Sei sempre stato un ottimo attore, un regista anche
migliore.
Il sapiente uso del tempo.
Lanci una bomba, sollevi un polverone e sai che,
perché la prossima sia efficace, è necessario che torni la calma.
Così taci. E io mi illudo che, finalmente, ti sia arreso.
Ricomincio a respirare, a tirare il carretto
disordinato della mia vita. È difficile all'inizio, ma poi l'inerzia aiuta.
Un passo dopo l'altro, un giorno dopo l'altro,
risollevo la testa.
E quando non ci penso, quando smetto di essere
guardinga, eccoti lì.
Te lo riconosco, sei di una bravura straordinaria.
Il momento giusto, le parole giuste.
Mi racconti la tua solitudine tra le braccia di
sconosciuti pagati per accudirti. Me lo racconti secco, senza fronzoli
strappacuore. Efficace, davvero.
Puntavi a farmi piangere, vero? Ci sei riuscito,
bravo. Bravissimo.
Ma lei mi conosce bene e sente che,
sotto il centimetro di entusiasmo di cartone, il mio cuore è appiccicoso.
“Facciamo che ci vediamo un’altra
volta e tu vai a trovare i tuoi amici pesci?”
“Ma no, dai, ma’…”
Non vado in acqua da un mese e il
meteo promette meraviglie: mi lascio convincere in un istante e sorrido. Ma il
sorriso, lo sento, non arriva agli occhi.
Quando, alle sei, la sveglia suona,
l’Omonero è già in giro a organizzare cose. Io, invece, non riesco ad alzarmi,
gli occhi sono sigillati e lasciare il tepore del letto mi costa uno sforzo
enorme.
Le uniche parole che pronuncio sono
quelle della check list: pinne, calzari, muta,…
La giornata è perfetta: tiepida,
limpida; il mare è perfetto: calmo, blu.
Al diving saluto gli altri. È un
po’ che non li vedo, dovrei essere contenta. Ma le mie braccia sono rigide
negli abbracci e, al rituale del come va,
esito prima di rispondere bene, e tu?
Montiamo l’attrezzatura. Ho 180 bar
nella bombola. “Basteranno,” penso.
Il gommone salta sulle onde e si ferma alla secca Gonzatti.
“Sei contenta? Ci volevi andare!” dice l’Omonero.
Annuisco.
Ci prepariamo, e la fonte d’aria
alternativa dell’Omonero va in continua.
Cioè sputa aria per i cazzi suoi. Chiudi la bombola, apri la bombola. Niente da
fare. Sto per aprirmi il gav e rinunciare, quando finalmente l’erogatore smette
di rompere.
Scendiamo nel blu e ci ritroviamo
in mezzo a barracuda e castagnole; li guardo come in tv.
Le gorgonie rosse, tantissime, dovrebbero
strapparmi il cuore.
La visibilità è buona, seguiamo una
grossa cernia vanesia che si presta volentieri a farsi fotografare da Paparazzo
Abissale e da Eroe; poi si stufa, inverte la marcia e ci ritroviamo, io e lei,
muso a muso; la vedo chiaramente alzare gli occhi al cielo. Sospiro e le cedo
il passo: è casa sua.
Proseguiamo. Io mi allontano un po’
dalla parete, ipnotizzata dal blu.
La corrente e un pensiero cattivo
mi trascinano via.
Il respiro si fa affannoso, allungo
una mano verso l’Omonero che mi afferra, mi riavvicina alla parete, mi stringe,
mi calma. Restiamo così, per mano, per il resto dell’immersione. Osservo lo
spettacolo di due cernie che lottano, bocche aperte e pinne dorsali rizzate. Nessuna
emozione mi attraversa.
Il respiro è ancora corto, guardo il manometro anche se
l’avevo fatto due minuti prima: 50 bar? Cazzo. Segnalo subito a Paparazzo
Abissale che, forse non fidandosi del secondo stadio dell’Omonero, mi attacca
a Eroe.
Non mi era mai successo.
Sono mortificata, non faccio che pensare, in
modo malsano e in loop, perché diavolo non ho chiesto che mi rabboccassero la
bombola.
Imbecille.
Idiota.
Guastafeste.
Sono lì, in sosta, come una bestiola al guinzaglio; occhi fissi sul computer: meno tre minuti, meno due. Sento uno strattone, alzo
la testa e vedo Eroe che si allunga verso una sirena, trascinandomi.
Eroe mi fa segno di riprendere il
mio erogatore, ci dividiamo, lui insegue la sirena che, armoniosa, nuota verso
il fondale e verso una torpedine che vola e…
Niente, non sento NIENTE.
Ed è lì
che capisco.
Sei tornata, maledetta.
Senza
preavviso.
Senza neanche il pretesto di un giorno di pioggia, di un tappeto di
foglie.
Il solo ripensare a ciò che ho scritto mi fa
rattrappire dalla vergogna.
Guance in fiamme, lacrime che pungono gli occhi.
Di nuovo in crisi, di nuovo a un passo dalla resa.
Cosa mi darà, da domani, la forza di alzarmi la mattina?
Proprio ora che arriva l'autunno.
L'Esperimento si ribella, fugge dalle dita e
dall'eutanasia e si rintana tra le braccia dell'Omonero.
L'ultima volta che, bisognosa, gli avevo parlato
delle mie insicurezze, l'Omonero mi aveva liquidato così: "È normale, vuoi
dell'insalata?"
Oggi.
Pranzo a casa. Davanti a una cotoletta fritta alla
perfezione, timorosa chiedo:
"E quindi?"
"Quindi bene."
Mastico un po', lui non aggiunge altro. Incalzo.
"Insomma, c'è qualcosa che non va? Perché
continuo a pensare che sia piatto, senza stile; e poi uso sempre gli stessi
aggettivi e..."
"Scusa, mi sa che dovrò rileggerlo. Perché mi
sono fatto coinvolgere dalla storia, non ho fatto caso a queste cose."
E lo dice scusandosi.
E non lo sa che cosa più bella non me la poteva dire.
Avanti.
PS (per chi sa)
Cercavo un'immagine per questo post. Ne ho digitato il
titolo, "prove tecniche", sulla ricerca per immagini di Google. La
settima immagine. Segnali divini. Roba da infarto...
A Lanzarote raramente la temperatura supera i 25
gradi. Ma il sole d'agosto, i 6mm di neoprene, i guanti, il cappuccio e la
bombola sulla schiena rendono i cinquanta metri di strada tra il Manta-furgonetto e il molo-rampa di lancio un vero incubo
fradicio. Quando arrivo alla scaletta, vedo a pois. Quando mi immergo, l'acqua,
fresca e miracolosa, mi riporta in vita.
Subito, lì a uno sputo dalla riva, siamo in un
acquario: nuvole di fula negra e fula blanca, saraghi zebrati grandi come
padelle da farinata, pesci pappagallo che si inseguono e banchi fittissimi di
sardine. L'acqua è così trasparente che mi viene il dubbio che non ci sia: in
realtà, sto volando su un pianeta di sabbia bianca e roccia nera e quelle che
vedo non sono volute di lava, ma sculture aliene; centinaia di anguille
giardiniera sbucano interrogative da buchi nel fondale (sentinelle?), mentre le
sogliole, con i loro buffi occhietti a torretta, studiano ogni mia mossa; i
pesci lucertola fingono di dormire, ma...
Lagarto
Bah. Io giro alla larga.
L'Omobeige mi guarda e mi fa l'inequivocabile
gesto subbo che significa minchia quanti pesci!
Anguilas Jardineras
Fula Negra
Io vedo tutto a metà: la maschera oggi ha deciso
che si appanna; la allago, la svuoto, si pulisce, si riappanna. Proseguo orba.
Da queste parti si dice abiti Felix, una cernia
grande come la mia macchina, ma non abbiamo l'onore d'incontrarla. Vorrà dire
che ci toccherà tornare.
Felix
Superiamo il gradino di rocce, ci lasciamo sulla
destra un piccolo relitto densamente popolato (El Barco Hundido!) e arriviamo all'ingresso della Cattedrale. Il
nome è appropriato, la grotta è davvero molto grande.
Io sono sempre mezzovedente; ciononostante, armata
di torcia, rompo le palle a non pochi pescetti addormentati. Ma il vero
spettacolo arriva quando giriamo le pinne per uscire: l'ingresso della
Cattedrale sembra un maxischermo. Stanno proiettando un film mozzafiato: Tutti i barracuda dell'universo. E io non ci sto a vederne solo mezzo! Esco dalla
grotta e, mentre la sfilata prosegue, allago di nuovo la maschera. Inspiro
dalla bocca. Espiro dal na... OPPORC...! Ho il naso tappato! Non vedo un cazzo!
Aiut...
Blocco le gambette che sono già partite per
raggiungere la superficie nel minor tempo possibile, pungolate da quell'istinto
che, se a terra ti salva le piume, in acqua t'ammazza. Immobile, tengo a freno il
panico; riprovo; si stappa piano una narice, vedo il livello dell'acqua che
scende e, nella finestrella in alto, di nuovo a fuoco, c'è il faccione
dell'Omobeige, pronto a intervenire. Quanto possono sembrare lunghi sette
secondi?
Recupero la vista in tempo per vedere scivolare via
i barracuda; in coda ci sono i piccoletti e Ben, la guida inglese, ne culla
uno. Immaginario, chiaramente.
In sosta tra archi di lava, osserviamo un trio di
orrendi spider-crab che si pigliano a
pattoni, ammiriamo una seppia vanesia che indossa un abito tigrato molto chic,
facciamo conoscenza col pejepeine e
la gallinita, ci innamoriamo
perdutamente di un cavalluccio.
È ciccione, nero e vecchio; nel pelo opaco brilla qualche filo bianco.
Puzza forte di formaggio di capra e i suoi occhi sono stranamente all’ingiù.
A seconda di quale sia la personalità che comanda, miagola esile, fa le fusa se lo accarezzi e adora le crocchette di pollo; oppure, il suo miagolio somiglia piuttosto a un rutto, se provi ad avvicinarti ti molla uno sberlone e mangia solo lucertole canarie; ma solo dopo averle torturate a lungo.
Quando morirà, lo seppelliranno sotto il vulcano. Una targa reciterà così: qui riposa GatoDoble. Lasciate i fiori solo nei giorni dispari.
Femès. Ristorante
Casa Emiliano. La valle si stende ai suoi piedi, mentre sui monti alle sue
spalle un gruppo di cabritos lecca
pietre salate. Nell’aria, profumo di fuoco.
Seduto nel giardino,
tra i cactus piantati nella lava nera, un vecchio. È quasi calvo, ha i baffi e
il pizzo bianchi; a metà naso, un paio di occhiali rettangolari fini, di
metallo. Indossa una camicia a righe azzurra, un paio di jeans enormi e sandali
beige da crucco. Una stampella è appoggiata al tavolino.
La Calima trasporta
la sabbia impalpabile del deserto e il cielo è una sottile coperta grigia che
permette al vecchio di guardare in faccia il sole; la polvere in gola gratta,
il vecchio tossisce spesso e si porta di continuo una mano al collo.
Sorseggia piano un
bicchiere di vino, contando ogni sorso, e fissa la strada.
Così, ogni giorno.
Aspetta. In silenzio, paziente, aspetta.
Al calar del sole, si
aggrappa al tavolino, si regge alla stampella, si alza, paga il vino.