domenica 24 febbraio 2013

La iuzzazza


Avevo detto che no. Ancora ieri difendevo la mia posizione. Che basta tapparsi il naso e aprire la bocca e ingoiare merda. Che ‘sta sinistra annacquata è colpa nostra, mia, e io non voglio più.
Ma stamattina mi sveglio che sono  un orso in gabbia coi peperoncini inziccati  in ogni pertugio e capisco che non ce la faccio a restare a guardare.
Che è casa mia quella che va a fuoco.
E la vocetta che fino a ieri diceva: e quindi che fai, ci butti un cerino pure tu? stamattina non parla.
Mi alzo, mi infilo nella doccia, ci resto mezz’ora. Non accendo neanche la radio. Tutto così, zitto.
Solo l’acqua che scroscia.
Mi depilo. Tutta. Braccia, gambe, ascelle, mussa. Nessun’ombra.
Mi insapono anche la bocca e mi strofino forte col guanto di crine e la pelle è in fiamme.
Mi lavo i denti con speciale cura, due volte spalmo il dentifricio sullo spazzolino, e risciacquo a lungo la bocca col colluttorio salato.
Sono pulita, io.
Mi pettino la frangetta, metto perfino un po’ di mascara e allo specchio mi vedo bella.
Mi vesto come quando, a vent’anni, ci credevo: jeans stretti, anfibi e sciarpetta coi teschi.
Piove - è proprio il caso di dirlo - che Dio la manda.
“Andiamo a piedi?” dice l’Omonero, che vota per la prima volta.
“Sì, facciamo due passi. Magari da qui a lì cambio idea.”
Scendiamo in strada e man mano che ci avviciniamo la sento che si avvicina.
Indugiamo, beviamo un caffè in un bar di cinesi che fino a ieri non c’era.
“Andiamo, dai.”

È ora di pranzo e i seggi sono deserti. L’Omonero si stupisce della divisione maschi e femmine. Già, perché? Non ci avevo mai pensato.
Cabina tre lui, cabina uno io.
Trattengo il fiato mentre piazzo le croci sulla scheda gialla e su quella rosa. C’ho il magone.
E come faccio scivolare le schede ripiegate nella fessura degli scatoloni, la iuzzazza mi ricopre.
A nulla sono servite le abluzioni preventive.

Usciamo di lì, ora piove misto neve.
“Come si sta?” chiedo all’Omonero.
“Come dopo aver fatto una cosa brutta.”
Il fiocco di raso nero che ingentilisce gli anfibi s’è slacciato, ma non fa niente. Lascio che s’inzuppi di iuzzazza. Tanto ormai.
Passiamo davanti alla vetrina della pasticceria: c’è una montagna di meringhe e, di fianco, un montarozzo di cremini. Quant’è che non ne mangio?
“Ci addolciamo la giornata?” fa l’Omonero.
“Sì.”

A casa, davanti  a una tazza di tè iraniano profumato, addento la meringa e, mentre cerco con la lingua il centro morbido e appiccicoso, ho di nuovo sei anni e penso che a domani ci penso domani.



sabato 23 febbraio 2013

Fi ni to!


Finito. L’Esperimento è finito.
Ci è voluto quasi un anno, ma ci sono riuscita.
A non arrendermi.
A non cedere allo sconforto, alla vergogna, alla paura.
Che rinunciare, si sa, è molto più facile.
E la sensazione è bella.


Inizialmente, l’Esperimento doveva essere un blog.
Avevo già scelto titolo e grafica.
Ma in questi mesi di menomalechenonsonounamucca mi sono resa conto che i testi lunghi non sono cosa da blog.
La gente legge tra una mail e una telefonata, durante brevi pause in cui toglie la testa dalla fatica melmosa del lavoro. Pochi minuti.

Così ho cambiato idea. Cioè. Ora so cosa l’Esperimento non sarà: un blog.
Che cacchio ne farò però mica lo so.
Qualcosa sì, perché la mia fatica (centinaia di sere trascorse davanti al pc anziché sbronzarmi con gli amici) merita un tentativo.

Una cosa mi dispiace: avevo scelto con cura tutti i pezzi per i punti topici della mia storia. L’avevo pure chiamata la mia colonna testosonora.
Così, per non perdere quel lavoro, ho messo insieme la playlist Funo su Spotify. Che, tra parentesi, è una figata. Non la playlist, eh. Spotify.
Scaricatelo, iscrivetevi e godetevi la musica.
Pure la mia.



mercoledì 20 febbraio 2013

Sedotti e abbandonati dai Sigur Rós.




Non vedo mio fratello da mesi.
Lo chiamo, non risponde. Chiamo Sarah.
"Stasera andiamo a vedere i Sigur Rós al Forum. Ti va se passiamo prima a trovarvi?"
"Sì! Devo solo murare vivo il capo nel cesso e scappare a casa: ci vediamo verso le sei."
Io non ho nessun capo da murare vivo perché, come sempre quando siamo in consegna, misteriosamente spariscono tutti e lasciano noi povere bestie a tappare le falle. Così alle quattro sfanculo tutti e partiamo.
L'Omonero alla guida, i Miike Snow nell'autoradio, cazzeggio su Fb. Trovo un annuncio sulla pagina di Scubaportal, lo leggo a voce alta.
"Agenzia di comunicazione ricerca diving bloggers che a fronte di un soggiorno completamente gratuito, volo AR compreso, possano scrivere e descrivere sul proprio blog le attività subacquee della location (destinazione a 12 ore da Milano). Gli interessati si facciamo avanti."
"Minchia," fa l'Omonero.
"Cheffaccio, scrivo?"
"Eccerto!"
Così, litigando col maledetto correttore automatico del maledetto aifon, mentre la macchina si ferma al casello, timidamente alzo manina e provo a dire che schifoschifo non mi farebbe volare dall'altro lato del mondo e raccontare poi l'effetto che fa. 
Nel giro di un minuto ricevo un messaggio: hai un bel blog, candidatura presa. Ellapeppa!
E sono lì che mi crogiolo nel sogno di essere la prescelta quando uno SCOTOCLOM sinistro mi riporta sulla terra.
L'Omonero dice cazzo.
Il finestrino s'è suicidato, lasciandosi morire nella fessura della portiera. Adieu.
E ora?
"Possiamo mica lasciare la macchina aperta nel parcheggio del Forum."
"Possiamo mica farci duecento chilometri in autostrada con la bufera nell'abitacolo."
"C'è un grado."
"Eh. E quindi?"
E quindi.
Chiamo mio fratello, sotto casa sua c'è un meccanico elettrauto.
"A che ora chiude?"
"Alle sei e mezza."
Sono le sei e trentacinque. Non c'è più nessuno.
"Ci mettiamo un cartone."
"Duecento chilometri in autostrada senza vedere un cazzo dal finestrino? Senza vedere lo specchietto? Nah."
"Andiamo da LERUAMERLEN."

E così, l'oretta di relax pre-concerto che avremmo voluto trascorrere sprofondati nel divano rosso e coccolati da famiglia, gatti e birra, si trasforma in un circo.
Compriamo:
  • un foglio di plexiglass spesso un paio di millimetri;
  • american tape;
  • forbicione;
  • pennarello.
Pare 'na puntata di Paint your life.
In quattro (manco i carabinieri, cazzo) ci mettiamo una pezza: Fratemo regge, io disegno, Sarah taglia, l'Omonero appiccica.
"Va' che bel lavoretto!" dice il fratellino soddisfatto.



"Che ore sono?"
"Le otto e mezza. Dobbiamo andare."
Baciabbracci, speriamo nella prossima volta.
"Vale, fate il giro lungo quando tornate a Genova," dice Fratemo.
"Il giro lungo?"
"Seh. Passate da Lourdes."




Il finestrino di fortuna fa frischcrishfrifrish, ma regge. 
C'è una coda della madonna per il parcheggio e, davvero, non me l'aspettavo. Un mare di gente a vedere i Sigur Rós? La mia stima per il genere umano sale di un paio di punti.

Parcheggiamo la macchinina incerottata, ci incamminiamo verso l'ingresso. Fa un freddo porco in 'sta cazzo di città e l'aria puzza di nebbia.
Il Forum è pieno zeppo, ma io ho l'occhio lungo e trovo due posti in posizione strategica: evviva.

 
Il palco è impacchettato tra veli di cotone bianco.
Si spengono le luci e la magia rapisce tutti in pochi istanti: le immagini proiettate sono sogni distorti, nuvole in fuga e schiuma di birra, e le sagome dei musicisti sul palco (undici) sono diafani incantatori d'anime.
L'acustica è perfetta, i suoni sono così puliti che non mi pare vero.
Non so quanti concerti abbia visto qui.
Non so quante volte mi sia lamentata del suonodemmerda.
Invece, pochi minuti e sospiro incredula e la platea tutta tace, sospesa.
So già che le parole non basteranno a raccontareciò che sento, che dovrò inventarne di nuove.
Scriverò le mie emozioni in volenska?

Lo spazio attorno è una grotta.
È il fondo del mare.
È un rubino visto da dentro.

Volo nella colonna d'acqua, lonana ben più che dodici ore da Milano.
Il tempo si dilata e si contrae, il tempo non è più.
La mente abdica e il cuore dilaga in spazi di solito preclusi.



Il velo cade, il palco è un bosco fitto di lucciole, e un muro di suoni ci investe senza pietà.
Archi, fiati, tamburi tribali, la chitarra suonata con l'archetto, la voce d'argento e di diamante di Jonsi.
Nel cuore un buco e il vento che ci soffia attraverso.
Le pupille si allagano.
Il brivido è corale.
Nessuno fiata. Nessuno è qui.


 
Poco prima del finale si torna a terra e si riprende fiato.
Ma come scogli a pelo d'acqua, subito una nuova onda ci sommerge: inizia Popplagið e, con tre note e un gesto, i Sigur Rós riacchiappano i fili di noi poveri burattini.
È un crescendo estatico di violini voci e percussioni, la gente dondola avanti e indietro come matta, come in trance, e quando il tripudio di suoni raggiunge l'apice e ci abbandona, lascia tutti sgomenti, senza fili e senza forza. 

Sedotti e abbandonati.



giovedì 7 febbraio 2013

Le virtù per la democrazia

Antidemocratica io? Neanche per idea.



(...) L'uguaglianza è una condizione onnipervasiva della democrazia. Senza uguaglianza di mezzi materiali e intellettuali, la libertà cambia natura e la democrazia si trasforma in maschera dell'oligarchia, cioè del regime del privilegio di pochi, non necessariamente i migliori, a danno dei molti, non necessariamente i peggiori, ma certamente i più deboli. Cioè: la democrazia, che dovrebbe essere il regime che bandisce tra gli esseri umani l' uso della forza, si rovescia nel suo contrario, cioè nel regime basato sullo squilibrio della forza.

Mai come in questo momento della vita della nostra società constatiamo tanta iniquità nella distribuzione dei beni materiali, delle conoscenze e delle risorse intellettuali. La critica antidemocratica ha sempre sottolineato il rischio della massificazione, dell' appiattimento verso il basso. Ma qui, ora, si prefigura un incubo diverso: il gregge esposto e ignaro, guidato da pochi pastori, cioè da gente che - come diceva Trasimaco - solo l' ingenuo Socrate poteva credere avesse a cuore il bene delle sue pecore, piuttosto che il proprio interesse.
Una politica per l' uguaglianza: ecco ciò di cui ci sarebbe bisogno e non si vede in giro, nemmeno a sinistra.

Di fronte all' involuzione in atto, suonano profetiche le parole di Bobbio che, all' ottimismo dei padri, oppone la necessità di essere "democratici in allarme".
Bisogna prendere sul serio quanto Bobbio stesso dice della democrazia. Dice che non è un dato di fatto, un "cammino fatale" che si possa percorrere con facile fiducia. No. La democrazia è una meta, anzi "la meta più alta", che richiede molto impegno e molte rinunce e non può vivere senza un ethos adeguato.

Abbiamo pensato che la democrazia sia un regime naturale, al quale tutti, purché non coartati da qualche dittatore, si sarebbero orientati spontaneamente. Ricorda il discorso di Montesquieu sulla "molla della politica"? La molla che fa funzionare il dispotismo, per esempio, è la paura; il potere dei privilegiati, l' invidia (finché dura e non si trasforma in rabbia). 
Per la democrazia, che è il regime di tutti, occorre una "virtù" particolare, fatta di serietà e sobrietà negli stili di vita, di stima reciproca, di spirito d' uguaglianza, di rifiuto del privilegio e rispetto del diritto, di cura per le cose pubbliche che, essendo di tutti, non possono essere preda di nessuno in particolare. 

Potrei continuare e sarebbe un elenco che ci farebbe venire i brividi, per quanto lontani siamo dall' avere consolidato quella molla ideale. L' atteggiamento etico che è stato diffuso dappertutto e con tutti i mezzi, in questi decenni, è l' esatto contrario di tutto ciò. E ci stupiamo se avvertiamo la democrazia scricchiolare?

I nemici della democrazia sanno che la prima battaglia per combatterla si svolge nei convincimenti e negli stili di vita che essi promuovono. Gli amici della democrazia dovrebbero fare altrettanto, sul versante opposto.

Gustavo Zagrebelsky, 2009

mercoledì 30 gennaio 2013

Leccare la farina, Murakami e Mozart



Ogni volta che un amico ha provato a spiegarmi la musica, ho detto: no, grazie. 
Non volevo che svelasse il trucco, che smontasse la magia.
Non volevo inseguire la linea di basso, l'assolo di chitarra come fossero slegati.
"Mi piace il sapore della torta, il gusto che viene dalla somma e dall'equilibrio degli ingredienti; non farmi leccare la farina."

Poi succedono cose.
Un amico mi fa notare che scrivere per se stessi è come masturbarsi. Niente di male, ma scopare è un'altra cosa.
Così.
Mando un racconto a un concorso letterario. E vinco: la pubblicazione del racconto in un'antologia e un contratto con I Sognatori. 
Sono fiera e preoccupata: la mia unica esperienza con qualcosa che sia più lungo di dieci pagine è l'Esperimento, che sì ormai è alle battute finali, ma che fatica.

Noodle (Gorillaz)


Leggo montagne di libri di scrittura creativa, quelli dei grandi: King, Vargas Llosa, Carver, Queneau.
Imparo a memoria le otto regole di Gaiman.
Le dieci regole di Leonard.
Le tredici regole di Palahniuk.
Il tridecalogo di Kerouac.

Ora, quando leggo, lecco la farina.
Mi soffermo sui personaggi, sulla coerenza del plot, sulle digressioni, sulle descrizioni, sui verbi dei dialoghi, sull'(ab)uso degli avverbi, sull'equilibrio della punteggiatura.
Non so se imparo a scrivere meglio.
Di certo, mi fotto la magia.

Fino a che.
1Q84.
La storia di Tengo, lo scrittore. Di Komatzu, l'editor. Di Fukaeri, la dislessica. Di Aomame, l'assassina il cui nome significa piselli verdi. Di Ogata, la vecchia che salva le donne. Di Tamaru, la guardia del corpo. Di Ushikawa, l'investigatore capoccione.
La storia di una truffa letteraria, di un mondo parallelo (ma forse due), di persone piccole che costruiscono crisalidi d'aria.

Descrivendo il lavoro di Tengo, Murakami infila regole e consigli di scrittura.

“Diede una scorsa al brano, aggiunse delle spiegazioni ai punti difficili da capire, e rese più visibile il flusso della narrazione. Eliminò le parti superflue e le ripetizioni, e integrò quelle insufficienti. Qui e là modificò l'ordine di alcuni passaggi o frasi.”

Ma 1Q84, che spalma le vicende dei personaggi in tre libri e mille pagine, è un romanzo pieno di parti superflue e ripetizioni: quante volte Ushikawa fa pipì? Quanti sono i pomeriggi che Aomame passa sul balcone, con la coperta sulle gambe, ad aspettare che Tengo si piazzi sullo scivolo del parco illuminato con le lampade ai vapori di mercurio?

Raccontando le avventure di Aomame, Murakami fa dire a Tamaru:

- Čechov ha scritto: «Se in un romanzo compare una pistola, bisogna che spari».
- Che significa?
Tamaru si mise in piedi di fronte a Aomame. Era più alto di lei solo pochi centimetri.
- Vuol dire che in un racconto non si devono introdurre oggetti se non sono necessari. Se in un racconto spunta una pistola, è necessario che a un certo punto della narrazione venga fatta sparare.

Ma la pistola. La pistola descritta cento volte, la pistola che Aomame impara a smontare e rimontare al buio, la pistola descritta con tanta minuzia che tu che leggi ne senti l'odore, il freddo, il peso. Quella cazzo di pistola, alla fine, non spara.

È sempre Tamaru che dice:

- Cechov è un grande scrittore, ma il suo modo di pensare non vale per tutti. Non è vero che tutte le pistole che appaiono in una storia debbano fare fuoco.

Il terzo libro finisce. 
Ma.
Chi minchia sono i Little People? Che fine fa Fukaeri? E la donna che trombava Tengo?  E Tamaru e la vecchia? E tutta la faccenda del padre di Tengo che rompe il cazzo a chi non paga le tasse della televisione pure quando è in coma? E metti un tigre nel motore alla rovescia?

Murakami usa Komatsu e spiega.

Quello che apprezzo di più, soprattutto per quanto riguarda i romanzi, è non riuscire a comprenderli completamente. Non nutro alcun interesse per le opere di cui mi sembra di capire tutto.

Eppure.
Me lo sono bevuto tutto, ed era fresco e buono.
Mi sono annoiata, lì sul balcone con Aomame?
Mi sono annoiata, lì al capezzale del padre di Tengo?
Mi sono annoiata, lì nell'appartamento gelido con Ushikawa?
Mai.
Mi sono incazzata quando è finito senza dire dei Little People, della vecchia, dell'amante, di Fukaeri, del tigre girato alla rovescia?
Neanche per idea.
Ho lasciato andare Tengo e Aomame.
E per quattro notti ho guardato il cielo sperando di veder spuntare la seconda luna, piccola, verde e rugosa come un pisello.

E quindi?
Quindi niente.

Stamattina il mio amico Claudio mi scrive così:


oggi parleremo di:
Verdi
è un contasorie, uno col plot.
Mozart invece ti racconta impeccabilmente la situazione.
non ne ha bisogno.
ascoltiamoli nell'incipit sullo stesso lavoro: 
messa da requiem


mozart è anni luce avanti.
senza plot, senza un cazzo.
è trascendenza pura, è l'anima degli dei, altro che commedie e colpi di scena
ma scherziamo?
mozart!

Sìsì. Certo che sì. 'Fanculo alle regole, 'fanculo al plot.
A patto però di essere Murakami. O Mozart.


mercoledì 16 gennaio 2013

Col botto

L'anno nuovo si apre così.


  1. Il Cerchio Capovolto è stato pubblicato e lo trovate sul sito de I Sognatori. Già che ci siete: la casa editrice pubblica libri belli: approfittatene! Lo so che libri brutti dovrebbe essere un ossimoro. Epperò.
  2. Sono lì lì per firmare il contratto con la casa editrice più fantastica del mondo; a breve inizierò a lavorare al romanzo a quattro mani con Alain Voudì. Al momento non sappiamo un fico secco. Se volete, potete seguire la storia della nostra storia.
  3. L'Esperimento è alle battute finali. E mentre lavoro senza posa alla terza parte, la prima e la seconda sono al vaglio di valorosi, generosi, adorabili, ma inflessibili beta reader. Tremo e fremo.
Si parte col botto!


lunedì 10 dicembre 2012

Ma tu ci credi agli UFI?


Tanto tempo fa vivevo in un appartamento spettinato e splendido in piazza Matteotti: ultimo piano e terrazzo con vista sulla città. 
Cinque camere da letto e sei femmine.
C'era Santalalla, occhi obliqui e trasparenti, bella come una Madonna, che preparava i ravioli per tutte e raccoglieva le nostre lacrime. Angelo e demone, farla incazzare non era una buona idea.
C'era La Puddu, una Audrey Hepburn in versione sexy. Difficile da immaginare? Perché non la conoscete. E non l'avete mai vista preparare i ripieni alla ligure coi capelli nerissimi raccolti in uno chignon disordinato. Quei riccioli sul collo...
C'era La So', gambe lunghe e un culo che faceva gridare al miracolo. Vederla ballare era una gioia per gli occhi.
C'era La Alle, zazzera punk e occhi da cerbiatto, che girava sempre con la valigia e non sapevi mai se partiva o arrivava.
C'ero io, La Bale, sfacciata e impudica, sempre in mutande per la gioia del vicino giudice.
E c'era Nina, la gatta. Nera, gli occhi arancioni, era la vera regina del focolare.

Un giorno torno a casa e sul terrazzo trovo Santalalla, La Puddu e una montagna di gessetti colorati.
"Ciao Bale! Ci aiuti?"
"A fare che?"
"Abbiamo deciso che questa casa diventerà un Bed and Breakfast per gli alieni. Dobbiamo disegnare l'insegna e la pista di atterraggio per gli UFI."
"Fico."

C'era l'insegna, c'era la pista, ma nessun UFO è mai atterrato sul nostro terrazzo. Quando la pioggia ha cancellato tutto, abbiamo usato i gessetti avanzati per scrivere SUCA agli elicotteri degli sbirri.

Gli alieni non esistono. Oppure sono bulicci.