mercoledì 30 gennaio 2013

Leccare la farina, Murakami e Mozart



Ogni volta che un amico ha provato a spiegarmi la musica, ho detto: no, grazie. 
Non volevo che svelasse il trucco, che smontasse la magia.
Non volevo inseguire la linea di basso, l'assolo di chitarra come fossero slegati.
"Mi piace il sapore della torta, il gusto che viene dalla somma e dall'equilibrio degli ingredienti; non farmi leccare la farina."

Poi succedono cose.
Un amico mi fa notare che scrivere per se stessi è come masturbarsi. Niente di male, ma scopare è un'altra cosa.
Così.
Mando un racconto a un concorso letterario. E vinco: la pubblicazione del racconto in un'antologia e un contratto con I Sognatori. 
Sono fiera e preoccupata: la mia unica esperienza con qualcosa che sia più lungo di dieci pagine è l'Esperimento, che sì ormai è alle battute finali, ma che fatica.

Noodle (Gorillaz)


Leggo montagne di libri di scrittura creativa, quelli dei grandi: King, Vargas Llosa, Carver, Queneau.
Imparo a memoria le otto regole di Gaiman.
Le dieci regole di Leonard.
Le tredici regole di Palahniuk.
Il tridecalogo di Kerouac.

Ora, quando leggo, lecco la farina.
Mi soffermo sui personaggi, sulla coerenza del plot, sulle digressioni, sulle descrizioni, sui verbi dei dialoghi, sull'(ab)uso degli avverbi, sull'equilibrio della punteggiatura.
Non so se imparo a scrivere meglio.
Di certo, mi fotto la magia.

Fino a che.
1Q84.
La storia di Tengo, lo scrittore. Di Komatzu, l'editor. Di Fukaeri, la dislessica. Di Aomame, l'assassina il cui nome significa piselli verdi. Di Ogata, la vecchia che salva le donne. Di Tamaru, la guardia del corpo. Di Ushikawa, l'investigatore capoccione.
La storia di una truffa letteraria, di un mondo parallelo (ma forse due), di persone piccole che costruiscono crisalidi d'aria.

Descrivendo il lavoro di Tengo, Murakami infila regole e consigli di scrittura.

“Diede una scorsa al brano, aggiunse delle spiegazioni ai punti difficili da capire, e rese più visibile il flusso della narrazione. Eliminò le parti superflue e le ripetizioni, e integrò quelle insufficienti. Qui e là modificò l'ordine di alcuni passaggi o frasi.”

Ma 1Q84, che spalma le vicende dei personaggi in tre libri e mille pagine, è un romanzo pieno di parti superflue e ripetizioni: quante volte Ushikawa fa pipì? Quanti sono i pomeriggi che Aomame passa sul balcone, con la coperta sulle gambe, ad aspettare che Tengo si piazzi sullo scivolo del parco illuminato con le lampade ai vapori di mercurio?

Raccontando le avventure di Aomame, Murakami fa dire a Tamaru:

- Čechov ha scritto: «Se in un romanzo compare una pistola, bisogna che spari».
- Che significa?
Tamaru si mise in piedi di fronte a Aomame. Era più alto di lei solo pochi centimetri.
- Vuol dire che in un racconto non si devono introdurre oggetti se non sono necessari. Se in un racconto spunta una pistola, è necessario che a un certo punto della narrazione venga fatta sparare.

Ma la pistola. La pistola descritta cento volte, la pistola che Aomame impara a smontare e rimontare al buio, la pistola descritta con tanta minuzia che tu che leggi ne senti l'odore, il freddo, il peso. Quella cazzo di pistola, alla fine, non spara.

È sempre Tamaru che dice:

- Cechov è un grande scrittore, ma il suo modo di pensare non vale per tutti. Non è vero che tutte le pistole che appaiono in una storia debbano fare fuoco.

Il terzo libro finisce. 
Ma.
Chi minchia sono i Little People? Che fine fa Fukaeri? E la donna che trombava Tengo?  E Tamaru e la vecchia? E tutta la faccenda del padre di Tengo che rompe il cazzo a chi non paga le tasse della televisione pure quando è in coma? E metti un tigre nel motore alla rovescia?

Murakami usa Komatsu e spiega.

Quello che apprezzo di più, soprattutto per quanto riguarda i romanzi, è non riuscire a comprenderli completamente. Non nutro alcun interesse per le opere di cui mi sembra di capire tutto.

Eppure.
Me lo sono bevuto tutto, ed era fresco e buono.
Mi sono annoiata, lì sul balcone con Aomame?
Mi sono annoiata, lì al capezzale del padre di Tengo?
Mi sono annoiata, lì nell'appartamento gelido con Ushikawa?
Mai.
Mi sono incazzata quando è finito senza dire dei Little People, della vecchia, dell'amante, di Fukaeri, del tigre girato alla rovescia?
Neanche per idea.
Ho lasciato andare Tengo e Aomame.
E per quattro notti ho guardato il cielo sperando di veder spuntare la seconda luna, piccola, verde e rugosa come un pisello.

E quindi?
Quindi niente.

Stamattina il mio amico Claudio mi scrive così:


oggi parleremo di:
Verdi
è un contasorie, uno col plot.
Mozart invece ti racconta impeccabilmente la situazione.
non ne ha bisogno.
ascoltiamoli nell'incipit sullo stesso lavoro: 
messa da requiem


mozart è anni luce avanti.
senza plot, senza un cazzo.
è trascendenza pura, è l'anima degli dei, altro che commedie e colpi di scena
ma scherziamo?
mozart!

Sìsì. Certo che sì. 'Fanculo alle regole, 'fanculo al plot.
A patto però di essere Murakami. O Mozart.


mercoledì 16 gennaio 2013

Col botto

L'anno nuovo si apre così.


  1. Il Cerchio Capovolto è stato pubblicato e lo trovate sul sito de I Sognatori. Già che ci siete: la casa editrice pubblica libri belli: approfittatene! Lo so che libri brutti dovrebbe essere un ossimoro. Epperò.
  2. Sono lì lì per firmare il contratto con la casa editrice più fantastica del mondo; a breve inizierò a lavorare al romanzo a quattro mani con Alain Voudì. Al momento non sappiamo un fico secco. Se volete, potete seguire la storia della nostra storia.
  3. L'Esperimento è alle battute finali. E mentre lavoro senza posa alla terza parte, la prima e la seconda sono al vaglio di valorosi, generosi, adorabili, ma inflessibili beta reader. Tremo e fremo.
Si parte col botto!


lunedì 10 dicembre 2012

Ma tu ci credi agli UFI?


Tanto tempo fa vivevo in un appartamento spettinato e splendido in piazza Matteotti: ultimo piano e terrazzo con vista sulla città. 
Cinque camere da letto e sei femmine.
C'era Santalalla, occhi obliqui e trasparenti, bella come una Madonna, che preparava i ravioli per tutte e raccoglieva le nostre lacrime. Angelo e demone, farla incazzare non era una buona idea.
C'era La Puddu, una Audrey Hepburn in versione sexy. Difficile da immaginare? Perché non la conoscete. E non l'avete mai vista preparare i ripieni alla ligure coi capelli nerissimi raccolti in uno chignon disordinato. Quei riccioli sul collo...
C'era La So', gambe lunghe e un culo che faceva gridare al miracolo. Vederla ballare era una gioia per gli occhi.
C'era La Alle, zazzera punk e occhi da cerbiatto, che girava sempre con la valigia e non sapevi mai se partiva o arrivava.
C'ero io, La Bale, sfacciata e impudica, sempre in mutande per la gioia del vicino giudice.
E c'era Nina, la gatta. Nera, gli occhi arancioni, era la vera regina del focolare.

Un giorno torno a casa e sul terrazzo trovo Santalalla, La Puddu e una montagna di gessetti colorati.
"Ciao Bale! Ci aiuti?"
"A fare che?"
"Abbiamo deciso che questa casa diventerà un Bed and Breakfast per gli alieni. Dobbiamo disegnare l'insegna e la pista di atterraggio per gli UFI."
"Fico."

C'era l'insegna, c'era la pista, ma nessun UFO è mai atterrato sul nostro terrazzo. Quando la pioggia ha cancellato tutto, abbiamo usato i gessetti avanzati per scrivere SUCA agli elicotteri degli sbirri.

Gli alieni non esistono. Oppure sono bulicci.


martedì 27 novembre 2012

Spleen


 

Spleen
Charles Baudelaire

Quando il cielo basso e greve pesa come un coperchio
Sullo spirito che geme in preda a lunghi affanni,
E versa abbracciando l'intero giro dell'orizzonte
Una luce diurna più triste della notte;

Quando la terra è trasformata in umida prigione,
Dove come un pipistrello la Speranza
Batte contro i muri con la sua timida ala
Picchiando la testa sui soffitti marcescenti;

Quando la pioggia distendendo le sue immense strisce
Imita le sbarre di un grande carcere
Ed un popolo muto di infami ragni
Tende le sue reti in fondo ai nostri cervelli,

Improvvisamente delle campane sbattono con furia
E lanciano verso il cielo un urlo orrendo
Simili a spiriti vaganti senza patria
Che si mettono a gemere ostinati

E lunghi trasporti funebri senza tamburi, senza bande
Sfilano lentamente nella mia anima vinta; la Speranza
Piange e l'atroce angoscia dispotica
Pianta sul mio cranio chinato il suo nero vessillo


lunedì 26 novembre 2012

Subbi Niubbi


Articolo addolcito e pubblicato su Scubazone n.9

Premessa (a scanso di equivoci): il testo seguente è ironico. 
Il forum di cui parlo è eccezionale e i SuperSubbi sono i miei adorati guru.

Quando ho iniziato la carriera subacquea, un anno e mezzo fa, eccitata e curiosa di scoprire un mondo, mi sono iscritta a un forum pieno zeppo di SuperSubbi. Poiché ritengo che l'unica domanda idiota sia quella non fatta, ho iniziato a tartassare:
  • come si fa a capire se un diving è serio?
  • perché a me la bombola dura sette minuti e agli altri un'ora?
  • perché mi galleggia il culo?
Mi è stato gentilmente consigliato, nell'ordine:
  • di darmi all'ippica;
  • di fare immersioni nella vasca da bagno;
  • di comprarmi una paperella.
C'era perfino uno che voleva triturarmi nelle eliche di un aeroplano.
Grazie  alla mia sfacciataggine, che farebbe cagare sotto un ariete (cit.), non mi sono arresa.
E ho continuato a chiedere:
  • Come scelgo la muta?
  • Le mute vanno tutte bene. Vai e compra quella che ti sta meglio.
Segue una lite incomprensibile tra SuperSubbi su neoprene e trilaminato, ma io, con la mia risposta, vado al negozio, provo un po' di mute e scelgo quella che si adatta meglio alle mie curve. Che, incidentalmente, è rosa. Io odio il rosa, ma le altre mute mi facevano difetto ovunque - spalle strette, vita larga, manica corta - e così dico va be'.
  • E le pinne? Come scelgo le pinne?
  • Le pinne vanno tutte bene. Vai e compra quelle che ti calzano meglio.
Segue una lite incomprensibile tra SuperSubbi sulla pinneggiata a rana, ma io, con la mia risposta, vado al negozio e provo un po' di pinne. Tra quelle che mi calzano meglio, ce n'è un paio rosa. Così mi dico: se rosa dev'essere, che rosa sia. A terra scarrafone, in acqua flabellina. 
  • Ho deciso di comprarmi il gav. Mi date una mano?
  • I gav vanno tutti bene. Vai e compra quello che ti piace di più.
Segue lite incomprensibile tra SuperSubbi sulla postura da tenere in acqua, ma io, con la mia risposta, vado al negozio (che stappa una bottiglia ogni volta che mi vede) e mi provo tutti i gav. Mi paiono in effetti tutti uguali. Così lo scelgo. Rosa.

Si avvicina il mio quarantesimo. 
  • Nella letterina a Babbo Compleanno vorrei scrivere che mi serve il computer. Ma quale?
  • I computer vanno tutti bene. Compra quello che ti piace di più.
Segue lite incomprensibile tra SuperSubbi sulle mele rosse e verdi, ma io, con la mia risposta, scelgo dal catalogo un computer rosa.

Sul gommone con mille SuperSubbi, ostento fiera la mia attrezzatura scintillante. Uno scarrafone mi squadra e dice:
"Eccola lì, un'altra che sceglie l'attrezzatura in base al colore!"

E va be', ma allora...


domenica 18 novembre 2012

Bevendo e guidando




Agosto. In sei mesi
non ho letto un libro
a parte una cosa intitolata La ritirata da Mosca
di Caulaincourt.
Comunque sono contento,
vado in macchina con mio fratello,
beviamo una pinta di Old Crow.
Non abbiamo in mente nessuna meta,
andiamo e basta.
Chiudessi gli occhi per un momento
ecco, sarei perduto, ma
potrei stendermi e dormire per sempre
sul ciglio della strada.
Mio fratello mi dà di gomito.
Tra un minuto, chissà, accadrà qualcosa.

Raymond Carver

Non avevo mai letto Carver. Aspettavo il momento giusto. 

domenica 11 novembre 2012

Senbee Resta con me



Giornata massacrante. Sogno divano, coperta, gatti e playstation.
Arranco per i sei piani di scale e, mentre apro la porta di casa, sento delle voci. “L’Omonero avrà di nuovo lasciato il televisore acceso,” penso. Ma quasi muoio d’infarto quando mi trovo in soggiorno un capoccione: la stessa corporatura della mia lavatrice, camice bianco e pantofole, le mani appoggiate sul mio nuovo televisore al plasma; sudato, disperato, grida: “Togli quella cacca dal letto! Mi senti? Ti ho detto mille volte che non devi portare la cacca a casa!”
“Senbee?” dico, mentre la borsa mi cade per terra. Lui non sembra avermi sentito.
“Ehm… Dottor Norimaki?”
Macché, non mi fila.
“Arale, dannazione! Piantala, piantala, piantala!”
Idea: tolgo il cappotto, mi avvicino, sollevo la gonna, lo chiamo: “Dottor Slump?”
Il sesto senso del porcello lo fa voltare: faccia a faccia con le mie mutandine, gli occhi schizzano dalle orbite e uno spruzzo di sangue dalla narice sinistra allaga il pavimento. Appena abbasso l’orlo della gonna, però, lui ricomincia a prendere a pugni il televisore. Afferro il telecomando, spengo e Senbee si immobilizza davanti al nulla. Tocca lo schermo, ci gira intorno.
“Hai una cassetta degli attrezzi?” dice.
“Per farci cosa?”
“Devo invertire il flusso. Voglio tornare a casa prima che quella peste combini troppi guai!”
“Quanta fretta, Senbee! Non vuoi neanche sapere dove sei finito?”
“Come sai il mio nome? Ci conosciamo?”
“Tutti qui ti conoscono. Sei molto famoso!”
Lui d’improvviso diventa alto e bello e il sorriso gli scintilla. Trattengo la risata a fatica: mi fa ammazzare quando fa il figo!
“Accomodati,” gli dico.
“Ehi, senti, mi dispiace per…” dice, indicando la pozza di sangue.
“Non preoccuparti, l’avevo messo in conto. Ora pulisco. Non toccare niente, per favore, finché non torno.”
“Va bene.”
In bagno col pretesto dello straccio, telefono all’Omonero.
“Hai lasciato di nuovo il televisore acceso!”
“Scusa, B, hai ragione, è che…”
“Non hai capito, non ti stavo rimproverando! È successa una cosa assurda: il Dottor Slump è nel nostro soggiorno!”
L’Omonero tace qualche secondo. Poi: “B, hai bevuto?”
“No, macché! È di là, te lo giuro, dev’essere passato dalla tele in qualche modo!”
“Veramente? Fagli costruire la Pistola Transformer!”
“Così trasformo la vicina in uno scarafaggio! Però voglio anche la Pentola Concretizzante, che ci butto una ricetta e in quattro e quattr’otto la cena è pronta!”
“E io voglio gli occhiali a raggi x!”
“Quelli te li scordi.”
“Uffa.”
“Comunque, non sarà facile convincerlo a restare: stava già cercando il modo di smontare il televisore per tornare a Villaggio Pinguino.”
“Il televisore nuovo? Fermalo, fermalo, per carità!”
“Ci provo. Ora torno di là, che devo anche pulire un mare di sangue.”
“B! Gli hai fatto vedere le mutande!”
“Non avevo altra scelta: non mi dava retta!”
“Bella scusa! Poi dici a me.”
“Eddai. Torna presto.”
“Appena finito di lavorare.”
Armata di straccio e secchio, torno in soggiorno. Senbee è sparito.
“Ma dove caz…”
Un rumore viene dalla cucina.
“Che stai facendo?” dico.
“Il tuo tostapane è rotto. Te lo sto riparando.”
“Ma non mi sembrava…” Il campanello mi interrompe. Oddio, e chi è ora? Butto lo straccio a coprire la macchia di sangue e apro la porta: è la vicina napoletana spaccapalle.
“Buonasera, signuri’. Scusate, ma ho sentito dei rumori e mi sono un poco preoccupata.”
“Scusi, signora, è venuto a trovarmi un vecchio amico. Mi spiace averla disturbata.”
Non mi accorgo del testone di Senbee che sbuca dalla cucina. La vicina sgrana gli occhi.
“Signorina, ma voi tenete nu’ cartone animato in casa? Ma l’amministratore lo sa?”
“Non ancora, signora, lo avviso prima possibile.”
Lei allunga il collo.
“Ma non sarà pericoloso?”
“Pericoloso? E perché mai!”
Un tostapane  con le scarpe da tennis inizia a correre per il soggiorno sputando fette abbrustolite a puntino, inciampa nello straccio e scopre la pozza di sangue. La vicina fugge urlando: “Domani lo chiamo io l’amministratore! Voi siete una strega! Un’assassina!”
“Senbee, ma che hai combinato?”
“A che serve un tostapane che non ti porta la colazione a letto?”
“A tostare il pane?”
Mi guarda sconcertato.
“Vieni, siediti un po’ qui: ti faccio vedere una cosa.”
Impallidisce.
“Non QUELLA!”
Si siede sul divano, buono buono, le mani in grembo, e fissa malinconico lo schermo nero del televisore. Dalla libreria prendo tutti i numeri de “Il Dottor Slump e Arale” e li appoggio in ordine sparso sul tavolino.
“Che ti dicevo? Sei famoso qui!”
Senbee inizia a sfogliare il numero tre, l’episodio Mutandine e Fragoline. “Tutta colpa di quello stupido maiale. Quella volta ce l’avevo quasi fatta!”
“Il piano era perfetto, Senbee, non è stata colpa tua. Non sei stufo di fallire, lì a Villaggio Pinguino? Non ti piacerebbe cambiare vita?”
“Io… Beh, ecco…”
“Qui è pieno di belle ragazze. Sei famoso, sei affascinante.”
“E bello.”
“Soprattutto bello. Potresti fermarti un po’ da noi e vedere come va. Puoi tornare a casa quando vuoi, se non ti piace.”
“E cosa farà Arale senza di me? E Gacchan? E la Professoressa Yamabuki?”
Mentre lui si perde nei pensieri, gioco la carta vincente: accendo il televisore su un canale hard.

“Beh? Dov’è?”
“Shht, zitto! È appena andato a dormire!”
“L’hai convinto a restare?”
“A fare una prova.”
“E come hai fatto?”
“Donnine.”

“B, hai comprato la Cocacola?”
“Sì, è in dispensa. Agitala bene prima di versarla nel serbatoio. Ma dove vai con l’aereo?”
“A prendere Senbee. Con questo traffico se vado in macchina non arrivo più.”
“Cosa volete per cena?”
“Ho comprato un ricettario nuovo: lancia nella pentola la pagina trentasette.”

“Cosa c’è Senbee? Non ti piacciono le lasagne?” dico.
“Sono buonissime. È che oggi al laboratorio mi sono stancato. Vado a riposare, se non vi dispiace.”
“Certo, vai. Buonanotte.”
Slump si chiude in camera sua e l’Omonero scuote la testa.
“B, Senbee non è contento.”
“Magari è davvero stanco.”
“Lo sai cosa fa quando si chiude in camera?”
“No e, conoscendolo, non so se voglio saperlo.”
“Legge i suoi fumetti. L’ho sentito ridere. E piangere, a volte.”
“Oh no. Cosa possiamo fare?”
“Lo sai.”
Certo che lo so.

Ci alziamo da tavola, bussiamo alla porta della sua stanza. Apre spettinato, con gli occhi rossi. “Ehi, ragazzi. Cosa c’è?”
“Cosa ti serve per invertire il flusso?” dico.
“Ma cosa…?”
“Hai capito, Senbee,” dice l’Omonero. “Vogliamo darti una mano.”
Si siede sul letto. “Mi dispiace,” dice. “È stato bello restare con voi. Ma mi manca la mia casa, mi manca Arale. Mi manca la signorina Midori.”
“Anche per noi è stato bello. Ma ora spara: cosa ti serve?”
“Mi aiutate davvero?” dice a tutti denti.

“Allora: tegamino?” dice Senbee.
“C’è!”
“Due sveglie rotte?”
“Anche!”
“Playstation?”
Una fitta al cuore mentre dico: “Sì”
“Quattro CD di musica punk?”
“Eccoli,” dice l’Omonero con un sorrisetto tirato.
“Gli vogliamo bene, eh?” dico.
“Già.”

Quattro ore dopo.
La luna piena splende. Gli occhi di Senbee di più.
“Grazie, ragazzi,” dice soffiandosi il naso in un fazzoletto a pois.
“Grazie a te.”
Lo abbraccio forte, un nodo mi chiude la gola. Anche l’Omonero è commosso. Si stringono la mano, mantengono un contegno, da veri duri.
“Pronti? Via!” dice Senbee premendo un tasto del telecomando.
Sullo schermo compare un vortice tremulo. Il Dottor Slump saluta con la mano, oltrepassa il bordo, ci regala un ultimo sorriso e, roteando, sparisce.
Io e l’Omonero ci scambiamo uno sguardo. Come sempre, le parole non servono. Lui mi allunga una mano, io la stringo. E insieme saltiamo nel vortice.

Ciriciao gente!