Sono una tipa prosaica, io. C'è chi mi chiama Camionella per la mia delicatezza.
Però c'è una poesia che amo molto. Che sento mia.
Questa qua.
Gli Alieni
puoi pure non crederci ma c’è della gente che attraversa la vita con molto poco attrito o angoscia. vestono bene, mangiano bene, dormono bene. sono soddisfatti della loro vita familiare. hanno momenti di dolore ma tutto sommato nessuno li disturba e spesso stanno decisamente bene. e quando muoiono è una morte facile, solitamente nel sonno. puoi pure non crederci ma la gente così esiste.
anche se io non sono uno di loro. eh no, io non sono uno di loro. non ci vado nemmeno vicino a essere uno di loro però loro sono lì e io sono qui.
Dico sempre che
pagare per farsi pubblicare i libri è come comprarsi la medaglia d’oro alle
olimpiadi.
Ma le piccole case
editrici che scelgono di pubblicare libri di qualità anziché spennare scrittori vanesi non hanno vita facile.
Qui c’è un tizio caparbio
che da sette anni tiene in piedi I Sognatori e che, in un post accorato (e pure
un po’ incazzatopropositivo) lancia un SOSprova a mollare un calcio al secchio d'acqua stantia dela cultura italiana per vedere se dal fondo emerge
qualcosa di buono.
Una campagna di
autofinanziamento.
Un altro che chiede
soldi?
No. Chiede che si
comprino i suoi libri.
Perché sono belli e
meritano di essere letti.
Io, per esempio, ho
letto questo qui,
un libro così saporito che l’ho
ingollato in un boccone.
E stamattina mi sono
comprata questo,
perché proprio lo
voglio sapere cos’era successo a Boccamare di Sotto prima che il misterioso
alchimista Corrado Pratt…
Seh, mica ve lo dico
che ha combinato Corrado Pratt. Sennò poi non lo comprate, il libro.
E, visto che sono
ricca, me so' accattata pure questo, che mi ha incuriosito.
Ma andateci a
guardare, nel catalogo de I Sognatori.
Aldo Moscatelli merita di
riuscire a portare avanti il suo progetto.
Noi meritiamo di
leggere libri belli.
Che, come già dicevo
non so più dove, libri brutti dovrebbe essere un ossimoro.
Non so cosa mi aspettasi, ma qualcosa mi aspettavo. O non mi sentirei come
se m'avesse investito un TIR.
E dopo aver sfanculato tutti i Berluschini, litigando al solito da sola,
ché quelli c'avessero mai il coraggio
di dire sì l'ho votato perché mi piacciono le pedate nel culo e a te che te
frega (beh, un po' me frega, visto che invece a me no), mi sono rivolta a chi
ha votato M5S.
Con veemenza, sì, perché sono incazzata e spaventata.
Ma con la voglia di capire i motivi di chi l'ha votato, specie dopo aver
visto le reazioni deluse di molti di loro. Delusi perchè, ho chiesto?
Spiegatemi, vi prego.
Perché io sono abituata così. Così come? Ecco, ve lo faccio spiegare da uno
che, come dice lui, gioca con le parole. E ci gioca bene, cazzo, mica come me
che valgo meno d'un calzino bucato.
"Anche se adesso sto in casa a giocare con le parole, per almeno una
dozzina di anni ho fatto militanza politica. A sinistra, nei movimenti di base,
antinucleari, per il diritto alla casa, i centri sociali. E ho imparato
soprattutto una cosa da questa esperienza: che la democrazia è una rottura di
palle. Per prendere una decisione devi discutere, poi discutere ancora, e
ancora. Devi cercare di convincere quelli che non la pensano come te, oppure
convincere quelli che la pensano QUASI come te per avere una maggioranza,
sopportare le chiacchiere dei deficienti (o che ti sembrano deficienti), delle
teste di legno (o che ti sembrano…) , dei provocatori (idem), di quelli che
parlano solo per parlare perché quello dell’assemblea è l’unico momento della
loro vita in cui si sentono un pochino importanti. " (Sandrone Dazieri)
Ecco: la democrazia è una rottura di palle. Per prendere una decisione devi
discutere.
E io questo volevo fare, prima come dopo il voto: discutere, confrontarmi,
capire.
Qualcuno, devo dire, mi ha risposto, mi ha spiegato, e, pur non
condividendone la posizione, ha tutto il mio rispetto.
Ma in molti si sono offesi. Senza rispondere, senza motivare, si sono
offesi.
Si sono offesi solo perché chiedevo SPIEGATEMI.
Spiegatemi se questo era il risultato che volevate ottenere.
Spiegatemi, secondo voi, ora che succede, perché io mi sto cagando addosso
e non chiedo di meglio che essere convinta che sbaglio, che esagero.
Ecco, se non vuoi discutere con me, se non vuoi confrontarti con me, se non
vuoi provare a convincermi che tu hai ragione e io torto, SE NON CAPISCI CHE LA
DEMOCRAZIA È QUESTO, vattene a fare in culo pure tu. Tu e quelli che godono a
pigliare le pedate nel culo.
Che, come dico sempre, la vita è un setaccio: alla fine, restano solo le
pepite più grosse.
Avevo detto che no.
Ancora ieri difendevo la mia posizione. Che basta tapparsi il naso e aprire la
bocca e ingoiare merda. Che ‘sta sinistra annacquata è colpa nostra, mia, e io
non voglio più.
Ma stamattina mi sveglio
che sono un orso in gabbia coi
peperoncini inziccati in ogni pertugio e
capisco che non ce la faccio a restare a guardare.
Che è casa mia quella
che va a fuoco.
E la vocetta che fino
a ieri diceva: e quindi che fai, ci butti un cerino pure tu? stamattina non
parla.
Mi alzo, mi infilo
nella doccia, ci resto mezz’ora. Non accendo neanche la radio. Tutto così,
zitto.
Solo l’acqua che
scroscia.
Mi depilo. Tutta.
Braccia, gambe, ascelle, mussa. Nessun’ombra.
Mi insapono anche la
bocca e mi strofino forte col guanto di crine e la pelle è in fiamme.
Mi lavo i denti con speciale
cura, due volte spalmo il dentifricio sullo spazzolino, e risciacquo a lungo la
bocca col colluttorio salato.
Sono pulita, io.
Mi pettino la
frangetta, metto perfino un po’ di mascara e allo specchio mi vedo bella.
Mi vesto come quando,
a vent’anni, ci credevo: jeans stretti, anfibi e sciarpetta coi teschi.
Piove - è proprio il
caso di dirlo - che Dio la manda.
“Andiamo a piedi?”
dice l’Omonero, che vota per la prima volta.
“Sì, facciamo due
passi. Magari da qui a lì cambio idea.”
Scendiamo in strada e
man mano che ci avviciniamo la sento che si avvicina.
Indugiamo, beviamo un
caffè in un bar di cinesi che fino a ieri non c’era.
“Andiamo, dai.”
È ora di pranzo e i
seggi sono deserti. L’Omonero si stupisce della divisione maschi e femmine.
Già, perché? Non ci avevo mai pensato.
Cabina tre lui,
cabina uno io.
Trattengo il fiato
mentre piazzo le croci sulla scheda gialla e su quella rosa. C’ho il magone.
E come faccio
scivolare le schede ripiegate nella fessura degli scatoloni, la iuzzazza mi
ricopre.
A nulla sono servite
le abluzioni preventive.
Usciamo di lì, ora
piove misto neve.
“Come si sta?” chiedo
all’Omonero.
“Come dopo aver fatto
una cosa brutta.”
Il fiocco di raso
nero che ingentilisce gli anfibi s’è slacciato, ma non fa niente. Lascio che s’inzuppi
di iuzzazza. Tanto ormai.
Passiamo davanti alla
vetrina della pasticceria: c’è una montagna di meringhe e, di fianco, un
montarozzo di cremini. Quant’è che non ne mangio?
“Ci addolciamo la
giornata?” fa l’Omonero.
“Sì.”
A casa, davanti a una tazza di tè iraniano profumato, addento
la meringa e, mentre cerco con la lingua il centro morbido e appiccicoso, ho di
nuovo sei anni e penso che a domani ci penso
domani.
"Stasera andiamo a vedere i Sigur Rós al
Forum. Ti va se passiamo prima a trovarvi?"
"Sì! Devo solo murare vivo il capo nel cesso e
scappare a casa: ci vediamo verso le sei."
Io non ho nessun capo da murare vivo perché, come
sempre quando siamo in consegna, misteriosamente spariscono tutti e lasciano
noi povere bestie a tappare le falle. Così alle quattro sfanculo tutti e
partiamo.
L'Omonero alla guida, i Miike Snow nell'autoradio,
cazzeggio su Fb. Trovo un annuncio sulla pagina di Scubaportal, lo leggo a voce
alta.
"Agenzia di comunicazione ricerca diving
bloggers che a fronte di un soggiorno completamente gratuito, volo AR compreso,
possano scrivere e descrivere sul proprio blog le attività subacquee della
location (destinazione a 12 ore da Milano). Gli interessati si facciamo avanti."
"Minchia," fa l'Omonero.
"Cheffaccio, scrivo?"
"Eccerto!"
Così, litigando col maledetto correttore automatico
del maledetto aifon, mentre la macchina si ferma al casello, timidamente alzo
manina e provo a dire che schifoschifo non mi farebbe volare dall'altro lato
del mondo e raccontare poi l'effetto che fa.
Nel giro di un minuto ricevo un messaggio: hai
un bel blog, candidatura presa. Ellapeppa!
E sono lì che mi crogiolo nel sogno di essere la
prescelta quando uno SCOTOCLOM sinistro mi riporta sulla terra.
L'Omonero dice cazzo.
Il finestrino s'è suicidato, lasciandosi morire
nella fessura della portiera. Adieu.
E ora?
"Possiamo mica lasciare la macchina aperta nel
parcheggio del Forum."
"Possiamo mica farci duecento chilometri in
autostrada con la bufera nell'abitacolo."
"C'è un grado."
"Eh. E quindi?"
E quindi.
Chiamo mio fratello, sotto casa sua c'è un
meccanico elettrauto.
"A che ora chiude?"
"Alle sei e mezza."
Sono le sei e trentacinque. Non c'è più nessuno.
"Ci mettiamo un cartone."
"Duecento chilometri in autostrada senza
vedere un cazzo dal finestrino? Senza vedere lo specchietto? Nah."
"Andiamo da LERUAMERLEN."
E così, l'oretta di relax pre-concerto che avremmo voluto trascorrere sprofondati nel divano rosso e coccolati da famiglia,
gatti e birra, si trasforma in un circo.
Compriamo:
un foglio di plexiglass spesso un paio di
millimetri;
american tape;
forbicione;
pennarello.
Pare 'na puntata di Paint your life.
In quattro (manco i carabinieri, cazzo) ci mettiamo
una pezza: Fratemo regge, io disegno, Sarah taglia, l'Omonero appiccica.
"Va' che bel lavoretto!" dice il
fratellino soddisfatto.
"Che ore sono?"
"Le otto e mezza. Dobbiamo andare."
Baciabbracci, speriamo nella prossima volta.
"Vale, fate il giro lungo quando tornate a
Genova," dice Fratemo.
"Il giro lungo?"
"Seh. Passate da Lourdes."
Il finestrino di fortuna fa frischcrishfrifrish, ma
regge.
C'è una coda della madonna per il parcheggio e,
davvero, non me l'aspettavo. Un mare di gente a vedere i Sigur Rós? La mia
stima per il genere umano sale di un paio di punti.
Parcheggiamo la macchinina incerottata, ci
incamminiamo verso l'ingresso. Fa un freddo porco in 'sta cazzo di città e
l'aria puzza di nebbia.
Il Forum è pieno zeppo, ma io ho l'occhio lungo e
trovo due posti in posizione strategica: evviva.
Il palco è impacchettato tra veli di cotone bianco.
Si spengono le luci e la magia rapisce tutti in
pochi istanti: le immagini proiettate sono sogni distorti, nuvole in fuga e
schiuma di birra, e le sagome dei musicisti sul palco (undici) sono diafani
incantatori d'anime.
L'acustica è perfetta, i suoni sono così puliti che
non mi pare vero.
Non so quanti concerti abbia visto qui.
Non so quante volte mi sia lamentata del
suonodemmerda.
Invece, pochi minuti e sospiro incredula e la
platea tutta tace, sospesa.
So già che le parole non basteranno a raccontareciò
che sento, che dovrò inventarne di nuove.
Scriverò le mie emozioni in volenska?
Lo spazio attorno è una grotta.
È il fondo del mare.
È un rubino visto da dentro.
Volo nella colonna d'acqua, lonana ben più che
dodici ore da Milano.
Il tempo si dilata e si contrae, il tempo non è
più.
La mente abdica e il cuore dilaga in spazi di
solito preclusi.
Il velo cade, il palco è un bosco fitto di
lucciole,e un muro di suoni ci investe
senza pietà.
Archi, fiati, tamburi tribali, la chitarra suonata
con l'archetto, la voce d'argento e di diamante di Jonsi.
Nel cuore un buco e il vento che ci soffia
attraverso.
Le pupille si allagano.
Il brivido è corale.
Nessuno fiata. Nessuno è qui.
Poco prima del finale si torna a terra e si
riprende fiato.
Ma come scogli a pelo d'acqua, subito una nuova
onda ci sommerge: inizia Popplagið e, con tre note e un gesto, i Sigur Rós
riacchiappano i fili di noi poveri burattini.
È un crescendo estatico di violini voci e
percussioni, la gente dondola avanti e indietro come matta, come in trance, e
quando il tripudio di suoni raggiunge l'apice e ci abbandona, lascia tutti sgomenti,
senza fili e senza forza.
(...) L'uguaglianza è una
condizione onnipervasiva della democrazia. Senza uguaglianza di mezzi materiali
e intellettuali, la libertà cambia natura e la democrazia si trasforma in
maschera dell'oligarchia, cioè del regime del privilegio di pochi, non necessariamente
i migliori, a danno dei molti, non necessariamente i peggiori, ma certamente i
più deboli. Cioè: la democrazia, che dovrebbe essere il regime che bandisce tra
gli esseri umani l' uso della forza, si rovescia nel suo contrario, cioè nel
regime basato sullo squilibrio della forza.
Mai come in questo momento della
vita della nostra società constatiamo tanta iniquità nella distribuzione dei
beni materiali, delle conoscenze e delle risorse intellettuali. La critica
antidemocratica ha sempre sottolineato il rischio della massificazione, dell'
appiattimento verso il basso. Ma qui, ora, si prefigura un incubo diverso: il
gregge esposto e ignaro, guidato da pochi pastori, cioè da gente che - come
diceva Trasimaco - solo l' ingenuo Socrate poteva credere avesse a cuore il
bene delle sue pecore, piuttosto che il proprio interesse.
Una politica per l' uguaglianza:
ecco ciò di cui ci sarebbe bisogno e non si vede in giro, nemmeno a sinistra.
Di fronte all' involuzione in
atto, suonano profetiche le parole di Bobbio che, all' ottimismo dei padri,
oppone la necessità di essere "democratici in allarme".
Bisogna prendere sul serio
quanto Bobbio stesso dice della democrazia. Dice che non è un dato di fatto, un
"cammino fatale" che si possa percorrere con facile fiducia. No. La
democrazia è una meta, anzi "la meta più alta", che richiede molto
impegno e molte rinunce e non può vivere senza un ethos adeguato.
Abbiamo pensato che la
democrazia sia un regime naturale, al quale tutti, purché non coartati da
qualche dittatore, si sarebbero orientati spontaneamente. Ricorda il discorso
di Montesquieu sulla "molla della politica"? La molla che fa funzionare
il dispotismo, per esempio, è la paura; il potere dei privilegiati, l' invidia
(finché dura e non si trasforma in rabbia).
Per la democrazia, che è il regime
di tutti, occorre una "virtù" particolare, fatta di serietà e
sobrietà negli stili di vita, di stima reciproca, di spirito d' uguaglianza, di
rifiuto del privilegio e rispetto del diritto, di cura per le cose pubbliche
che, essendo di tutti, non possono essere preda di nessuno in particolare.
Potrei continuare e sarebbe un elenco che ci farebbe venire i brividi, per
quanto lontani siamo dall' avere consolidato quella molla ideale. L'
atteggiamento etico che è stato diffuso dappertutto e con tutti i mezzi, in
questi decenni, è l' esatto contrario di tutto ciò. E ci stupiamo se avvertiamo
la democrazia scricchiolare?
I nemici della democrazia sanno
che la prima battaglia per combatterla si svolge nei convincimenti e negli
stili di vita che essi promuovono. Gli amici della democrazia dovrebbero fare
altrettanto, sul versante opposto.