mercoledì 5 marzo 2014

Torre di Babele

Le nostre sono vite complicate.
Da sempre.
Da quando, bambini, nostra madre ci chiamava (È pronto! strillava) ma noi, persi dietro il canedrago della Storia Infinita, col cacchio che la sentivamo; quando andavamo a tavola, dopo chissà quanto, nostro fratello zio cugino s’era pappato i pezzi migliori e a noi toccava sempre il petto di pollo. 
Insipido. 
Stopposo. 
E lo masticavamo ore, conservandolo nelle guance, aspettando il momento buono per sputarlo nel cesso.

Siamo cresciuti bianchicci. Mollicci. Miopi. 
Che mentre voi arrostivate al sole i corpi gnucchi, allenati da beach volley e windsurf, noi andavamo a caccia d’ombra e silenzio, dietro le cabine, sotto gli ombrelloni (a mezzogiorno può essere davvero dura) perché l’unica cosa che contava era sapere cosa sarebbe successo a Jack Sawyer (sì, Jack. Non Tom. Jack.).

Abbiamo vissuto e viviamo le vite degli altri più che le nostre.

Di notte, se tendete l’orecchio, sentirete gemere i muri delle nostre case. Si lagnano. Per tutto il peso che sono obbligati a portare, per tutti i buchi di trapano che hanno dovuto subire.

I nostri comodini sono schiacciati da piramidi che sfiorano il cielo come torri di Babele: ci sono quelli finiti, che potresti pure rimetterli a posto, ma li vuoi tenere vicino ancora un po’, ancora un altro po'; ci sono quelli da iniziare; e ci sono quelli lasciati a metà, ai quali prima o poi potresti voler dare un’altra possibilità.

Quando partiamo per le vacanze, le nostre valigie sono molto, molto, MOLTO più pesanti delle vostre. E spiegaglielo, alla tipa scassacazzi di Ryanair, che per noi è VITALE girare con tutto quel peso. Prova a dirglielo, a lei e alla sua gabbietta da valigia nana, prova. Io una volta ne ho quasi uccisa una, di quelle tizie lì.

Quando camminiamo per strada, ci capita che una forza invisibile misteriosa sovrumana ci obblighi a rallentare il passo. Cambiare rotta. Andare dritti dritti dritti fino lì. Fino al paradiso, che ci chiama, che ci rapisce per ore nei suoi gironi (non avevamo detto Paradiso?) e quando ci sputa fuori, liberi di tornare sui nostri passi, siamo così carichi che il gemito delle pareti di casa si sente a enormi distanze.

Sappiamo che per voi è inspiegabile: c’è la torre di Babele sul comodino, le pareti gementi, le valigie ancora piene dall'ultimo viaggio. Che motivo c’è di caricarsi così ancora, e ogni volta?
Eppure, quando andate a fare la spesa voi fate uguale. Mica andate alla Coop solo quando il frigo è vuoto e non c’è più neppure un biscotto una galletta un petto di pollo (puh!) in tutta la dispensa, no? E quando siete lì, davanti a ogni tipo di bontà, comprate solo ciò che serve per il pranzo? O riempite i carrelli con quello che avete voglia di mangiare ora più quello che potreste avere voglia di mangiare domani, ma metti poi che invece mi va di più la pizza ai peperoni? Fate cosi, eh? Visto?
Per noi è uguale. No, per noi è peggio: non potete saperlo, ma noi, ogni volta che un canedrago vola via, ogni volta che un Jack Sawyer se ne va, soffriamo. Ci sentiamo abbandonati, sperimentiamo una specie di piccola morte, e quel dolore lì si stempera in un modo solo, con una domanda sola: 

e adesso cosa leggo?

A questo servono la torre di Babele, i muri gementi, le valigie piene, i sacchetti carichi di libri nuovi, di storie nuove. 

Le nostre sono vite complicate.
Siamo bianchicci mollicci miopi.
I nostri muri gemono, le nostre valigie esplodono.
Mangiamo petto di pollo puh.
Moriamo una volta alla settimana. A volte anche due.

Lasciateci la soddisfazione
misera
ridicola
puerile
di essere
schifosamente
SNOB.






lunedì 3 marzo 2014

Lucrezia e Alice a quel paese

Silvia Ziche
Lucrezia e Alice a quel paese
Rizzoli Lizard






















« Un giullare è un essere multiplo; è un musico, un poeta, un attore, un saltimbanco; è una sorta di addetto ai piaceri alla corte del re e principi; è un vagabondo che vaga per le strade e dà spettacolo nei villaggi; è il suonatore di ghironda che, a ogni tappa, canta le canzoni di gesta alle persone; è il ciarlatano che diverte la folla agli incroci delle strade; è l'autore e l'attore degli spettacoli che si danno i giorni di festa all'uscita dalla chiesa; è il conduttore delle danze che fa ballare la gioventù; è il cantimpanca [cantastorie]; è il suonatore di tromba che scandisce la marcia delle processioni; è l'affabulatore, il cantore che rallegra festini, nozze, veglie; è il cavallerizzo che volteggia sui cavalli; l'acrobata che danza sulle mani, che fa giochi coi coltelli, che attraversa i cerchi di corsa, che mangia il fuoco, che fa il contorsionista; il saltimbanco sbruffone e imitatore; il buffone che fa lo scemo e che dice scempiaggini; il giullare è tutto ciò e altro ancora. »

(E.Faral, Les jongleurs en France au Moyen age [I giullari in Francia nel Medio Evo])

Così Silvia Ziche: essere multiplo, saltimbanco, ci intrattiene agli incroci delle strade; cantastorie acrobata, danza sulle mani (e che mani!), e ci diverte mostrando i difetti di un gruppo di tizi in piedi lì, davanti a noi. 

Ridiamo.

Finché non ci accorgiamo che le sue mani reggono uno specchio.





sabato 22 febbraio 2014

La capra

Oggi per la prima volta mi sono innamorata.
Oggi per la prima volta mi sono innamorata di una donna.

Bar della stazione. Ho cinque minuti prima che il treno parta, il tempo di un caffè trangugiato. Lei è in coda alla cassa davanti a me, per mano ha un bambino sugli otto anni. Si volta per raggiungere il bancone. La pelle scura, gli occhi distanti da capra e verdi come muschio su un albero.
Mi regala un sorriso che così non mi ha sorriso nessuno, mai.
Ordina due cappucci al barista, li posa poi su un tavolino brutto e si siede, col bambino, a fare colazione.
“Un caffè,” dico io, belando. Verso lo zucchero di canna, e granelli d’oro si spargono sul bancone. Mi giro, lei mi sta guardando e di nuovo mi sorride in quel modo. Dio.
È tardi. Butto giù il caffè senza neanche sentirne il sapore, esco dal bar e, mentre scendo le scale, un brivido lento mi sale lungo le gambe, lungo la schiena, come un insetto pigro.
Avrei voluto baciarla. Stringerla. Portarla via con me.
Ma è andata. Io sono andata. Arrivederci, mia bella.



lunedì 17 febbraio 2014

17 febbraio - Gatto bianco, Gatto nero e Libero Pensiero

Oggi m'è tornata in mente questa. 
Sarà che è la giornata del gatto?
Sarà.

Trilussa
La Libbertà de pensiero

Un Gatto bianco, ch’era presidente
der circolo der Libbero Pensiero
sentì che un Gatto nero,
libbero pensatore come lui,
je faceva la critica
riguardo a la politica
ch’era contraria a li princìpi sui.

“Giacché nun badi a li fattacci tui,
- je disse er Gatto bianco inviperito -
rassegnerai le propie dimissione
e uscirai da le file der partito:
ché qui la pòi pensà libberamente
come te pare a te, ma a condizzione
che t’associ a l’idee der presidente
e a le proposte de la commissione!”

“E’ vero, ho torto, ho aggito malamente…” 
Rispose er Gatto nero.

E pe’ restà ner Libbero Pensiero
da quela vorta nun pensò più gnente.





venerdì 7 febbraio 2014

Il tempo è un bastardo

Jennifer Egan
Il tempo è un bastardo
minimum fax
















Secondo libro per Women Challenge, la sfida lanciata dagli amici di Peek-a-book.

Di nuovo, come avevo fatto per Il Peso, dico la mia.

Questo è un romanzo. 
Anzi no. 
Sono racconti. 
Però i protagonisti dei racconti sono sempre gli stessi, quindi è un po' come se fosse un romanzo.

Il tempo (quel bastardo) viaggia avanti e indietro, a mostrare pezzi di storia, e un racconto finisce col fare luce sul buio di un altro.

C’è un sacco di gente. 
Gente che vive, che muore, che sopravvive.
C’è un periodo che va dagli anni ’70 a un futuro prossimo. 
C’è New York, c’è San Francisco, ma ci sono pure Napoli e l’Africa.
C'è un sacco di musica.

Quello che provi, all’inizio, quando, dopo il primo racconto, e poi dopo il secondo e il terzo, lo spaziotempo salta per aria e tu leggi sì degli stessi personaggi, ma non trovi nulla di lineare, è una sensazione simile a quella che proveresti di fronte a un coro bizzarro, eterogeneo, freak, composto da bambini adulti cani nani clown leoni barbe suonatori: quando stanno per attaccare a cantare e suonare, d’istinto ti porteresti le mani alle orecchie o fuggiresti via.

Ecco: non farlo. 

Non fuggire, ascolta. 

Perché quel coro, che pure stride, urla, percuote, alla fine fa la meglio cosa che possa fare un libro: ti stupisce. E ti porta a ballare con gli altri del coro, centellinando lo spazio tra ora e domani finché il tempo non sembra muoversi al contrario.