo. Tutta.
Braccia, gambe, ascelle, mussa. Nessun’ombra.
Mi insapono anche la
bocca e mi strofino forte col guanto di crine e la pelle è in fiamme.
Mi lavo i denti con speciale
cura, due volte spalmo il dentifricio sullo spazzolino, e risciacquo a lungo la
bocca col colluttorio salato.
Sono pulita, io.
Mi pettino la
frangetta, metto perfino un po’ di mascara e allo specchio mi vedo bella.
Mi vesto come quando,
a vent’anni, ci credevo: jeans stretti, anfibi e sciarpetta coi teschi.
Piove - è proprio il
caso di dirlo - che Dio la manda.
“Andiamo a piedi?”
dice l’Omonero, che vota per la prima volta.
“Sì, facciamo due
passi. Magari da qui a lì cambio idea.”
Scendiamo in strada e
man mano che ci avviciniamo la sento che si avvicina.
Indugiamo, beviamo un
caffè in un bar di cinesi che fino a ieri non c’era.
“Andiamo, dai.”
È ora di pranzo e i
seggi sono deserti. L’Omonero si stupisce della divisione maschi e femmine.
Già, perché? Non ci avevo mai pensato.
Cabina tre lui,
cabina uno io.
Trattengo il fiato
mentre piazzo le croci sulla scheda gialla e su quella rosa. C’ho il magone.
E come faccio
scivolare le schede ripiegate nella fessura degli scatoloni, la iuzzazza mi
ricopre.
A nulla sono servite
le abluzioni preventive.
Usciamo di lì, ora
piove misto neve.
“Come si sta?” chiedo
all’Omonero.
“Come dopo aver fatto
una cosa brutta.”
Il fiocco di raso
nero che ingentilisce gli anfibi s’è slacciato, ma non fa niente. Lascio che s’inzuppi
di iuzzazza. Tanto ormai.
Passiamo davanti alla
vetrina della pasticceria: c’è una montagna di meringhe e, di fianco, un
montarozzo di cremini. Quant’è che non ne mangio?
“Ci addolciamo la
giornata?” fa l’Omonero.
“Sì.”
A casa, davanti a una tazza di tè iraniano profumato, addento
la meringa e, mentre cerco con la lingua il centro morbido e appiccicoso, ho di
nuovo sei anni e penso che a domani ci penso
domani.








