martedì 26 novembre 2013

Grazie, amici.

Succede che comincia uno.

Succede che uno fa una cosa, e un altro lo vede e dice pure io lo voglio fare!

Succede così.

Grazie, Omonero.

Grazie, amici.




























mercoledì 20 novembre 2013

La botte piena, la moglie ubriaca


Darsi alla subacquea significa rinunciare a tutta una serie di inganni.
Significa dire addio allo smalto sulle unghie (l’acqua di mare ha il superpotere di trasformare una perfetta manicure in un orrore sciatto nel giro di un’immersione); dire addio al trucco, che proprio non è il caso, e alla messinpiega. I capelli corti si asciugheranno in fretta (il vento gelido che soffia impietoso sulla chioma fracica  non è piacevole) e l’acqua entrerà meno facilmente nel cappuccio (e nel collo, e nella schiena, se usate un cappuccio integrato).

Fate pure a meno di trattenere il respiro per nascondere la pancia: il neoprene non perdona, è traditore, è spregevole: sottolinea spietato ogni rotondità e regala centimetri proprio lì, dove non servono. In compenso, schiaccia e sparpadella tette e chiappe che è una meraviglia. Io, con la mia bella muta rosa, finisco col sembrare Barpabapà.


Ma non angustiatevi: i subacquei maschi sono uomini speciali, per niente superficiali, che badano al sodo, alla sostanza, che apprezzano il fascino della donna avventurosa, della bellezza genuina.
Vi racconto, per esempio, di quella volta che…

Parco di Portofino, settembre. Giornata splendida: mare piatto, blu, neanche una nuvola in cielo, poche barche in giro. Siamo in dieci sul gommone. Io, come spesso accade, sono l’unica donna. Un po’ in imbarazzo, mi siedo lontana dagli altri e cerco di darmi un tono scrutando l’orizzonte.

“Che piacere, una donna in barca!” dice uno.
“Sì, davvero!” fa un altro, uno tutto lungo, muta indossata a metà e una patacca sulla maglietta per ogni brevetto. 
“Ci sono sempre poche donne subacquee. Come mai?”
Non so cosa rispondere, così sorrido, mi metto più comoda e mi avvicino ai miei compagni di gommone.
“Non so cosa darei perché anche mia moglie si immergesse,” continua il Patacca.
“A chi lo dici,” strilla un ciccionetto calvo. “Pensa che meraviglia: le domeniche sott’acqua, mica davanti alle vetrine di scarpe!”
Tutti ridono. Pure a me piacciono le scarpe. Cacchio, penseranno mica che giri con le pinne! Ma mi guardo bene dal dirlo, e rido anch’io.



“E poi ci pensate alle vacanze?”
“Vacanze sub senza discussioni,” dice trasognato il Patacca. E aggiunge, vocetta stridula e mano sul fianco: ”Ma io domani volevo fare il giro nel deserto col cammello e andare a bere il tè coi beduini.”
Risate grasse.
Tutti mi guardano, e io mi sento quasi gnocca, nonostante la zazzera da Gian Burrasca, nonostante le occhiaie da sveglia alle sei del mattino e la pancetta, che da quando ho smesso di fumare s’è piazzata lì e non vuole saperne di levarsi dai maroni.

Mayumi Kino

Il barcarolo strilla: “Siamo soli alla Gonzatti!”
Evviva!
I subbi mi aiutano a vestirmi: chi mi passa il GAV, chi mi infila le pinne. Non ce ne sarebbe bisogno, ma me la godo e mi lascio viziare. Capriola e olè, sono in acqua per prima.

L’immersione è di quelle indimenticabili: l’acqua è calda, la visibilità è perfetta e il mare ci mostra il campionario delle sue creature in un carnevale di colori e giochi di luce: barracuda d’argento tra centinaia di castagnole, gorgonie rosse, cernie giganti e vanitose che si lasciano ammirare, e dentici, e salpe, e corvine, e...  

Corvine
Quando torniamo sul gommone abbiamo tutti il sorrisetto ebete e appagato che segue un’immersione perfetta. Mi sfilo il cappuccio e non me ne frega un piffero di avere i capelli per aria.
“I barracuda, hai visto quanti erano?”
“Sì, cacchio, saranno stati un miliardo, lunghi due metri l’uno!”
“E le cernie, le cernie?”
“Ma quali, le due che si suonavano?”
“Quelle! Ho sperato che una ci lasciasse le pinne: me la vedevo già sul girarrosto!”
“Ahaha!”

Fa caldo però, così decido di togliermi la muta. Faccio segno al Patacca, che subito si presta ad aprirmi la cerniera, ma non smette di parlare: ha visto una murena, dice, con la testa come quella d’un leone.
L’operazione sfilamento testa dalla semistagna mi richiede sempre tempo e fatica. Pur incastrata nella muta, continuo anch’io a raccontare: “Ma quell’orgia di nudibranchi? Eh? Quanti erano, secondo voi? Cinquanta? Eh, che dite, saranno stati almeno cento, uno sopra l’altro, uno dentro l’altro e…”

Qualcuno grida: “Guardate lì!”

Sento il gommone che si sbilancia, cerco di svincolarmi in fretta, ma più mi dibatto più m’incasino. 
“Uuh,” fa uno, dalla voce forse il Patacca, e io tiro, tiro, mentre mi chiedo cosa ci sia, un delfino, un tonno, cosa sarà?
Mi libero. 
Tutti i subbi, barcarolo compreso, sono dall’altro lato del gommone e guardano in acqua, ipnotizzati.
Corro a vedere, sbilanciando definitivamente il gommone da un lato.
Ma non è un delfino. E manco un tonno: è un materassino. Un materassino rosa che porta a spasso, in balìa dei flutti, una sciacquetta truccoparrucco fresca di bigodini, con un bikini fucsia grande come un francobollo. E loro, i maschi, son tutti lì, a perdere le bave.



Sgrunt.
Chiedimelo di nuovo, Patacca, perché ci sono così poche donne subbe!





mercoledì 13 novembre 2013

Per un paio di stivali

“Me lo dai, il tuo materasso?”
“E tu che mi dai in cambio?”
“Gli stivali nuovi.”
Mi piacevano, quegli stivali. Li guardavo sempre quando entravo in camera sua: di pelle morbida, pieni di lacci, lo stivale destro diverso dal sinistro. I vestiti ce li scambiavamo spesso, ma gli stivali non osavo chiederglieli in prestito: non li aveva ancora messi una volta.
Erano gli anni in cui vivevo al quarto d’ora. Non sapevo mai cosa sarebbe successo, come avrei fatto a pagare l’affitto. 
Ma ero padrona del mio tempo.
Ero felice.

“Allora? Il materasso? Tanto non  ti serve.”
Vero. Mi ero fidanzata con l’Omonero, da tempo non dormivo più a casa e la mia stanza serviva solo a tenere le mie quattro carabattole. Vestiti, libri, scarpe. E gli stivali, cazzo, mi piacevano.
“Ok. Affare fatto.”



Un giorno ho di nuovo avuto bisogno di un materasso. C’era un’offerta all’IKEA, dieci euro al mese. Abbordabile.
“Desidera?”
“Il materasso. Quello in offerta, con le rate a tasso zero.”
“Venga, si accomodi in ufficio.”
Ufficio si fa per dire: una scrivania e due sedie (di quelle coi nomi coi pallini) in un angolo buio, tra la cassa e il bancone delle brugole. Privacy, eh?
“Dunque, mi serve la carta d’identità, il codice fiscale e l’ultima busta paga.”
“Ehm. La busta paga non ce l’ho. Lavoro per conto mio.”
“La dichiarazione dei redditi, allora.”
Taccio. La tizia mi guarda per la prima volta. Nel senso che mi guarda sul serio, lo sguardo non mi scivola addosso, ma si sofferma sugli stivali (quelli fighi), sulle gambe nude, sulla gonna corta, sulle spillette. C’ha la fronte così a pieghe che manco uno sharpei.
Ci provo.
“Sono solo dieci euro al mese!”
“Dieci o mille, è uguale. Per ottenere un finanziamento serve la busta paga.”
“Ma sono dieci euro!”
Mi guarda con compassione. Sì, le faccio pena. Mi sale la merda al cervello, la mando affanculo a denti stretti e me ne vado. Senza materasso.

Ecco. All’episodio del materasso faccio risalire l’inizio del mio bisogno di sentirmi normale.
Normale.
Così quando mi hanno offerto un lavoro vero, di quelli che quando incontri i vecchi compagni di università  puoi dire cosa fai senza che ti considerino una fallita, ho accettato. Me lo ricordo, il giorno in cui ho firmato. Avevo freddo. Ma forse perché era dicembre.

C’è un’altra firma che ricordo bene.
Banca Nazionale del Lavoro, tarda mattinata. Loro arrivano in cinque: l’agenzia immobiliare al completo.
“Ellamadonna! Perché così tanti?”
“Così fanno le iene. Si muovono in branco.”
Lo dice ad alta voce, l’Omonero. Per farsi sentire. E loro ridono. Come iene.


Mi sembrava pure di essere felice, quel giorno. Era stata dura riuscire a trovare una casa che potessimo permetterci, ottenere un mutuo che coprisse il centopercento della cifra.
“Ehi, siamo i proprietari di casa nostra!” dico saltellando appena fuori dalla banca.
“No. La banca è proprietaria di casa nostra.”
E allora ho sentito freddo. Era agosto, il clima non c’entrava niente.

Così oggi sono qui.
E normale non lo sono lo stesso.

E odio tutti.

Odio te, che ti compri solo mocassini da cinquecento euro (me l’hai raccontato tu) da indossare sui piedi nudi, te che il tuo idolo è Lapo e ti vesti uguale e mi fai fin tenerezza.
Odio te, che ogni estate mi dici “Vale, tu che viaggi tanto, mi aiuti a organizzare le vacanze da qualche parte?” e poi finisce sempre che te ne vai a Limone. E un altro posto non l’hai visto mai.
Odio te, che mangi solo trofie al pesto e guardi con disgusto il mio piatto profumato di Persia cucinato, per me, dall’Omonero.
Odio te, che mi hai dato dell’irresponsabile perché, quando è arrivato il ProgettoPiùImportanteDelMondoDaConsegnareEntroDueSettimane (ne arriva uno al giorno) non ho voluto saperne di rinunciare alle ferie.
Odio te, che quando provo a difendermi dal prepotente di turno e litigo sguaiata nell’openspeis,  guardi fisso il monitor per poi venirmi a dire, in un sussurro nell'orecchio,  davanti alla porta del cesso, hai ragione tu. Ai codardi, sappilo, preferisco gli stronzi.
Odio te, che non dici mai vengo in macchina, ma vengo con la Jaguar.
Odio te, che guadagni dieci volte più di me e mi scrocchi sempre il caffè.
Odio te, che hai litigato col sapone, e che invece di fare il tuo lavoro aspetti che me ne vada per controllare il mio.
Odio te, che ti sei comprato un portatile così posso lavorare anche in treno.
Odio te, che il lunedì mattina, con gli occhi rossi come Satana e l’aria affranta, mi dici che hai lavorato tutto il weekend. E fingi d’essere incazzato, ma non riesci a nascondere il sorrisetto goduto di chi si sente indispensabile.
Odio te, che collezioni giorni di ferie e ore di permesso. Che cazzo te ne fai?
Odio te, che t’illumini come se avessi ingoiato un paralume ogni volta che uno dei boss ti rivolge la parola.
Odio te che la sera, invece di scopare, te ne stai qui a studiare il nuovo software. Ma sono solo, io. E se continui così, solo, ci resti.
Odio te, che ti chiedi come sia possibile che ancora non mi abbiano licenziata. Anche se a volte me lo chiedo anch'io.
Odio te, verme leccaculo con chi ti sta sopra, carnefice sadico con ti chi sta sotto. Devi averne presi, di scappellotti, a scuola. Sfigato.

Ma più di tutto.
Più di tutti.
Odio me.
Che ho venduto la mia libertà.
Per un paio di stivali.





venerdì 8 novembre 2013

Fino in fondo

Brava, mi dice l'Omonero.
Brava, mi dice mia madre.
Brava, mi dicono mio fratello e gli amici antichi e gli amici nuovi.
E io, tutti questi BRAVA, me li prendo.
La prossima settimana uscirà il mio romanzo. "Mara conta i passi", si intitola. Intendiamoci, mica mi prendo i Brava perché penso d'aver scritto un capolavoro. Tutt'altro: è una piccola, piccola cosa. Una piccola cosa di cui nessuno sentiva il bisogno, una piccola cosa che non aggiungerà nulla al panorama letterario.




Io, tutti quei "Brava" me li piglio perché sono arrivata in fondo.

Quest'avventura è durata mesi, e in questi mesi, che quanti sono non lo so più, sono successe tante cose.
Avrebbe dovuto essere un romanzo a quattro mani (sei, dicevo io, contando quelle del capitano della Factory, Aldo Moscatelli), ma poi di mani ne sono rimaste solo due: le mie.  
Ma non mi sono arresa.

Sono stata lì lì per lasciar perdere almeno settecentodieci volte.  
Tipo ogni volta che tornavo a casa a pezzi da Nuovo Recinto, e avevo solo voglia di dormire.
Ogni volta che gli amici organizzavano serate scoppiettanti, mentre a me toccava la solitudine della tastiera.
E soprattutto, ogni volta che Aldo mi ha detto No, Vale, proprio non va bene questa roba che hai scritto. 
Scrivere un romanzo è un po' come fare un figlio. Direste mai a una madre Tuo figlio è un cesso
La reazione immediata a chi ti dice che tuo figlio è un cesso è chemminchiavuolequesto e la voglia di mollare un cazzottone a chi ha osato insultare la tua creatura è molta. 
Ma il difficile arriva quando tuo figlio lo guardi e cazzo: è un cesso davvero. Ed è lì che ti senti inadatta, incapace, e ti vergogni come un cane per il solo fatto di aver pensato di essere all'altezza; ed è lì che la cosa più facile del mondo sarebbe 


M O L L A R E . 

Non l'ho fatto. 

Ogni volta, di fronte agli ostacoli, magari ho pianto un po', ma mi sono rimboccata le maniche e ho ricominciato a lavorare. 

Fino alla fine.

Fino in fondo.

Mio figlio sta per nascere. E ogni scarrafone...



giovedì 19 settembre 2013

Domani

Mi sveglio con un sapore di sangue in bocca. 
Macheccazz? 

Apro gli occhi e m’aggredisce un flash. 
Mi copro con una mano e penso no. 
Oh no. 
No, ti prego no, non oggi.  
Dobbiamo partire. Attraversare tutta la Sardegna, prendere un aereo, tornare a Genova.

Penso che forse mi sono sbagliata. Che magari quelle luci venivano da una macchina di passaggio, che forse il sole è rimbalzato sulla carrozzeria, sugli specchietti, sul bracciale di diamanti di una qualche ricca troia.
Mi faccio coraggio e tolgo la mano dalla faccia: un albero di Natale, di quelli pacchianissimi, balla un pezzo jungle in un angolo dell’occhio destro.

Ce l’ho nello stoppino.

L’Omonero entra in camera tutto energico.
“Vieni, la colazione è... Tutto bene?”
“No.” 
La mia voce rimbomba cento volte, e fa male: ci siamo, è già qui.
“Che c’è?”
“Emicrania,” dico, stavolta in un sussurro. 
“Oh cazzo. Come facciamo? Non possiamo partire se stai così.”

Riesco a dire una cosa sola: TORADOL.

“Sì, ce l’abbiamo. Ma non ho le siringhe. Puoi metterlo sotto la lingua però.”
Io ormai non riesco più a parlare. Faccio un piccolissimo no con la testa, e tanto basta: un’ondata di nausea mi investe, reprimo a fatica un conato. Così l’Omonero capisce perché il Toradol sotto la lingua non è una buona idea.
“Ok, vado in farmacia. Torno subito.”
Col ditino indico la finestra: uccidi la luce prima. Ti scongiuro.


Nosferatu, il vampiro - 1922


Resto sola, al buio, mentre il dolore cresce, continuo, acuto, come una nota altissima di quelle che spaccano i bicchieri; senza tregua, senza respiro.
Sono sudata marcia. Ho la nausea. Forte. E mi fanno male i denti, le gengive, che devo aver digrignato tutta la notte. 

Ho bisogno di acqua. Fredda. 
Aspetto che torni l’Omonero. 
No. 
Non ce la faccio.

Rotolo su un lato, scivolo giù dal letto, mi trascino in cucina. Mi riempio la bocca di acqua gelida, che sfiammi cazzo, o almeno anestetizzi un po’. Tanto da dover sopportare un dolore solo. Bevo ancora, ma non è una buona idea.

Quando l’Omonero torna mi trova con la testa nel cesso.
“Poverina! Sembri Christiane F.”
Riderei, se non stessi per morire.







Mi riporta a letto, mi scopre una chiappa e mi fa l’iniezione. Brucia, porcaputtana.
“Stai lì un po’. Io finisco di fare i bagagli, tu prova a riposare. Vuoi che ti chiuda la porta?”
Ci penso un attimo. Con l’emicrania la mente viaggia veloce (e catastrofica), e in una frazione di secondo mi vedo che peggioro (ma può essere peggio di così?), che cado, che sono per terra rantolante ma lui non mi sente.
Gli dico no, sempre usando il ditino: niente voce, niente movimenti della testa.

E come l’Omonero se ne va, un cagnetto nella via inizia ad abbaiare.




Cagnetto. 
Maledetto cagnetto. 
Perché non ho chiuso quella cazzo di porta di merda. 
Cagnetto piantala. 
Cagnetto infame, tu non lo sai che 

ogni

tuo 

latrato 

è un pugno sull'elsa della spada che mi divide il cranio a metà.
Stronzo d’un cagnetto di merda figlio di puttana, piantala. 
Ora vengo lì. E ti pianto nel culo la siringa, così te lo do io un buon motivo per bèbèbèbèbèbèbèbèbèbèbèbèbèbbè. 
Gli dico così. Come mi diceva mia madre quando me le dava col battipanni. Glielo dico con la telepatia. E in qualche modo mi sa che mi sente, perché smette.

Silenzio. Buio. Caldo alle piante dei piedi.
Il Toradol non mi toglie il dolore, ma si appende alle palpebre, che diventano di piombo. 
“È ora di andare.”
L'Omonero mi porta di peso in macchina. Mi rannicchio, nascondo la testa nelle braccia, sprofondo nel limbo. Non è dormire, quello. È coma profondo.


Benedetto sia il Toradol. Benedetto, e benedetto il suo inventore.
Mi sveglio due ore dopo rincoglionita come mai. Il dolore è sceso di quattro toni, è sordo ora, ovattato, morbido.



“Dove siamo?” 
“Boh. Dopo Oristano, in mezzo alla campagna. È bello sentire di nuovo la tua voce. Stai meglio?”
“Meglio, sì.”
“Ti va se ci fermiamo un po’?”




Autogrill. Provo a mangiare un pezzetto di focaccia al pomodoro, ma capisco che è meglio di no. 
Seduta sul marciapiede, all'ombra,  mi godo il fresco e guardo l’Omonero che dà una pulita alla macchina: lava il vetro, aspira briciole e sabbia. Al noleggio ci avevano detto che, se l’avessimo riconsegnata sporca, ci avrebbero addebitato una cifra tra i diciotto e i settantadue euro. Così: diciotto e settantadue. Cifre a caso.

“Te la senti di ripartire? La strada è ancora lunga.”
Mi sento male al pensiero di tornare in macchina, ma si sta facendo tardi.
“Sì.Sì, ce la faccio.”



Arriviamo in aeroporto dopo altre due ore. L’emicrania si è ormai sciolta in pulsazioni sporadiche. 
Tipo polpo che nuota. 
Rispetto a come stavo, sono un fiore.

L’Omonero scarica la macchina, trasporta le valigie, io gli cammino dietro appoggiando piano i piedi per terra: le vibrazioni ancora mi danno la nausea.
Mi appoggio coi gomiti al bancone dell’autonoleggio. Consegniamo le chiavi, l’Omonero e l’Omosardo vanno a controllare che la macchina sia intera. Che abbia il pieno di benzina, ma con un ottavo in meno, che così ce l'avevano data. 
Io aspetto, mi reggo la testa con le mani.

Quando tornano, l’Omosardo annuisce, firma il modulo. Non ci addebitano i diciottosettantadue euro per lo zozzume. Bene.
L’Omosardo, però, solleva un sopracciglione.
“Consegnate un giorno prima, giusto?”

Giorno prima?

Ci guardiamo. 
Sento freddo.
L’Omonero prende dalla tasca i documenti del volo.
Avvicina il foglio alla faccia cupa.
Chiude gli occhi un istante.
Solleva lo sguardo.

Domani.
Il nostro volo è domani.

giovedì 29 agosto 2013

Buon anniversario, amore mio


Qualche giorno fa

È Ferragosto e Nuovo Recinto chiude per qualche giorno. Ferie obbligate, e l’Omonero invece lavora. E visto che lavora sì, ma di sera, e visto che l’idea di buttare via del tempo prezioso mi fa orrore, decidiamo di fare finta di essere milanesi in vacanza (brrrr).

“Levante o ponente?”
“Boh. Mi porti a fare un giro ad Arenzano?”
“Massì.”




Partiamo. Attraversiamo la città, evitiamo di prendere l’autostrada, che in moto proprio non mi piace.
Arrivati a Multedo, vediamo un uomo volare. Salta per aria, disarcionato dalla sua Harley scintillante, e atterra sull’asfalto come una bambola di pezza. 
“È morto,” penso. 
Il cuore salta in gola e mi soffoca. Ma il tipo si rialza, quasi rimbalza, carico d’adrenalina com’è. Si ferma della gente, un tizio pieno di braccialetti della Samp chiede: “Tutto bene?”
“Sì, sì, sto bene,” dice. Perde sangue dal mento.
“Okay, allora vado, ciao.” E sparisce.
Io e l’Omonero ci guardiamo intorno: se ne sono andati tutti, siamo rimasti solo noi e il pupazzo di pezza. 
“Ti chiamo un’ambulanza,” gli dico.
“No, no, ma che ambulanza, non mi sono fatto niente. Mi aiutate a portare la moto via dalla strada?”
“Certo.”

L’Omonero spinge la moto. Io provo a fornire supporto morale. Il tizio di pezza perde sangue dal mento e da un ginocchio.
“Grazie ragazzi, siete stati gentili.”
“Macché grazie. Dove abiti?”
“A Pegli. Ora chiamo mia moglie, le dico di venirmi a prendere. Andate pure, sto bene.” Perde sangue dal mento e da un ginocchio. E non riesce a tenere su il braccio sinistro.
“No no, noi stiamo qui finché tua moglie non arriva.”
“Ma non c’è bisogno, davvero, siete gentilissimi, ma non serve.” 
L’adrenalina comincia a scendere e il tizio di pezza trema. È l’una, ci saranno cinquanta gradi e non c’è un filo d’ombra né una bava d’aria. 



“Chiama tua moglie,” dice l’Omonero. “Noi restiamo con te.”
Ci guarda sconcertato. “Un gesto raro,” dice.
Un gesto raro. Questa frase mi rimbalzerà in testa per tutto il tempo che passeremo con lui. Un gesto raro, così dice.

Chiama la moglie. Da Pegli a Multedo non c’è molta strada e con la città vuota ci aspettiamo di vederla arivare in pochi minuti. Invece, dopo mezz’ora siamo ancora lì. Il tizio trema e sanguina, ci racconta che fa l’ortopedico; prova a muovere il braccio e la maglietta si tira e aderisce al corpo: al posto della spalla c’è un avvallamento. 
Un buco. 
Un vuoto. 
Mi gira la testa. Anche a lui, che non sa più come reggere ‘sto cazzo di braccio pendulo. L’Omonero si offre di reggergli il braccio, lui accetta, fa un caldo boia e ancora non viene nessuno.

Dopo quaranta minuti, finalmente il tizio di pezza dice: “Eccola!”
La moglie, una tipetta secca, la faccia da topo, accosta e scende. Il tizio è provato e stanco, sanguinolento, con una spalla smontata, 
Lei lo fissa. Lui, timido, le dice: “Eh, sono caduto. Credo di essermi lussato una spalla. Poco male.”
“Poco male un cazzo!” sbraita lei. “Muoviti, andiamo al Galliera.”
“Ma perché al Galliera, l’ospedale di Sestri è più vicino.”
“A Sestri? Ma sei scemo?”




L’Omonero fa quella faccia lì. Quella di quando s’incazza di brutto e si trattiene. Non dice una parola, ma per un attimo temo che stia per mollarle un ceffone. Lui, che senza nemmeno conoscere il tizio di pezza, gli ha retto il braccio, gli ha fatto compagnia, l’ha rassicurato. Mentre lei, sua moglie, lo sta insultando come un cane. Vorrebbe tirarle un cazzottone, lo so. Invece dice solo: “Beh, noi ora andiamo via.”

Il tizio di pezza prova a ringraziarci, prova a dire al topo che siamo stati gentili, ma lei non ci degna di uno sguardo e va avanti e lo insacca. 
Salgono in macchina loro, saliamo sullo scooter noi. Riprendiamo il nostro viaggio verso il nostro pomeriggio da vacanzieri milanesi. Ci fermiamo in un bar a bere un bicchiere d'acqua, un caffè, un cordiale.




“Spero che il tizio di pezza stia bene,” dico io, mentre l’aria condizionata mi asciuga il sudore dalle braccia, dal collo, dalle gambe. L’Omonero gira un po’ la faccia verso di me.
“Io invece spero che divorzi.”

Oggi

Devo partire per la Sardegna, che finalmente le ferie, quelle vere, sono arrivate, e a Nuovo Recinto me la stanno facendo cagare mica poco. L’Ingegner Certocerto mi ha detto una roba tipo: “Vai in vacanza? Veramente? Oddio, siamo rovinati!”
Rovinati. Così ha detto. Eh, questo succede quando sei lo zerbino portante di una società.

La giornata è stata un inferno, è successo di tutto, lavori già chiusi e consegnati sono rispuntati come per magia, tutto da rifare, per quando? Per stasera. 
Corro come una pazza e riesco a finire a un orario decente, scappo da Nuovo Recinto prima che qualcuno si accorga di me, salto in macchina e cerco di fare mente locale.




Devo aggiornare le mappe del navigatore, scrivere l’articolo per ScubaZone, pensare a cosa voglio portarmi, capire se devo fare una lavatrice in extremis pregando che la roba poi si asciughi, controllare tutti i documenti di viaggio e...
Porcodemonio! Una macchina m' inchioda davanti, freno a pochi centimetri dal botto. M’incazzo, supero e faccio per insultare l’imbecille che ha inchiodato, ma quello che vedo mi gela il sangue: un uomo sulla sessantina sta menando una donna, la prende per le spalle, la scuote, lei apre la portiera, scende.

Accosto. E, lo ammetto, smadonno. Per un attimo penso di tirare dritto, cazzo, con tutto quello che ho da fare, ci mancava solo ‘sto casino. Ma mi vergogno all’istante di quel pensiero, mi vergogno come un ladro, come un mostro, mi viene il magone e scendo. 

La donna, ora, sta gridando. 
“Sei un bastardo!”
Urla disperata, urla così forte che la voce gratta in gola.
Mi tornano in mente brutte cose. Brutte cose.

Mi faccio forza, mi avvicino.
“Signora, le serve aiuto, vuole che le dia un passaggio, che chiami qualcuno?”
Si gira verso di me come una belva. Grida ancora, stavolta contro di me.
“Tu non ti preoccupare! Tu fatti i cazzi tuoi! Fatti i cazzi tuoi!”
Io indietreggio, mentre lei, in piedi di fianco alla macchina, infila la testa nel finestrino e ricomincia.
“Sei un bastardo! Bastardo! Bastardo!”





Lui ha la testa appoggiata sul volante. Forse piange.
Io non so che fare. Lei mi grida: “Vattene! Vatteneee!” e mi fa paura.
Risalgo in macchina, con un macigno nel cuore. 



Ora 

Sono a casa. Tra un po’ tornerà anche l’Omonero. 
Penso a noi. 
Penso alla sua faccia cinese e mi pare di  vederlo mentre mi dice: “Ehi, è tanto che ti sopporto!” 
Tanto, sì. Undici anni.
E mi torna in mente quella volta che...



E poi quell'altra... E...





Buon anniversario, amore mio.
E domani vado ad accendere un cero a San Gennaro. Anzi tre.